Asl condannata dal tribunale al risarcimento - Le Cronache Cronaca
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Asl condannata dal tribunale al risarcimento

Asl condannata dal tribunale al risarcimento

Un intervento chirurgico programmato per l’asportazione di una massa tumorale, una grave emorragia durante l’operazione e la morte di un uomo di appena 54 anni. A distanza di otto anni da quella tragedia, arriva una decisione destinata a segnare un passaggio importante nella lunga battaglia giudiziaria intrapresa dalla famiglia per ottenere giustizia. Il Tribunale di Salerno ha accertato la responsabilità contrattuale dell’Asl Salerno per il decesso del paziente, avvenuto nel 2018 presso l’Unità operativa di Urologia dell’ospedale “Maria Santissima Addolorata” di Eboli, condannando l’azienda sanitaria a risarcire il coniuge e i due figli con una somma complessiva di quasi un milione di euro, oltre agli accessori previsti dal provvedimento. A stabilirlo è stata la giudice Simona D’Ambrosio, della Seconda Sezione Civile del Tribunale di Salerno, con un’ordinanza emessa il 14 ottobre 2026, al termine di un procedimento avviato nel novembre 2019 e caratterizzato da approfondimenti medico-legali e consulenze tecniche. La vicenda risale al 2018, quando al paziente era stata diagnosticata una voluminosa formazione tumorale alla ghiandola surrenale destra, delle dimensioni di circa 8 centimetri. L’uomo era stato ricoverato per essere sottoposto a un intervento programmato di surrenalectomia, eseguito inizialmente attraverso una tecnica laparoscopica mininvasiva. Durante l’operazione, tuttavia, si verificarono gravi complicazioni emorragiche provocate dalla lesione della vena cava inferiore, uno dei principali vasi sanguigni dell’organismo. Nonostante la conversione d’urgenza dell’intervento in chirurgia a cielo aperto e i tentativi di rianimazione, il paziente morì in sala operatoria. Da quel momento ha avuto inizio il percorso giudiziario della famiglia, assistita dall’avvocato Luciano Trofa, che ha contestato la correttezza delle scelte chirurgiche e chiesto l’accertamento delle responsabilità. Determinanti, ai fini della decisione, sono state le conclusioni del nuovo collegio di consulenti tecnici d’ufficio, nominato nel 2023 dopo che le precedenti valutazioni peritali avevano evidenziato contraddizioni ritenute insanabili dal Tribunale. I nuovi esperti, dopo aver esaminato la documentazione sanitaria e la letteratura scientifica, hanno individuato due distinti profili di responsabilità nella condotta dei sanitari. Il primo riguarda la scelta iniziale della tecnica operatoria. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, le dimensioni della neoplasia, pari a 83 per 65 millimetri, avrebbero richiesto il ricorso alla chirurgia tradizionale a cielo aperto, considerata più appropriata per garantire un’adeguata esposizione del campo operatorio e affrontare il rischio di aderenze con importanti strutture vascolari. Il secondo profilo riguarda la gestione dell’intervento. Una volta riscontrata la presenza di forti aderenze tra il tumore e la vena cava inferiore, l’équipe avrebbe dovuto procedere immediatamente alla conversione della tecnica chirurgica oppure sospendere l’operazione, rinviando l’asportazione dopo un consulto con uno specialista in chirurgia vascolare. La decisione di proseguire per via laparoscopica, nonostante le difficoltà emerse, è stata invece ritenuta determinante nella lesione del vaso sanguigno e nella conseguente emorragia massiva. Una condotta che i consulenti hanno qualificato come gravemente colposa per imperizia e imprudenza, escludendo che l’accaduto potesse essere considerato una complicanza imprevedibile e inevitabile, come sostenuto dall’azienda sanitaria. Il Tribunale ha recepito integralmente queste conclusioni, riconoscendo il nesso causale tra la condotta dei sanitari e il decesso del paziente. Nella valutazione ha assunto rilievo anche la circostanza che il tumore, secondo gli accertamenti istologici, fosse ancora intracapsulare e classificato al secondo stadio. La letteratura scientifica richiamata dai consulenti indicava, per pazienti con caratteristiche analoghe, una probabilità di sopravvivenza a cinque anni intorno al 60%, elemento considerato significativo per stabilire che una diversa gestione chirurgica avrebbe potuto evitare l’esito fatale secondo il criterio civilistico del “più probabile che non”. Particolarmente rilevante anche l’entità del risarcimento riconosciuto ai familiari, calcolato applicando le Tabelle di Milano del 2024 per il danno da perdita del rapporto parentale. Alla moglie, che all’epoca dei fatti aveva 47 anni, sono stati riconosciuti 316.791 euro; alla figlia, allora 23enne, 332.435 euro; al figlio, che aveva appena 18 anni, 340.257 euro. Complessivamente, il risarcimento per la perdita del rapporto parentale ammonta a 989.483 euro, ai quali si aggiungono 6.764,80 euro per le spese funerarie e cimiteriali, oltre agli interessi e alla rivalutazione nei termini stabiliti dal giudice. L’Asl Salerno è stata inoltre condannata al pagamento delle spese processuali e delle consulenze tecniche. Accolta anche la domanda di garanzia nei confronti della compagnia AmTrust Assicurazioni, chiamata a rimborsare l’azienda sanitaria per gli importi eccedenti la franchigia contrattuale di 100mila euro, entro il massimale di polizza di cinque milioni. Soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Luciano Trofa, che ha seguito la famiglia sin dalla fase dell’accertamento tecnico preventivo fino alla decisione di merito. «È una decisione che restituisce fiducia nella giustizia e riconosce alla famiglia una verità attesa da anni», commenta il legale. «Questo risultato è frutto di un lungo lavoro tecnico e processuale, condotto con rigore, e dimostra che la tutela dei diritti passa dalla serietà dell’istruttoria e dalla perseveranza». Una vicenda dolorosa, segnata dalla perdita improvvisa di un marito e di un padre, che trova oggi una risposta sul piano giudiziario. Il risarcimento non potrà restituire alla famiglia il proprio congiunto, ma il provvedimento riconosce le responsabilità accertate e il diritto dei familiari a ottenere ristoro per le conseguenze di una morte che, secondo le conclusioni recepite dal Tribunale, avrebbe potuto essere evitata.