Eboli, le amicizie pericolose di Luca Sgroia - Le Cronache Ultimora
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Eboli, le amicizie pericolose di Luca Sgroia

Eboli, le amicizie pericolose di Luca Sgroia

Peppe Rinaldi

 

L’indagine della Dda sul clan di camorra ebolitano (Esposito) e, soprattutto, sui presunti rapporti con l’apparato politico-istituzionale, da settimane tiene banco nelle pubbliche e private conversazioni di una città che si avvia all’ennesima tornata elettorale post-traumatica. In un contesto già avvelenato di suo è comparsa una polpetta che ne ha raddoppiato la letalità: infatti, per uno schizofrenico e autodistruttivo impulso, sono circolati ovunque brandelli della maxi inchiesta volti a «mascariare» questo pensando o sperando di sottrarre quello a un ovvio sputtanamento.

Le famigerate 26mila pagine depositate dalla Dda in conclusione di indagine a carico del clan Esposito (per il quale sono state chieste più di una decina di misure cautelari, prima bocciate dal Gip Rossi ma ora sub iudice al Riesame per il 28 ottobre prossimo) sono un condensato, si fa per dire, di un certo andazzo giudiziario che, a volte, ammorba pure i magistrati con le migliori intenzioni. Perfino i nostri scafati cinque lettori ci hanno capito poco in questo bailamme di voci, note, informative sbianchettate o parziali, insomma nel gran caos di questi ultimi tempi.

 

La genesi

 

Tutto, o quasi, è nato attorno al 2015/2016 dopo una serie ostinata di esposti anonimi indirizzati alla procura di Salerno e ai carabinieri di Eboli. L’ufficio salernitano era al tempo guidato dall’ex procuratore Corrado Lembo, oggi in pensione. Il fascicolo relativo ai fatti ebolitani fu affidato a un pm molto vicino all’ex procuratore capo, che proveniva dal suo stesso ufficio casertano/napoletano. Partono, dunque, le rituali indagini e prendono quasi subito una piega «a spettro allargato», nel senso che il focus investigativo anziché stringersi, passo dopo passo si allargava come un imbuto rovesciato: da un fascicolo ne nasceva un altro, da quest’altro un altro ancora, e poi un altro e un altro pure, in un infinito, apparente, gioco di specchi. Esperto di questa tecnica fu l’ex pm De Magistris, che allargava sempre e non raccoglieva mai, se non pubblicità per sé. Non l’unico, non l’ultimo. Oggi, rileggendo con il massimo scrupolo possibile il pachidermico faldone “Esposito+altri”, si nota che già al tempo gli elementi raccolti furono tanti, tant’è che la Pg della prima fase non si limitò a chiedere l’arresto di diversi soggetti ma chiese pure importanti misure di prevenzione, sequestri e confische di patrimoni. Sui personaggi politici presuntivamente coinvolti, alcuni dei quali indicati dalla frenetica, incivile divulgazione pubblica dei giorni scorsi, pure furono individuati livelli di compromissione con la malavita, chi più, chi meno e chi per niente, nonostante il proprio nome comparisse negli elenchi. Questo stesso sostituto procuratore, poi, si spinse oltre collegando indagini sul clan dei casalesi o sul sindaco di Trentola Ducenta (sic!) o su Mario Iovine e Michele Zagaria, in un contesto locale ma per fatti scollegati tra loro in radice, dunque inutili, accomunati solo dalla qualifica tecnica di «camorristi» per tutti, o quasi, gli indagati. Poi, questo pm se ne andò altrove lasciando in eredità una stanza piena di carte a nuovi pm: che dovettero, giocoforza, leggere montagne di informative, intercettazioni, verbali, eccetera, capirli, interpretarli e decidere il da farsi. In pratica, un pantano, con le misure cautelari lì in attesa che qualcuno le attivasse o le respingesse. Quando arrivò alla guida di Salerno Peppe Borrelli, oggi a Reggio Calabria, la faccenda fu affidata ad altri due o tre pm ma, soprattutto, per ragioni di politica giudiziaria proprie di ogni ufficio, la materia fu «tolta» ai carabinieri e alla Dia e affidata alla Squadra Mobile e al Gico della Finanza. Si cominciò daccapo, ma nel frattempo ne era corsa di acqua sotto i ponti, molte ipotesi di reato crollavano sotto il peso della prescrizione, attuale e/o futura, troppe posizioni risultarono poco suscettibili di poter reggere in un eventuale giudizio e, perciò, fu tutto falciato via come erba medica lasciando sul campo solo ciò che potesse, in linea teorica almeno, consentire agli inquirenti di sopportare la selezione successiva degli organi giurisdizionali. In estrema sintesi, questo è ciò che è successo in questa corpulenta e affaticata indagine. Oggi è tutto diverso, scremando scremando è rimasta solo la parte più classica dei clan, si vedrà il 28 ottobre prossimo come andrà a finire. La materia «politica» di questa storia, invece, può avere oggi un valore sociologico, diremmo quasi letterario, almeno per ciò che concerne la presunta compromissione con il clan, di giudiziario in quelle carte non c’è più nulla. Ne viene fuori, però, uno spaccato «sociale», descritto con gli occhi e lo sguardo del diritto penale. E sarà proprio questo approccio a svelare passaggi, situazioni e rapporti impensabili in base alla ricostruzione investigativa.

 

I rapporti che non ti aspetti

 

L’affare ricomincia ad ingrossarsi se prendiamo in considerazione ciò che è emerso, in relazione a qualche anno fa, dal mare magnum della pletorica inchiesta sul clan Esposito di Eboli, non troppo correttamente definito come mero derivato del clan Maiale, una cosca che non esiste più da 30 anni (salvo schegge residue che «godono» dell’eccentricità negativa del cognome), in particolare nelle sue declinazioni operative con la pubblica amministrazione. Quello di Esposito è descritto come un clan autonomo, con ramificazioni significative nella Valle dell’Irno e rapporti consolidati con l’area vesuviana, sia sulla costa che nell’hinterland, insomma non stiamo parlando di gente da poco che oggi c’è e domani chissà, parliamo di personaggi dal riconosciuto spessore e dall’alta capacità finanziaria. Se n’è in parte occupato, da par suo, il collega Antonio Manzo nei giorni scorsi su queste stesse colonne. Oggi la novità quale sarebbe? Scorrendo le famigerate 26mila pagine ci si è imbattuti in un rapporto della Squadra Mobile esplosivo, come si dice. La polizia – per sintetizzare – informa l’autorità giudiziaria che “esistono rapporti costanti e per i più disparati motivi tra il sindaco ff Luca Sgroia e un soggetto vicino alla consorteria criminale capeggiata da Paolo Esposito”. Boom! Luca Sgroia è da anni personaggio pubblico, ha ricoperto e ricopre tuttora incarichi politici, ma è soprattutto il fratello di un altrettanto noto magistrato. Gli investigatori, però, nel suo caso non hanno specificato di chi si trattasse, cioè non lo hanno generalizzato, come si dice tecnicamente, a differenza degli altri soggetti «attenzionati».

 

Imbarazzo nel Palazzo

 

Luca Sgroia, precisamente, è il fratello di un ex membro della giunta nazionale dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), già presidente del tribunale del Riesame di Salerno ed oggi nuovamente in servizio presso l’ufficio del Gip, Gaetano Sgroia. Magistrato equilibrato, stimato dai più, come tanti altri incappato nel tritacarne – ma senza conseguenze pratiche – del Palamara-gate, quello dei magheggi correntizi tra magistrati per ottenere incarichi direttivi negli uffici giudiziari d’Italia o nel Csm. Il fratello Luca oggi presiede, per conto del Pd, l’azienda sperimentale “Improsta”. In questa maxi inchiesta sulla camorra a Eboli e nella Piana del Sele, esistono un paio di capitoli specifici che lo riguardano, . Telefonate, incontri, interessamenti reciproci, diffuse conversazioni di ordine politico-elettorale, in un caso specifico con l’apparente invocazione di «protezione» dinanzi al rischio che una riunione istituzionale nelle stanze del Comune con alcuni commercianti arrabbiati potesse degenerare. Circostanza, in verità, cui non ci poi fu seguito.

Uno spaccato di una girandola di relazioni, in questo caso inimmaginabili, ricavabile dalle intercettazioni telefoniche cui era sottoposto il soggetto definito “vicino al clan”. Questo stesso imprenditore risulterebbe aver lavorato con una certa continuità pure con l’ultima amministrazione di Mario Conte, finché il commissario Tufarelli, verificata la mancanza di alcuni requisiti legali di natura autorizzativa dell’impresa, si è rivolto al libero mercato trovando altri partner.