Macbeth: il sogno “noir” del potere - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Macbeth: il sogno “noir” del potere

Macbeth: il sogno “noir” del potere

di Olga Chieffi

Oggi in pomeridiana, alle ore 18 e martedì alle 20, il sipario del teatro Verdi si leverà sul Macbeth di Giuseppe Verdi. Un vero guanto di sfida, lanciato dalla direzione del nostro massimo, ieri presente al completo in conferenza stampa, verso un sonnolento pubblico salernitano, che sarà posto di fronte ad un Verdi che non conosce, un Verdi teso al raggiungimento dell’opera d’arte completa, della parola scenica “della parola che scolpisce e rende netta ed evidente la situazione”, due massimi nomi che s’incontrano per la prima volta, William Shakespeare e Verdi, poeta e compositore, che insieme sono riusciti a non fare né poesia né musica, ma Teatro. La conferenza stampa è stata inaugurata dal segretario artistico Antonio Marzullo, il quale ha emanato un vero e proprio proclamo circa gli eventi che tireranno il rush a questo fine d’anno, ove ci sarà veramente da stare ogni sera al massimo cittadino, ringraziando in primis tutte le istituzioni e illustrando la progettualità di un massimo che intende aprire le porte a tutti, dai ragazzi con il progetto educational, a quanti frequentano altri generi di musica, dal jazz, a certo crossover, al pop, affermando quanto sia difficile iniziare, crescere e soprattutto “mantenere” il target e il successo”. Riccardo Canessa che firmerà la regia di quest’opera, supportato dalle scene e i costumi di Alfredo Troisi, corona il primo dei suoi sogni, ovvero, quello di realizzarla con Daniel Oren (l’altro è immaginare un Falstaff), e anche di ascoltarlo dalla sua bacchetta per la prima volta, su di una scena fatta d’ombra ed evocazioni. Macbeth è tragedia della conoscenza, cioè della difficoltà che l’uomo ha di conoscere se stesso, i propri simili, il proprio destino. Shakespeare la scrisse nel 1606 ed è il simbolo di una dialettica instancabile fra una storia intesa come sviluppo necessario e una volontà che quello sviluppo cerca di prevedere e prevenire, incanalare e piegare: una forma, dunque, inizialmente chiusa, ma continuamente riaperta dalla certezza e poi, dalla sconfitta dell’attesa, dalla razionalità e poi, dall’irrazionalità dell’azione, dalla conferma di una logica superiore e poi, dal colpo di scena, il tutto sovrastato dal dispiegamento allegorico-moralistico del destino comune, e dal disegno teleologico, per non dire millenaristico, dell’avventura umana. Macbeth diventa allora il terreno di confronto fra due retoriche opposte, quella della profezia e quella dell’imprevedibilità e, si noti, su di un canovaccio storico, che accampa tutti i motivi più tradizionali del teatro dei re: la ragione provvidenzialistica del potere, la correlazione fra l’ordine terreno e l’ordine cosmico, l’inviolabilità del sovrano, la condanna del suddito ribelle, la rivincita delle forze del bene…Per questo Macbeth è una grande tragedia dell’interrogazione di sé e degli altri, dell’oscurità degli oracoli, dell’attesa mai esaudita che i fati si compiano, del tempo che non passa mai o che passa troppo in fretta, sconvolgendo ogni calcolo. Il disegno dell’opera è annunciato nella prima scena: fra le profezie-indovinelli delle streghe, il destino viene segnato, ma, da subito, al di fuori dei suoi consapevoli propositi, e a spese del suo orientamento. Ma Macbeth che avrà la voce di Roman Burdenko, sarà sempre incerto sul valore delle parole dei vaticini: la profezia è portata a giocare a favore della sorpresa essa diventa fonte di apprensione, di dubbio, di paura e poi, di peripezia, proprio nel momento in cui si constata che in essa risiede, ma innaturalmente e scandalosamente, la verità. Il meccanismo drammaturgico viene sospeso pericolosamente in un vuoto di valori: Macbeth ha ragione di chiedersi, e noi con lui, quale bene possa venire da una verità che per l’orrore fa rizzare i capelli sulla testa, e martellare il cuore contro le costole. Quello che Macbeth realizza è la sovrapposizione e l’assorbimento della tentazione nel soprannaturale, un soprannaturale che divide perché si presenta diviso fra le pari possibilità di menzogna e verità, che non può essere buono e non può essere cattivo, che è neutro, insomma, orientato in un verso e nel suo contrario, perché è in quanto ribellione contro natura, che esso mantiene le promesse che paga, che non delude. Ecco come la strategia dell’ordine e della giustizia superiore si integra drammaticamente con la strategia del disordine e dell’imprevisto. Dopo le prime scene la parola “bene”, sarà sinonimo di “male” e viceversa, la verità si annuncerà di facile lettura, eppure, continuerà a stupire, a comandare è sempre il sovvertimento della natura che sentiremo annunciare all’inizio e riproporre nella grande scena del confronto tra Macbeth e Lady Macbeth, per la quale è annunciata una grande Ewa Plonka e che verifichiamo nei delitti che segnano la carriera dell’usurpatore. E’ questo sovvertimento a rendere anche la sua fine certa e sorprendente insieme, naturalissima eppure incredibile in termini naturali. All’epitasi della tragedia, nuovamente di fronte alle streghe e alle visioni che producono, Macbeth ascolta i segni distintivi della retribuzione che lo aspetta, ma li interpreta come “dolci presagi” perché impossibili in una logica naturale. La partitura, ha affermato il Maestro Oren, è dominata da sonorità scure e da un uso innovativo dell’orchestrazione, concepita per sottolineare la paranoia, l’ambizione e il delirio dei protagonisti. Verdi pretese una vocale “aspra e soffocata” per Lady Macbeth, privilegiando la declamazione drammatica rispetto alla pura bellezza del canto, come ben evidenziato nella celebre scena del sonnambulismo “Una macchia è ancora qui”. Il coro, affidato a Francesco Aliberti, riveste un ruolo di primaria importanza, assurgendo a vero e proprio personaggio collettivo della tragedia. In particolare, il coro femminile delle streghe apre l’opera imponendo un clima fantastico, grottesco e demoniaco che guida il destino di Macbeth. Il coro dei profughi scozzesi “Patria oppressa”, commovente vertice lirico dell’Atto IV, incarna il dolore universale di un popolo oppresso dalla tirannide. Straordinari i concertati in cui, attraverso una raffinata scrittura polifonica, Verdi contrappone lo sgomento e il senso di colpa dei protagonisti all’orrore collettivo degli astanti. Emblematico è il finale del primo atto, “Schiudi, o terra”, dove il terrore per la morte di Re Duncano esplode in un coro d’insieme monumentale e solenne. Egualmente, il concertato del banchetto nel secondo atto, in cui le allucinazioni di Macbeth spezzano brutalmente la festa tra il panico della corte e la disperata determinazione della Lady. In queste pagine, la musica non arresta l’azione, ma ne scava l’abisso psicologico, trasformando la massa corale nello specchio della coscienza dei protagonisti. Di livello il cast con Riccardo Zanellato nel ruolo di Banco, Gaetano Salas in quello di Macduff, Enzo Peroni Malcom. A completare il cast, Miriam Artiaco, Dama di Lady Macbeth, Carlo Striuli nel ruolo del Medico e in Prima apparizione, Filomena Rega per la Seconda apparizione e Giada Campione per la Terza apparizione. L’estrema, imprevedibile realizzazione della verità profetica sarà, dunque, insieme, la smentita di una profezia malintesa, di fronte alla quale Macbeth si mostrerà finalmente diviso. Il confronto fra verità e invenzione, produce qui la sua versione tragica, sia nel momento del trionfo, quando lavora in Macbeth la consapevolezza di una mancanza, di una inadeguatezza al ruolo che impersona, che si esprime nell’angoscioso dubbio sulle misure di ciò che indossa, sia nel momento della sconfitta, quando la sua stessa storia gli è diventata indecifrabile. “La vita…che importa?../E’ il racconto d’un povero idiota;/Vento e suono che nulla dinota!”.