di Vito Pinto
Con i suoi sette centri di antica tradizione ceramica riconosciuti da una legge dello Stato Italiano, di certo la Campania non difetta di tradizione in questo particolare settore dell’artigianato che sa farsi arte con le sue produzioni di opere di raffinata fattura. Tra l’altro al di là della tradizione della porcellana, Napoli è stata, sino agli inizi del ‘900, un importante centro di produzione ceramica, soprattutto di piastrelle. Testimonianza sono le numerose targhe devozionali, sparse agli angoli delle strade, e il chiostro di Santa Chiara, o delle Clarisse, ristrutturato intorno alla metà del ‘700 a spese di Maria Amalia di Sassonia, moglie di re Carlo di Borbone, su progetto di Ferdinando Sanfelice e disegni di Domenico Antonio Vaccaro, che volle rivestire i preziosi pilastri e le splendide sedute, ancora godibili, completamente di piastrelle ceramiche, opera realizzata dai maiolicari napoletani Donato e Giuseppe Massa. Una tradizione, quella ceramica, che sin dagli anni della scuola in agraria ha rapito l’animo e l’immaginazione di Elvira Keller: tra le botteghe napoletane ha mosso i primi passi, si è dotata di quella necessaria formazione perché fosse una ceramista, imparando a modellare, a smaltare, decorare, caricare un forno e organizzare lo spazio di una bottega. Così a 18 anni, diplomata in agraria, Elvira compra il primo forno e comincia a sperimentare: un viaggio affascinante e immaginifico in un mondo d’argilla, in una storia senza fine. Forgia, Elvira, la sua formazione sul campo, giorno dopo giorno, accanto a maestri di antica sapienza, sempre con l’animo teso ad osservare per cercare. Ma il mondo napoletano non le basta. Galeotta fu una sua visita al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, il sancta sanctorun di quest’arte delle mani. E fu la voglia di studiare ancora, di continuare ad andare avanti su una strada che ormai sentiva propria; si iscrisse all’Istituto d’Arte faentino dedicato a “Gaetano Ballardini”, fondatore e direttore del MIC di Faenza, conseguendo la specializzazione in Arte della Maiolica. Era l’anno 2000 e subito cominciò a lavorare in varie botteghe e a partecipare a concorsi internazionali ed esposizioni personali e collettive. Un viaggio, quello di Elvira, che si è dipanato all’insegna della conoscenza, dell’osservazione del mondo dell’uomo per trarre motivi di riflessioni, spunti di creazioni nuove, ma sempre così vicine al mondo del quotidiano vissuto. Quasi pensiero ad alta voce dice: «Negli anni ho sperimentato e mi sono dedicata a diversi tipi di ceramica, diversi per tecnica e per finalità, sono partita con una produzione piuttosto barocca e ricca per poi nel tempo sottrarre e trovare la mia vera natura». Sottrarre… e ritorna alla mente quanto a Vietri sul Mare negli anni 940 diceva la polacca Irene Kowaliska: la ceramica non è addizione, ma sottrazione… trionfo dell’essenziale. E giunge il momento in cui, come ogni percorso di vita, si decide di camminare sulle proprie gambe ed è la creazione della propria bottega, quello spazio dove poter vivere la propria dimensione artistica in piena libertà: è il 2016 ed Elvira Keller apre quell’uscio, in una piccola rientranza di Corso Mazzini, una delle belle e ordinate strade centrali di Faenza. Dice: «Amo molto lo spazio che ho trovato, mi si addice e mi somiglia, è su più livelli, come il mio lavoro». Una bottega affascinante, perfetta per Elvira, che si sviluppa su tre piani: a piano terra un piccolo shop dove vengono accolti clienti ed amici; al secondo piano è il laboratorio con forni e quant’altro serve al lavoro del ceramista; il terzo piano è riservato alla realizzazione di opere di una dimensione più ampia del solito e all’ospitalità: su un tavolo, infatti, campeggia un disegno in divenire di Alain Cancillieri, disegnatore e autore di leporelli (libretti a fisarmonica), al quale lei, di volta in volta, applica appropriati oggetti ceramici. Ma è anche il piano dell’ospitalità per dare saperi e partecipazione. «Seppure spostandomi in una bottega tutta mia, – dice la Keller – non ho voluto abbandonare lo spirito di condivisione; così spesso mi piace ospitare studenti e stagisti provenienti da scuole d’arte ceramiche italiane o straniere, ma anche artisti in residenza». Così da questo laboratorio di pensieri e manualità Elvira si sposta per le vie del mondo, partecipando a mostre, rispondendo alle richieste di importanti enti del mondo culturale. Nascono le collezioni, o sarebbe meglio dire “i periodi della vita” di Elvita: Garden Family, Altri mondi “per ricordarci che tutto ciò a cui teniamo va protetto, comprese piante, case e ogni essere vivente”. E partecipa al 57° Premio Faenza con “Le possibilità dei fili” opera di dimensione umana composta da una cabina in ceramica con un’intelaiatura in ferro; annota: «un posto intimo in cui chiunque può entrare e rifugiarsi». Ritorna alla mente quanto scriveva l’esule tedesco Stefan Andres della sua ultima casa di Positano nel libro “Terrazze nella luce”: «Cos’è una terrazza? E’ un nido ben costruito con i fili del silenzio». Un viaggio in Vietnam sollecita la fantasia di Elvira per le sue architetture acquatiche: e sono le palafitte, esili costruzioni che la ceramista disegna, traccia su bianche superfici piane o rotonde a raccontare un diverso segno, lontano eppure così vicino alla nostra storia antica di popolo marino. Quasi un sussurro dice: «Questi elementi architettonici tipici del paesaggio vietnamita sono diventati centrali nel mio lavoro». Nel 2019 è invitata in residenza presso il Benyamini Contemporary Ceramic Center di Tel Aviv e scopre quanta coesistenza può esserci tra l’architettura antica in contrapposizione con il moderno. Nascono “Vasi Comunicanti”, un’opera in cui “i diversi elementi, creati usando terre e tecniche diverse, dialogano tra loro creando un unico flusso continuo; un’opera che vuole rappresentare anche le diversità religiose, culturali e razziali che vivono in quella città e come queste diversità, unendosi, possono generare un continuo scambio”. A guardare la sua vasta e varia produzione sorge l’intimo bisogno di sapere come la definirebbe; risposta semplice e immediata: creativa, differente, morbida. Attualmente accanto alle sue ricerche e sperimentazioni, realizza collezioni di oggetti d’uso per la tavola, rito, per noi meridionali, solitamente di unione e incontro. E ritorna l’origine, il luogo natio, il legame con Napoli: a osservare i piccoli spazi della sua bottega si notano numerosi oggetti a richiamo di ex voto: «sono simboli a me molto familiari – dice Elvira – realizzati su stampi originali degli ex voto in argento che tanto riempiono gli altari delle chiese della mia città». Presidente dell’Ente Ceramica Faenza, cui sono iscritti una cinquantina di operatori del settore, non ha bisogno di snocciolare le numerose iniziative che quest’organizzazione di ceramisti realizza ogni anno: sono di dominio pubblico in quel mondo di creatività. Elvira Keller, una napoletana a Faenza; dice: «Anche se la mia curiosità mi spinge fuori e lontano, il mio immaginario mi riporta sempre a casa».





