Don Ciro, il prete che ha aperto una porta nel cuore delle persone - Le Cronache Cronaca
Cronaca

Don Ciro, il prete che ha aperto una porta nel cuore delle persone

Don Ciro, il prete che ha aperto una porta nel cuore delle persone

di Gaetano Amatruda

Sarò di parte in questa riflessione. Molto di parte. Ma per me don Ciro Torre è un gigante. Lo è per quello che ha fatto in tanti anni alla guida della comunità di Gesù Redentore, nel quartiere Europa di Salerno. Ma lo è soprattutto per il modo in cui lo ha fatto: senza clamore, senza cercare riflettori, mettendo ogni giorno la Chiesa al servizio delle persone. Io gli devo molto. Credo in Dio anche grazie a lui. Nei momenti più difficili della mia vita don Ciro c’è stato. Con una parola, con una telefonata, qualche volta semplicemente con la sua presenza. E ci sono persone che hanno questa capacità rara: non hanno bisogno di spiegarti Dio, perché in qualche modo riescono a fartelo incontrare. Don Ciro rappresenta la Chiesa nella quale credo. La Chiesa dell’impegno verso gli altri. La Chiesa che non giudica ma accoglie. Quella che prima di chiederti chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto o quanto sei stato bravo, ti apre una porta. La Chiesa della semplicità che diventa azione quotidiana. C’è un episodio personale che racconta meglio di tante parole chi è don Ciro. Quando decisi di sposarmi, per me non esistevano alternative: il matrimonio doveva celebrarlo lui. Mia moglie avrebbe preferito un’altra chiesa, anche per ragioni pratiche, più vicina al locale. Andammo a parlare con don Ciro: io, Valentina e mia suocera. A un certo punto mia suocera, forse pensando che quella confessione avrebbe raffreddato immediatamente i rapporti, gli disse: “Guardi che noi in chiesa non veniamo tutte le domeniche”. Don Ciro conosceva la nostra famiglia. Conosceva il nostro angelo Giamyla, conosceva le battaglie che ogni giorno si combattevano in quella casa. Le guardò e rispose più o meno così: “Non c’è bisogno che veniate in chiesa tutte le domeniche. Voi Cristo in croce lo avete a casa”. Gli bastarono poche parole. Poche parole per abbattere un muro e costruire un ponte. Poche parole per entrare nel cuore di mia moglie, che è scettica con tutti e concede fiducia con grande difficoltà. Da quel cuore don Ciro non sarebbe più uscito. È così, lui. Non misura la fede contando le presenze a Messa. Cerca la persona. Ne vede le ferite, la fatica, la dignità. E prova a starle accanto. Per capire don Ciro, però, non bastano i miei ricordi. Bisogna guardare a quello che ha costruito e a quello che fa ogni giorno. Bisogna pensare alla Casa di Nazareth, all’accoglienza, all’attenzione verso chi è rimasto indietro, ai poveri, alle famiglie in difficoltà, ai giovani. A un impegno quotidiano che molto spesso non finisce sui giornali e non diventa un post sui social. È il lavoro silenzioso delle cose concrete. Un pasto, ogni giorno e da anni, un letto, una mano tesa, qualcuno che ascolta. La dignità restituita a una persona quando quella persona pensa di aver perso tutto. In un tempo nel quale siamo tutti portati a raccontare quello che facciamo, don Ciro appartiene a un’altra scuola: prima si fa, poi — eventualmente — si racconta. E forse è proprio questo che spiega il legame così profondo tra lui e il quartiere. Dopo tanti anni, don Ciro non è semplicemente il parroco di Gesù Redentore. È diventato un pezzo della storia di quella comunità, delle sue famiglie, delle sue gioie e dei suoi dolori. Ha visto crescere bambini diventati adulti, ha celebrato matrimoni, battesimi e funerali. Ha accompagnato generazioni. E’ stato ed è punto di riferimento del quartiere ma anche di tanti che vengono da fuori. Ed è proprio per tutto questo che faccio fatica a comprendere la scelta dell’arcivescovo Andrea Bellandi. Non intendo giudicare le decisioni pastorali dell’Arcivescovo: non ne conosco tutti gli elementi e riconosco e so che le scelte appartengono alla sua responsabilità. Ma posso giudicare il modo in cui questa vicenda è stata gestita. E su questo il mio giudizio è severo. Una scelta così delicata, che interviene su un rapporto costruito in decenni tra un sacerdote e la sua comunità, aveva bisogno di ascolto, spiegazioni, presenza. Di verità e non di false promesse. È stata, a mio avviso, gestita male e comunicata peggio. E ancora più difficile da comprendere è il rapporto con i fedeli che chiedono semplicemente di essere ascoltati. Una Chiesa che predica l’ascolto non può sottrarsi all’ascolto quando le domande arrivano dal proprio popolo. Non incontrare i desideri di una comunità ferita, e rispondere alle sue richieste in una maniera che essa percepisce come distante o offensiva, rischia di trasformare una normale decisione pastorale in una frattura molto più profonda. Non penso che i fedeli pretendano di scegliere i parroci. Chiedono però di non essere considerati spettatori. Chiedono che quarant’anni di storia comune abbiano un peso almeno nel confronto, nel rispetto, nella capacità di spiegare una decisione. E credo che questo sia legittimo. Perché l’autorità non perde forza quando ascolta. Semmai ne acquista. In queste ore tanti stanno facendo sentire la propria voce perché vorrebbero che don Ciro restasse. Io fra questi. La mobilitazione racconta qualcosa che merita di essere ascoltato: non è soltanto affetto verso un sacerdote. È il riconoscimento di una vita spesa per una comunità. Io, certamente, ripeto, sono di parte. Sono dalla parte di quell’uomo che mi ha aiutato a credere. Dell’uomo che nei momenti difficili c’è stato. Del sacerdote che è riuscito con una frase ad aprire una porta nel cuore di mia moglie. Del parroco che da decenni prova ad aprire porte a chiunque ne abbia bisogno. Perché alla fine il Vangelo, prima ancora delle grandi parole, dovrebbe essere questo. Una porta aperta. Una mano tesa. Qualcuno che non ti giudica. E, soprattutto, qualcuno disposto ad ascoltarti. Don Ciro Torre, per me, è tutto questo. Nei piani alti qualcuno fa finta di non capire, qualcuno con la scusa di una finta modernità uccide il futuro.