Bagni sporchi al Maradona: tifoso fa causa al Napoli - Le Cronache Ultimora
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Bagni sporchi al Maradona: tifoso fa causa al Napoli

Bagni sporchi al Maradona: tifoso fa causa al Napoli

di Peppe Rinaldi

 

I servizi igienici del San Paolo-Maradona sono in condizioni pessime. Pure il seggiolino che mi è stato assegnato non è quello giusto e si trova tre file più in alto. E poi: ho comprato l’abbonamento alle partite del Napoli al prezzo di circa 1.500 euro ma, se avessi pagato di volta in volta gli ingressi, avrei risparmiato, ho fatto i conti, quindi sono stato ingannato: De Laurentiis (il Napoli Calcio spa, nda), dunque, mi risarcisca. Fu così che un giorno di qualche anno fa un signore di Cava de’ Tirreni decise di fare causa alla società calcistica lamentando di essere stato raggirato, certo non nell’accezione penalistica del termine. La storia è relativamente vecchia, è la sua morale, però, ad essere tuttora vivente.

L’italiano medio è strutturalmente litigioso, lo sappiamo, su questa particole tendenza nazionale sono state scritte montagne di articoli e presentati centinaia di studi e rilevamenti statistici nel corso del tempo. Indro Montanelli spesso citava i personaggi di Pirandello (o di Verga) per spiegare il carattere dei siciliani e degli italiani in generale. Usava l’immagine dell’uomo che preferisce “morire di diritto” piuttosto che trovare un accordo di buon senso, identificando nel famoso Don Lollo della piéce “La giara” del Nobel agrigentino, l’archetipo dell’italiano che vede nel tribunale una specie di arena di onore: “Sellate la mula” era l’ordine che la servitù del latifondista, personaggio centrale dell’opera, subito associava all’ennesimo viaggio in città presso lo studio dell’avvocato Scianca, per affidargli chissà quale nuova causa, chissà contro chi e per chissà quale motivo. Quell’ordine, oggi, è diventato una specie di modo di dire, spesso ricorre nel celeberrimo libro di Stella e Rizzo, “La Casta”, manuale e base ideologica dei populismi cosiddetti.

 

Brava gente ma litigiosa

 

Italiani brava gente? Sì – diciamo –  ma litigiosa, pronta a trascinare in tribunale chiunque e per qualunque motivo, anche il più disparato, irrilevante, insignificante. Anche se non conveniente. La vicenda del cittadino cavese che va dall’avvocato, gli spiega la situazione, gli paga l’acconto di una parcella che dovrà poi versare per intero indipendentemente dall’esito processuale (l’obbligazione tra cliente e avvocato è «di mezzi» e non «di risultato», si sa) e che di certo supera il valore della causa stessa, rientra a pieno titolo tra i casi-tipo di un fenomeno noto e sempre attuale. Ogni ora, insomma, c’è la messa in opera di un mattoncino in cima al grattacielo di faldoni che sovrasta e intasa la giustizia del Paese, pur se oggi in buona parte virtuali. Con gli altrettanto noti effetti sull’economia, sul lavoro e così via.

Scorrendo la sentenza di questa stravagante-ma-non-troppo lite (iscritta al n.R.G. 3217\2017) dell’Ufficio del Giudice di Pace di Cava de’ Tirreni, si capisce che stavolta il caso è finito in mano a un GdP che il diritto lo conosce, che non ha esercitato la difficile arte del giudizio a mentula canis, diremmo oggi latineggiando per dire di chi opera con superficialità («a caxxo di cane», insomma), come spesso avviene in questi uffici. Il giudice in questione si chiama Nicola Mazzarella, già segnalatosi tempo prima per una importante assoluzione del giornalista Vittorio Feltri in uno dei miliardi di processi intentati contro di lui.

L’attore della causa, il signor N.M., residente a Cava de’ Tirreni, sosteneva di essere un abituale abbonato alle partite del Napoli Calcio, di essere titolare della tessera del tifoso, di aver acquistato l’abbonamento per la stagione sportiva 2016\2017 confidando in uno sconto rispetto all’acquisto dei biglietti delle singole partite. Infatti, il prezzo dell’abbonamento annuale che pagò per assistere alle partite dalla “Tribuna Posillipo” fu di 1.510 euro, mentre all’inizio e nel corso di tutta la stagione sportiva il costo dei biglietti, per il medesimo settore e per le 19 partite giocate, fu ridotto e chi li acquistò singolarmente ebbe un esborso complessivo calcolato in 975 euro. Lamentava, ancora, disagi e disservizi come l’essere stato costretto, per erronee informazioni, a scegliere un posto di tre file arretrato rispetto a quello occupato in precedenza; a passare attraverso i tornelli come gli acquirenti domenicali; a sedere su seggiolini sporchi e instabili e usufruire di servizi igienici indecorosi. Tutto questo, in pratica, per poco più di 500 euro (la differenza tra il costo dell’abbonamento e il totale delle singole partite), oltre ai sopravvenienti, soliti danni personali che ogni causa civile che si rispetti paventa. Per questo inadempimento contrattuale causato – a suo dire –  dalla violazione dei principi di buona fede e correttezza e, più in generale, per violazione dei doveri di solidarietà nonché per violazione di precetti civilistici (artt. 1337, 1338, 1440 c.c.) il pirandelliano cittadino della Campania chiedeva al giudice di condannare il Napoli calcio al pagamento di 1.032 euro per danni e alla restituzione dei 535 euro di differenza, ovviamente con la vittoria delle spese di lite: tra le ragioni invocate, per il tramite del suo avvocato (Erich Grimaldi), c’è quella secondo cui il “comune sentire” indica che un abbonamento sia in automatico meno costoso del comprare di volta in volta i biglietti.

Il giudice Mazzarella, però, non l’ha vista così, anzi. In primo luogo ha spiegato che nel nostro ordinamento non esiste il «contratto di abbonamento», cioè non è categoria tipizzata, come si dice in gergo tecnico. Idem per il «comune sentire», infatti il GdP sottolinea che “neppure ne fa parte, non è entrato nel nostro diritto vivente”. Senza procedere oltre nel dettaglio,  il giudice alla fine rigetterà la domanda del cittadino compensando, però, le spese di lite perché, non essendoci una giurisprudenza univoca, l’attore aveva potuto comunque nutrire delle aspettative. Fino al prossimo “Sellate la mula”, si immagina.