Cudini: Per la Salernitana c'è tempo - Le Cronache Salernitana
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Cudini: Per la Salernitana c’è tempo

Cudini: Per la Salernitana c’è tempo
A Salerno ha lasciato un pezzo di cuore, lui che ha vinto un campionato da protagonista e che probabilmente avrebbe meritato una chance anche in A al pari di altri compagni lasciati partire troppo presto. L’Arechi, per Mirko Cudini, è una sorta di seconda casa. Uno stadio nel quale ha provato emozioni indelebili e che, chissà, in futuro potrebbe vederlo nuovamente in prima linea in veste di allenatore. L’ex trainer di Giugliano e Campobasso, tra le vecchie glorie presenti in città il 19 giugno, ha rilasciato un’intervista esclusiva a Cronache parlando di passato, presente e futuro. Non sono mancati gli spunti di riflessione e i “consigli” a patron Iervolino, invitato quantomeno a prendere in considerazione il segnale d’apertura lanciato da Aniello Aliberti durante la trasmissione “Granatissimi”. Ecco le sue dichiarazioni:
Salernitana a -9 dalla vetta e Cosmi a rischio esonero, se lo aspettava?
“Sinceramente no, purtroppo però in piazze come Salerno si devono produrre risultati e queste voci fanno parte del gioco. Mi è capitato di vedere qualche partita della Salernitana, quello che noto è una grande discontinuità nell’arco della stessa gara. Prendiamo ad esempio il match interno contro il Bari. Settanta minuti di difficoltà, poi una reazione da big e un successo che ha scatenato l’entusiasmo del pubblico. Ma serve a poco se poi non scatta la scintilla anche in trasferta. Io sono convinto sia un problema di natura psicologica, non tecnico-tattico. L’organico costruito in estate è di tutto rispetto, ma manca l’atteggiamento da squadra top che vuole dominare l’avversario dando la sensazione di essere superiore. Tuttavia il campionato è ancora molto lungo e c’è la possibilità di rientrare in gioco per la prima posizione. Ma ora i granata devono accelerare”.
Cosa sta mancando per alzare definitivamente l’asticella?
“Io parto da un presupposto: la rosa è competitiva. A mio avviso, in attacco, la Salernitana è ancora più attrezzata rispetto alla scorsa stagione. Secondo me la testa conta tanto e manca  – come detto – quel piglio da big che mette pressione all’avversario. Nei 15 minuti contro il Bari si è vista, forse per la prima volta, la voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di farsi trascinare dal pubblico. La rimonta è stata una logica conseguenza. In quella fase i granata hanno avuto fame, si sono portati avanti con determinazione e hanno chiuso la capolista all’interno della propria area di rigore. Quello che purtroppo e inspiegabilmente è mancato in tante altre partite contro rivali di un livello inferiore. Non c’è un tipo di gioco dominante, spesso è questione di mentalità”.
Con Lescano in campo zero cross e zero azioni pericolose, poi esce il bomber e i granata attaccano pur senza riuscire a segnare…
“Siamo a cospetto di un vero e proprio paradosso tattico. Non so se dipenda dall’impostazione della gara o dalla scarsa capacità di sfruttare le caratteristiche di un bomber come Lescano, ma ribadisco un concetto: l’attacco della Salernitana è di spessore assoluto per la categoria. Personalmente penso che Lescano e La Gumina siano complementari e che debbano giocare assieme. Un rapace dell’area di rigore e un altro tecnicamente dotato e bravo a cucire il gioco muovendosi su tutto il fronte offensivo. Chiaramente peccano un po’ nella fase di non possesso e raramente li ritroveremmo a pressare il portatore di palla avversario, ma basta organizzarsi negli altri reparti per garantire copertura e sopperire nel migliore dei modi. Aggiungo: Djamanca è un altro giocatore che mi piace e che può mettere entrambi in condizione di far male alle difese”.
Avere un proprietario che non aspetta altro che la cessione della società può incidere su questi risultati altalenanti?
“Secondo me no. Anzi, mi risulta che i calciatori e tutti i tesserati vengano messi sempre nelle migliori condizioni per svolgere il loro lavoro. Sicuramente le due retrocessioni consecutive hanno lasciato strascichi nell’ambiente e possono aver fatto perdere entusiasmo alla proprietà, ma il rendimento in campo esula da aspetti extrasportivi. Il vero problema è relativo alla comunicazione. Vedo scarsa empatia tra le varie componenti e, in una città passionale, è un handicap che pesa parecchio. E’ una Salernitana senza identità”.
Nelle ultime ore il suo ex presidente Aliberti si è detto pronto ad affiancare Iervolino proprio per spiegargli cosa significhi rappresentare una realtà blasonata come la Salernitana…
“Sono rimasto favorevolmente colpito, non mi sarei aspettato un’uscita pubblica così decisa e un messaggio netto indirizzato alla proprietà. Stiamo parlando di una persona che conosce perfettamente il calcio, che ha vinto un campionato a Salerno e che ha sempre saputo circondarsi di persone competenti. E’ stato un presidente top sul piano organizzativo e della comunicazione, la sua esperienza tornerebbe utilissima a Iervolino. Rivederlo in pianta stabile, e da protagonista, al fianco della Salernitana mi farebbe enormemente piacere. Non posso che parlare bene di Aliberti”.
Eppure il mondo ultras e la tifoseria condannano l’ex patron senza appello per quel fallimento del 2005…
“Nel calcio, come nella vita, si tende sempre a ricordare solo le cose negative. Sicuramente sono stati commessi quegli errori, ma su quella vicenda ci sarebbe tanto da dire. Io ribadisco la mia preoccupazione per una Salernitana senza identità e che non riesce a trascinare la gente come sempre è accaduto nella storia. E una figura come Aliberti non potrebbe che far bene”.
Ogni volta che lei e i suoi compagni tornate a Salerno c’è sempre un clima di festa, al punto che le nuove generazioni acclamano più voi che gli attuali tesserati pur avendovi vissuto solo attraverso i racconti dei padri e dei nonni…
“Devo dire che ho notato anche io questa cosa. Da un lato mi fa piacere: significa che abbiamo lasciato il segno soprattutto dal punto di vista umano e che le nostre gesta sportive vengono tramandate ai giovani affinché possano avere con noi un rapporto di affetto e di rispetto che duri nel tempo. Dall’altro, però, sono dispiaciuto. E’ grave che oggi un tifoso vada allo stadio e non riconosca i propri beniamini. Purtroppo i tempi sono cambiati. La nostra era un’epoca senza social, in cui davamo peso al rapporto umano avvertendo necessità di vivere il territorio per incarnare in campo i valori della gente. L’Arechi era pieno e spingeva perché creavamo una simbiosi che faceva la differenza. Ci sono stati momenti negativi, ricordiamoci sempre che prima della grande cavalcata del 97-98 rischiammo di retrocedere e ci salvammo in extremis. Eppure il pubblico non ci ha mai abbandonato, nel quotidiano amici e tifosi ci garantivano un supporto psicologico che faceva la differenza. E questo può accadere quando fai capire che sei uno di loro”.
Angolo amarcord: quale il ricordo più bello?
“Impossibile dirne uno soltanto. Mi soffermerei sulla forza di un gruppo meraviglioso, capitanato da quel Grimaudo che era per distacco il capopopolo all’interno dello spogliatoio. Ricordo quando entrò in campo con un cavallo. Incredibile. E poi Carlo Ricchetti. Un uomo vero che manca a tutti e con cui ho condiviso buona parte del mio percorso professionale. Non potrò mai dimenticare quanto accadde nell’estate del 1997, quando rientrammo dal ritiro di Tenna e trovammo 200 persone a Capodichino che ci diedero carica garantendoci il loro sostegno incondizionato per tutto l’arco della stagione. Da lì capimmo che potesse essere un’annata magica, ancor di più dopo lo 0-3 di Venezia che ci portò al primo posto”.
Lei batte molto sul tema del legame tra squadra e tifoseria…
“In alcune città è imprescindibile creare un rapporto osmotico e fa male pensare che a Salerno ci sia un clima più freddo e distaccato. E’ vero che, anche nel tifo, sono cambiate le generazioni. E’ altrettanto vero che, nei momenti decisivi, la piazza ha sempre risposto con numeri eccellenti a prescindere dalla categoria. Ma il trasporto collettivo non è quello che ho imparato a conoscere e apprezzare nel tempo. Ovviamente i risultati contano molto e le due retrocessioni di fila sono difficili da assorbire. Tocca ai calciatori lavorare sul discorso identitario, migliorando la comunicazione. Sarò ripetitivo, ma Aliberti in questo dimostrò di essere bravissimo”.
Di recente ha sfidato la Salernitana da allenatore: che sensazione ha provato?
“Giugliano-Salernitana, una bella partita. Due realtà con obiettivi diversi: noi dovevamo salvarci, loro puntavano alla vittoria del campionato ed erano reduci da quattro successi di fila. Partimmo bene, poi i cambi incisero tanto e loro la ribaltarono nel finale e nel nostro momento migliore. Una sconfitta immeritata che lasciò qualche strascico sotto il profilo psicologico, tale da “giustificare” le sconfitte successive. Fu una bella emozione affrontare la Salernitana”.
Dove la vedremo in futuro?
“Aspetto la chiamata giusta, ho voglia di rimettermi in pista. In passato non mi è stato dato il tempo necessario per incidere, ma noi dipendiamo dai risultati e fa parte del gioco. Un futuro alla Salernitana? A piedi e di corsa. Tornare in quello stadio sotto un’altra veste sarebbe gratificante. Ma ora sosteniamo Cosmi e speriamo che sabato possa arrivare una bella vittoria”.
Gaetano Ferraiuolo