Federica Guida, è la Signora delle camelie - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Federica Guida, è la Signora delle camelie

Federica Guida, è la Signora  delle camelie

di Olga Chieffi

L’ Opéra National de Bordeaux, stasera, ore 20, alzerà il sipario su La Traviata di Giuseppe Verdi, ruolo di debutto per il soprano palermitano Federica Guida, che sarà Violetta, diretta da Tito Ceccherini con la ripresa della splendida regia di Pierre Rambert, e il coro preparato da Salvatore Caputo. La Traviata è il Verdi “moderno”, per l’attualità del soggetto e della psicologia. L’amore attraversa fremente la disuguaglianza dei ranghi sociali (non è questione di ricchezza, ma di gap fra buona società e demimonde) pretende di associare stabilmente il giovane di buona famiglia e la cortigiana, che dovrebbero avere per unico legame legittimo il piacere mercenario e temporaneo. Lo scoppio della passione compromette l’accasamento delle vergini (Germont si preoccupa di sistemare la sorellina di Alfredo e intona soave “Pura siccome un angelo”) e turba la pubblica opinione. Germont rappresenta la figura e la Legge del Padre nei confronti di una Violetta chiaramente dedita al libertinaggio per mancanza di una sana educazione paterna. Il sacrificio della passione e il saper tenere la bocca chiusa – secondo le buone tradizioni borghesi – è il contributo dell’onesta puttana all’equilibrio sociale. L’innamorato Alfredo, interpretato da Julien Behr, finge di non capire, rinfaccia alla donna che l’ha abbandonato i soldi spesi per lui, eccedendo in villania per gli stessi canoni mondani. Sul prezzo che paga si inteneriscono i carnefici, Alfredo stesso e l’odioso genitore. L’inizio dell’ultimo atto, contribuisce decisamente allo sfaldamento della struttura tradizionale a numeri chiusi, dissolti in un tessuto continuo di recitativi, slanci lirici e ricadute nel pianissimo, in piena corrispondenza alla tempesta sentimentale che investe l’affranta Violetta e alla sua illusione, proprio in punto di morte, di un ritorno delle forze vitali. Violetta morirà sull’etereo suono del violino che ricorderà ancora una volta la prima frase d’amore di Alfredo. L’opera non racconta altro che ciò che decide di raccontare – ha dichiarato il regista Rambert – Se si immagina che Violetta, ruolo di debutto per il bel soprano palermitano Federica Guida sia al centro del mondo, essa si limita ad adattarsi a tutte le realtà che le vengono offerte: il sesso, il denaro, l’amore romantico, la religione, la pressione sociale, l’ostracismo, la malattia… e fa con tutto questo. È attraverso la sua vita stessa che plasmiamo la nostra percezione del mondo, e in particolare del mondo a cui lei si confronta. L’emozione inalterabile che suscita La Traviata trova allora la sua origine nella nostra capacità di compassione ed empatia per un personaggio certamente vincolato, ma che alla fine, al termine della sua breve vita, arriva a essere libera. Le mie scelte visive si sono orientate verso un’estetica atemporale. Ho voluto considerare ciò che è duraturo nell’aspetto sociale dell’opera (caratteristiche architettoniche, abiti simbolici della funzione, lusso e povertà, ecc.) e intrecciarlo con il contenuto intimo e personale della vita particolare di Violetta. Ho collocato questa produzione sotto il segno del camelia, e questo fiore scelto è proprio quello che Violetta ha scelto. Il lusso e l’eleganza delle scene successive a questi momenti di vita mi sono apparsi come elementi costitutivi della produzione stessa. Pierre Rambert simboleggia questo isolamento donando al personaggio una bambola di pezza, probabilmente simbolo di un’infanzia piena di sogni, della famiglia e di una maternità, che Violetta contemplerà in diversi passaggi chiave della trama come una vita che fluisce contro se stessa verso una strada completamente diversa. Una lettura stimolante della “tra-viata”, o del “fuorviato”, molto più concreta, che enfatizza non la presunta perversione e redenzione del personaggio, ma questa rottura tra una vita onirica e un’esistenza gradualmente esaurita dalla malattia. Accanto a lei la morte rappresentata da una coppia di ballerini. A completare il cast la Flora di Marine Chagnon, Flora Bervoix, Jingchao Wu, Annina, il Barone Douphol Loick Cassin, il servitore Giuseppe Olivier Bekretaqui, il Marchese d’Obigny Jean-Pascal Introvigne, Gastone Mathis Lagier, il dottor Grenvil, Thomas Dear. Più ingialliscono le pagine dello spartito di Traviata e più forte penetra e affonda il loro profumo nella nostra memoria. Il suo terzo atto, l’immagine della morte di Violetta, annunciata sin dal primo preludio, spezza anche i cuori di pietra, lacrime, preziose lacrime, pioveranno sinceramente ad ogni sua rappresentazione, sugli amori consunti di e Violetta, fino alla fine dei tempi. Il preludio dell’ultimo atto è racchiuso interamente nella parola sottile. Sottile, nel senso latino di gracilis, exilis: la sentenza di morte per mal sottile è pronunciata dal primo violino solo, che nelle sue lente volute, ora ascendenti, ora discendenti, esprime la poesia della stanchezza e dello smarrimento, la vanità di ogni speranza nel futuro e un rimpianto desolato della vita che si dilegua. Chi avrebbe potuto pensare ch’era in potere della musica di realizzare l’ambiente d’una camera tutta chiusa, verso l’alba d’inverno, dove si veglia un malato, prima che fosse scritto questo preludio? Tutto dice l’inutilità di ogni rimedio e di ogni sforzo contro l’ineluttabile destino che incalza. I ricordi dei momenti felici della passione non sono che dolori lancinanti per la morente; mentre Violetta scorre con gli occhi la lettera di Giorgio Germont (Lucas Meachem) annunziante il prossimo, ma ormai tardivo ritorno di Alfredo, l’orchestra riprende uno dei temi più intensi del primo atto “Di quell’amor ch’è palpito”, in pianissimo, creando così il senso di una distanza irrevocabile, di una impossibile reintegrazione del passato. L’arte brucia l’istante e Verdi in questa scena riesce a fermare il tempo, nell’attesa di un evento tanto doloroso e sublime. La massima concentrazione è raggiunta dall’Andante mosso “Addio, del passato…”. L’aria, quasi arioso, è trattata con molta libertà e va per accenni sul sentiero dei ricordi, verso l’oblio ultimo, con frasi interrotte da musica che fu. E’ l’inno dimesso, crudele e lapidario alla vita negata. Alfredo, si potrà concedere solo il dolce e innocuo sollievo della pietà per la morente e del rifugio campestre “Parigi, o cara, noi lasceremo….”, non il rischio della passione. Le ultime pagine di Traviata sono una luce che si spegne, lenta e inesorabile, un’ombra che scende fatalmente ed è nelle parole di Violetta: “Ma se tornando, non m’hai salvato”, otto battute di recitativo che per la loro forza drammatica contano più di un’aria. Non c’è il grido, nemmeno nell’ultima ribellione alla morte, nemmeno nell’impetuoso. “Gran Dio! Morir si giovine!”, ma solo l’ineluttabile e la cupa rassegnazione. Violetta dona ad Alfredo il suo ritratto, da consegnare come regalo di nozze alla futura pudica vergine, specificando che c’è chi prega per loro in cielo – vendetta efferata! Che almeno tenga rimorso! Tosse, rantoli, emottisi, ma la vita continua “Tutta Parigi impazza, è Carnevale!”. Si ode negli echi sonnolenti che alleggeriscono l’aria, fruscii soffici e spenti d’un corpo che si spoglia: forcinelle, spilloni e stecche sottilissime di osso di balena sono ormai per terra; resta il gemito d’una voce buia e bagnata di pianto, tra un basso e sontuoso volo di veli.