Capodanno in Musica in Sicilia - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Capodanno in Musica in Sicilia

Capodanno in Musica in Sicilia

Di Olga Chieffi

E’ iniziato col belcanto all’italiana l’anno musicale in Sicilia, terra di grandissimi musicisti e ne basta citarne uno solo Vincenzo Bellini il cui massimo della sua città ne porta il nome. Da Catania si è guardato al mondo dell’operetta e il sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano, ha puntato tutto sui suoi capolavori natisulle rive del Danubio, come uno dei momenti della Belle époque. Il suo padrino è stato il valzer, la sua madrina l’eleganza e la sofisticata avventura sentimentale. E’ stata una forma di spettacolo compiutamente borghese, con le sue evasioni nel bel mondo, con i suoi principi fasulli e le sue belle dame oneste e avventurose. Il valzer, col suo girare in tondo, con le sue ebbrezze veloci, con il suo magico distendersi nella felicità più immediata, rappresentava lo scintillio di un momento di magia, di abiti svolazzanti e di divise che non avevano più nulla di marziale. Perfetto per un concerto di Capodanno che punta, un po’ dappertutto, agli stucchi dorati del Musikverein. dell’Impero in decadenza, i violini evocavano i bei caffè di Vienna e Budapest, i saloni dei nobili, e perfino i sogni delle sartine. In mancanza di un turismo organizzato ecco le puntate nell’esotico, fra paesi fantastici di ipotetiche Balcanie e crociere in Orienti da cartolina. Un po’ di tenerezza e un po’ d’amore , da contrapporre agli eroi wagneriani con lance e scudi e al Risorgimento verdiano. Non più Nabucchi e Sigfridi, ma vedove allegre e dall’ago al milione, simbolo dello spirito borghese ispirato al dio danaro, anche in amore. Il valzer viennese, che tanto ha condizionato l’operetta, aveva avuto come profeta Johann Strauss junior. Un romanticismo un po’ edulcorato, senza problemi, senza traumi, da vivere alla giornata, abbracciati nei ritmi un-due-tre della musica più appassionata e divertente. Ma l’operetta era stata anche dissacrazione, ai tempi di Offenbach, quando metteva in berlina gli ebrei e le mitologie e puntava sui sentimenti della gente comune. Lì c’era anche il sacro fuoco dell’arte, acceso in una Parigi che poteva ridere ai couplets della “Bella Elena” e sorridere della sua “Vita” brillante. Strauss non aveva poi, creato un capolavoro come il “Pipistrello”, nella sua Vienna popolata di donne, vino e canto? L’aria di Parigi, coi suoi sapori un po’ vietati, col suo Chez Maxim’s, era come un profumo sopraffino, e l’operetta viennese non poteva farne a meno. Quando, lasciato alle spalle l’Ottocento, il genere scivolò nella più modesta piccolo borghese, fu soprattutto Franz Lehar a prenderne su di sé l’eredità. Le melodie divennero più facili, più bonarie, i dialoghi meno “letterati”: alla brillantezza si sostituì un pizzico di malinconia, con qualche dose di folklore tzigano. Il compito di schizzare questo mondo è stato affidato all’Orchestra e il Coro del teatro, guidati da Andrea Sanguineti. Accanto a lui il soprano Donata D’Annunzio Lombardi e il tenore Alessandro Scotto di Luzio, mentre il coro è stato preparato dal maestro Luigi Petrozziello. Applausi per le voci, con il soprano Donata D’Annunzio Lombardi, perfetta per i personaggi di questo particolare mondo che è andato ad interpretare, graziosa, straripante ricchezza di personalità, riserbo, compostezza e grande tecnica, in possesso di quello scanzonato appeal che si deve comunque accompagnare a questo genere. Il programma, che ha salutato quale aria di sortita del soprano “Mein Herr Marquis (Signor marchese)”, insieme al Coro, momento di grande colore e ironia, passando poi il testimone al lirismo appassionato di Lehár col tenore impegnato in “Dein ist mein ganzes Herz (Tu, che m’hai preso il cuor) da Das Land des Lächelns (Il paese del sorriso), passando per l’Emmerich Kálmán, di Die Csárdásfürstin (La principessa della csárdás) e Gräfin Mariza (La contessa Mariza), tra duetti appassionati, il pittoresco zingaresco e melodie cariche di nostalgia, che mettono in luce l’intesa e la personalità dei due solisti e il dialogo costante con il Coro, il concerto è culminato con alcune delle pagine più amate di Lehár, tratte da Die lustige Witwe (La vedova allegra), come il poetico Vilja-Lied (Canto di Vilja) e il brillante coro “O kommet doch” (Oh venite dunque)”, esempi di lirismo e vivacità teatrale, La D’Annunzio ha esaltato l’aria di “Vilia, o Vilia, ninfa del bosco”, e insieme ad una pari ammirevole voce, del tenore Alessandro Scotto di Luzio quella del Conte Danilo Danilowitsch, di grande disinvoltura, forte di un fraseggio elegante e di un’emissione fluida che non ha avuto alcuna difficoltà nel cesellare i preziosismi del duetto. Non sono mancati, naturalmente i brani strumentali quali l’Ouverture da Die Fledermaus, di Johann Strauss jr., con il suo Du,un, du, il maestoso Kaiser-Walzer e l’intramontabile An der schönen blauen Donau, il secondo inno austriaco, accanto ai travolgente Unter Donner und Blitz, elogio di cassa e piatti e l’esercizio di precisione per gli archi, Pizzicato-Polka e l’ouverture da Der Zigeunerbaron, di Johann Strauss jr. Applausi per tutti e passaggio al Massimo di Palermo, dove a offrire un talismano di piccole ebbrezze al pubblico del Nuovo Anno è stata l’Orchestra diretta da Lorenzo Passerini, e il Coro del Teatro Massimo diretto dal Maestro Salvatore Punturo, con ospiti il soprano Federica Guida, giovane soprano in carriera, che ha giocato in casa, e il tenore Galeano Salas, reduce dal Nabucco al teatro Verdi di Salerno, nel ruolo di Ismaele. Il programma ha offerto pagine amate del melodramma a cominciare dalla Sinfonia della Forza del Destino, con i suoi tre accordi iniziali latori di riflessione e il solo evocativo del clarinetto, per poi passare al coinvolgente coro del Trovatore “Vedi! Le fosche notturne spoglie… Chi del gitano i giorni abbella?”. Ed ecco, la Federica Guida esordire nel teatro di casa con “Un bel dì vedremo” da Madama Butterfly, un’interpretazione cesellata come un gioiello, piena di delicatezza e cura dei dettagli, che esalta le speranze di Butterfly e lascia intravvedere la visione della morte. Galeano Solas ha dato voce al Duca di Mantova con “Ella mi fu rapita… Parmi veder le lagrime” musicalità istintiva, scavo della parola, naturalezza d’emissione le sue caratteristiche. L’orchestra si è cimentata ne’ “La danza delle ore” da La Gioconda di Amilcare Ponchielli e quindi il coro del Va’ pensiero, ancora più “sentito” in tempi oscuri, di guerra come questi. Il tenore ha schizzato quindi un convincente Nemorino di grana, chiara, giocato sulla qualità di saper muovere la sua voce, una linea pura elevata con una originale libertà di andamenti melodici. In scena anche il baritono Francesco Bossi per “Vin ou bière, bière ou vin” da Faust, prima di applaudire ancora la Guida, tra acuti e filati e tornitissimi e Solas nel duetto dal primo atto di Bohème. Abbraccio caloroso del pubblico in sala e la Traviata che attende la Federica Guida all’ Opéra National de Bordeaux “Io decisi di studiare canto proprio dopo aver visto una Traviata al teatro massimo, quando avevo 15 anni. Oggi a distanza di 14 anni da quel momento finalmente la debutto in una grande produzione diretta da Tito Ceccherini e la regia di Pierre Rambert, cast internazionale in cui ci sarà anche il nostro conterraneo Ernesto Petti”.