di Rossella Taverni
In un tempo in cui la criminalità giovanile occupa sempre più spazio nel dibattito pubblico, tra allarme sociale e narrazione mediatica, comprendere cosa stia realmente accadendo diventa fondamentale.Ne parliamo con Gennaro Capoluongo, dirigente superiore della Polizia di Stato, investigatore di lungo corso ed esperto di criminalità transnazionale, con esperienze internazionali anche presso le Nazioni Unite. Autore del libro Dalla parte giusta. Storie di eroi sconosciuti delle Forze di Polizia, Capoluongo ha dedicato la sua carriera alla sicurezza e alla comprensione dei fenomeni criminali, offrendo oggi uno sguardo lucido e profondo su una delle emergenze più delicate: il rapporto tra giovani, violenza e legalità.
Parliamo davvero di un aumento della criminalità giovanile o di un fenomeno che oggi appare semplicemente più visibile, e quindi più allarmante?
“La criminalità giovanile è un tema complesso che negli anni ha avuto un modo di manifestarsi e, in particolare, di essere percepito dalla comunità in forme differenziate. In verità, i miei ricordi mi riportano ai tempi della fine del passato millennio dove si assisteva prevalentemente a giovani reclutati da organizzazioni criminali molto strutturate, con una graduale evoluzione del detto fenomeno nella costituzione di gruppi violenti giovanili apostrofati come “baby gang” e con una successiva colorazione lessicale di “comitive” folcloristicamente chiamate dei “maranza” poiché composte essenzialmente da ragazzi, italiani di seconda generazione, di etnie straniere, oggetto di un diffuso dibattito pubblico, giungendo alla constatazione odierna di compagini con la partecipazione anche di italiani di origine. Negli ultimi tempi, peraltro, stiamo assistendo anche alla formazione di piccoli gruppetti, non particolarmente strutturati, legati da vincoli di amicizia che fanno della violenza un elemento di valorizzazione e di affermazione sociale. Questo, ovviamente, produce un allarme sociale che porta a ritenere aumentato la violenza perpetrata da questi giovanissimi attori, anche per l’uso oramai abbastanza diffuso di coltelli e di armi da fuoco, con un senso di insicurezza che si traduce nel timore della frequentazione di spazi pubblici o di particolari aree cittadine. Un cenno meritano anche i minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia molte volte con l’obiettivo di spostarsi altrove, facilmente reclutabili in consessi di microcriminalità e spaccio”.
Quello che vediamo oggi tra i giovani è un fenomeno nuovo nella sua natura criminale o il risultato di un contesto sociale e familiare che si è progressivamente indebolito?
“La criminalità giovanile rappresenta da sempre un tema importantissimo di confronto della comunità mondiale nei suoi svariati aspetti: sociologico, relazionale, culturale, finanziario e criminologico. Ritengo che, partendo da una condizione storica di disagio diffusa tra gli adolescenti che ha registrato le sue evidenze nei periodi temporali che si sono succeduti, si possa affermare con ragionevole certezza un mutamento della sua manifestazione esterna quale segno naturale del tempo contemporaneo, influenzato da una realtà cosmopolita, multiculturale e molto aperta a recepire comportamenti esterni. I giovani che incappano in problemi con la giustizia hanno spesso alle spalle una famiglia disgregata, con episodi di violenza e sopraffazione tra le mura domestiche e con genitori assenti, troppo permissivi e incapace di dire no e di comprendere il disagio dei propri figli. Questi, dal canto loro, spesso si rifugiano nel gruppo cercando di trovare una loro identità e momenti di visibilità che, a volte, si traducono nel portare un’arma con il suo peso valoriale di conferire al giovane un atteggiamento più sicuro. In alcune realtà territoriali, dove le consorterie criminali storiche sono state fortemente ridimensionate dall’attività di contrasto di polizia e magistratura, si assiste ad episodi di violenza giovanile che probabilmente si potrebbe tradurre nel tentativo di accaparramento di territorio o di gestione di traffici illeciti. Non a caso, lo stesso spaccio di droga è divenuto più fluido, veloce e capace di adattarsi a un mercato interno e internazionale in continua evoluzione con immissione di nuove e pericolose sostanze, dove i minori, tra cui molti di nazionalità straniera, possono rappresentare una risorsa preziosa per le organizzazioni criminali. A questo, si affiancano fenomeni di criminalità diffusa operata da bande eterogenee e a volte improvvisate, in cui l’aggressività, la trasgressione e il dissenso verso tutto ciò che rappresenta ordine, rispetto, benessere si manifesta attraverso atteggiamenti irrispettosi, illegali e violenti che ne certificano un riconoscimento identitario”.
Quanto i social stanno trasformando la devianza giovanile in una forma di spettacolo e ricerca di notorietà?
“Il processo di costruzione identitaria dei giovani, in particolare di omogenizzazione e di appartenenza al gruppo, passa attraverso una legittimazione esteriore che si concretizza essenzialmente in una presenza sul web, conferendo ai social il compito di trasmettere messaggi devastanti nei confronti della società, con il concreto rischio di una emulazione destinata a produrre un ulteriore livello di opacità e comportamenti a dir poco non perfettamente etici. Questa ricerca conformistica del riconoscimento si concretizza con la messa in atto di risse, violenze, azioni di bullismo, furti, spaccio di stupefacente che si consumano prevalentemente nei fine settimana e in luoghi pubblici, talvolta oggetto di riprese video fatte con i telefonini e poi riprodotte sui social per un’amplificazione della loro diffusione in una sorta di rappresentazione/legittimazione del proprio operato verso gli altri. Tutto ciò appare ancora più allarmante laddove questi giovani delinquenti risultano fare parte di organizzazioni criminali organizzate che ne esaltano il senso di appartenenza costituendone un ulteriore fattore di pericolosità misto al desiderio di poter assumere nuovi e importanti livelli nello stesso clan. Questi strumenti amplificativi di comunicazione, in cui vengono presentati stereotipi di giovani che vestono lo stesso abbigliamento, utilizzano identiche movenze, inneggiano ad azioni violente, a volte nei confronti degli stessi coetanei, nella logica distorta dell’arricchimento facile finalizzato a un evanescente riconoscimento sociale, fanno parte ormai del nostro vivere quotidiano. Il loro uso indiscriminato o, addirittura, l’abuso colpisce principalmente i giovani, creando delle dipendenze e generando comportamenti anomali molto pericolosi, tanto è che si sta discutendo in Parlamento una norma che ne disciplini l’uso per la tutela dei minori. Quando lavoravo a New York, presso le Nazioni Unite, sono stato testimone di un improvviso e gigantesco assembramento di giovani che si erano radunati nella piazza Union Square di Manhattan seguendo il richiamo di un influencer che, attraverso i social, aveva dato appuntamento in quel luogo a coloro che avessero avuto piacere di incontrarlo. Le conseguenze nefaste di quell’atto furono una improvvisa e non preventivabile calca di migliaia di giovani e scontri con la Polizia che cercava di impedirne atti sconsiderati e danneggiamenti.
Tutto ciò, spesso ma non sempre, trova terreno fertile in quartieri e area degradati dove si riscontra una povertà educativa, una marginalità sociale e un desiderio di riscatto che tenta di concretizzarsi percorrendo un solco sbagliato. Infatti, devo dire che, non di rado, si assiste anche al coinvolgimento di ragazzi di buona educazione e provenienti da famiglie con una discreta capacità economica, a dimostrazione di una “democratizzazione” della devianza giovanile nel suo innato bisogno di visibilità, arrivando persino a confrontarsi, talvolta in maniera violenta, con le stesse forze dell’ordine”.
Come può il rispetto delle regole diventare, tra i giovani, il contrario di un segno di forza?
“Negli ambienti di delinquenza giovanile sembra quasi percepirsi una necessità di rendersi visibili, di affermarsi nella società attraverso la sopraffazione, il dimostrare di poter dominare situazioni, di essere più forti. Questo spesso si realizza tramite l’uso della violenza che diventa un elemento distintivo del loro modo di operare, uno strumento di qualificazione dello stesso gruppo, i cui appartenenti non sempre presentano particolari disagi o un passato criminale. Apparire, ostentare, evidentemente per nascondere fragilità interiori o complessi reconditi che vanno eliminati solo con una dimostrazione di forza, di non aver paura nel rischiare la galera, pur di conquistare quello stato legittimante di leader criminale: sconfiggo le debolezze partecipando all’azione, risultando un elemento affidabile del gruppo, della gang, caso mai emulando atteggiamenti di cui, verosimilmente, non se ne capisce nemmeno il disvalore. Il tutto costruendo un’immagine esterna tramite web, “postando” le prodezze compiute nella speranza che diventino virali e conferiscano la agognata notorietà, molto spesso non pensando neppure lontanamente alle conseguenze negative che quelle azioni possono causare”.
La distanza di una parte dei giovani dalle forze dell’ordine è il risultato di un fallimento nel costruire un rapporto di fiducia?
“Il rapporto tra polizia e cittadini negli anni si è cementato sulla fiducia reciproca, sulla capacità di ascolto delle Forze dell’ordine delle istanze della società civile e su un rispetto che si fonda sull’autorevolezza di coloro che svolgono funzioni pubbliche piuttosto che sulla loro autorità. La gente nei sondaggi degli ultimi anni ha premiato le Forze di Polizia riconoscendo loro un significativo ruolo nella tenuta del Paese, il che dimostra quanto ne apprezzi l’operato. Certamente ci possono essere sentimenti di insoddisfazione, anche da parte dei giovani che, tuttavia, devono essere stimolo a una gestione della sicurezza pubblica sempre più partecipata. Peraltro, non penso che sia giusto addossare astratte responsabilità alle Istituzioni, intese in una accezione alquanto generica di coloro che gestiscono la cosa pubblica, tralasciando di analizzare in maniera profonda disagi che risiedono negli elementi che costituiscono l’essenza della nostra società: la famiglia, la scuola, l’ambiente di lavoro, lo sport, i luoghi di aggregazione culturale e di svago dovrebbero sempre più costituire fortini di legalità e senso etico. Bisogna procedere con la “squadra Stato” in una comprensibile sintonia con le dette entità nella ricerca di soluzioni e progetti afferenti alla minore età e alle connesse, naturali fragilità che si manifestano in tale fascia esistenziale, con un ascolto attento alle loro esigenze: molto è stato fatto, altro si dovrà fare. Di converso e tenendo ben chiaro in mente quanto sopra rappresentato, la delinquenza giovanile non va giustificata adducendo molto semplicisticamente devianze causate da fattori esterni al loro operato. L’abuso di alcol, il consumo di droga, la movida violenta che si trasforma in aggressioni armate è uno scenario da condannare, ancor di più quando a tale teatrino criminale gli attori appaiano provenire da consessi sociali disparati, con presunti, differenti disagi e condizioni di marginalità o, addirittura, una apparente assenza di cause”.
Nel Suo libro “Dalla parte giusta. Storie di eroi sconosciuti delle Forze di Polizia” Lei racconta uomini e donne che scelgono ogni giorno la legalità, spesso lontano dai riflettori. Oggi però i modelli sembrano essere altri. Secondo Lei, perché chi sta “dalla parte giusta” fa più fatica a essere riconosciuto rispetto a chi infrange le regole?
“Questo libro mi trasferisce tanta gioia perché ho potuto raccontare, descrivere persone comuni il cui agire quotidiano è la tutela del Paese, la salvaguardia dei diritti della gente: donne e uomini che, con lealtà e impegno, aggiungono quotidianamente un tassello in quello che definisco “mosaico della sicurezza”. Accertare il rispetto delle regole, anche quelle più elementari, evitare la perpetrazione di un abuso, tutelare le persone deboli, proteggere chi legittimamente chiede aiuto, consentire una vita sociale tranquilla, passeggiare in strada senza subire violenze, esercitare attività di impresa senza richieste intimidatorie, permettere lo svolgersi di manifestazioni pacifiche, dove si possa legittimamente rappresentare anche il dissenso, fermamente condannando atteggiamenti di persone che rompono vetrine, danneggiano auto e aggrediscono poliziotti che invece sono li per difendere quegli stessi diritti costituzionali, sono i nostri obiettivi. Questo nella logica di assicurare la legalità non soltanto come comportamento conforme a un sistema di regole ma anche educato, civile e rispettoso della sfera di altrui autonomie e diritti. Nel libro emerge una visione della sicurezza come valore umano e sociale, non solo come ordine pubblico ed è questo il messaggio da veicolare ai cittadini. Prima che operatori di sicurezza noi siamo cittadini che percepiscono sulla propria pelle i disagi che una società poco sicura potrebbe ingenerare. La tutela dei diritti non può essere in capo solo a presidi di polizia, seppur necessari, ma è un bene comune il cui raggiungimento dipende dal comportamento di tutta la collettività, che ne intuisce il grande valore sociale. Essa si declina soprattutto attraverso le condotte quotidiane di tutti noi, quella accennata prima e che mi piace definire l’etica dei comportamenti. Rispetto le regole, attuo buoni comportamenti non solo perché sono stabilite da codici e regolamenti, ma perché ne sento l’intimo bisogno, ne percepisco l’obbligo morale prima che quello giuridico. Preferisco affermare che la maggior parte delle persone, della brava gente cerca di essere “dalla parte giusta”, affrontando percorsi tortuosi ma necessari, a volte chiedendosi se lo si è stati fino in fondo. Tuttavia, il conseguimento della legalità va ricercato senza se e senza ma, evitando enigmatiche interpretazioni normative giustificative di azioni o atteggiamenti incivili o illegali che mal si conciliano con una società democratica e progredita”.
Come si convince oggi un ragazzo che il fascino del mondo criminale è un’illusione destinata a finire nel fallimento?
“Mi rendo conto che nei confronti dei giovani l’adesione a un gruppo criminale esercita una sorta di fascino che nella maggior parte dei casi si associa anche alla necessità di sentirsi riconosciuto, vincendo le naturali paure tipiche di quell’età. Si vive un mondo irreale che genera soldi e rispetto, ignorando il baratro esistente dietro l’angolo in cui si è indiscutibilmente destinati a cadere. La consapevolezza di aver percorso strade sbagliate arriva sempre successivamente, in particolare quando si giunge a contatto con l’ambiente carcerario, emergendo fragilità di relazione e psicologiche celate precedentemente dal personaggio immaginario venutosi a creare. C’è la necessità di far comprendere ai giovani che la strada giusta è un’altra, quella fatta di lavoro lecito, di rispetto degli altri, di normali rapporti di amicizia senza prevaricazioni o soprusi, di rinuncia alla violenza che purtroppo genera altra violenza, di non rifiutare di vivere un’esistenza fatta di libertà e di autonomia che è frutto di sacrifici e, alcune volte, anche di insuccessi. Una crescita che si realizza col tempo, attraverso percorsi impegnativi, certamente meno facili di voli pindarici contrassegnati da illecità e malaffare il cui esito fallimentare è da considerarsi assolutamente certo. Di fronte a ciò è importante che ci sia un impegno comune di tutti noi per analizzare le cause di tale fenomeno e adottare i provvedimenti opportuni sia di carattere socioeducativo sia di contrasto di polizia e giudiziario. Negli anni ho dovuto, purtroppo, registrare numerosi casi di giovani finiti in galera o uccisi in contesti di confronto criminale che mi inducono ad una forte esortazione: non rinunciate mai a seguire la strada dei valori di legalità e giustizia, di convivenza pacifica e civile, di stare dalla parte giusta. La criminalità giovanile, allora, non è solo una questione di ordine pubblico. È uno specchio. Racconta fragilità, assenze, bisogni di riconoscimento che trovano nella violenza una risposta sbagliata ma immediata.
Racconta una società che, troppo spesso, arriva tardi. Eppure, un’alternativa esiste.
È più difficile, meno spettacolare, ma reale. È quella scelta quotidiana – silenziosa e ostinata – di restare dalla parte giusta”.





