L'inchiesta. 150 tributi e contributi non versati - Le Cronache Cronaca
Cronaca Campania

L’inchiesta. 150 tributi e contributi non versati

L’inchiesta. 150 tributi e contributi non versati

Nocera Inferiore/Angri. Bancarotta fraudolenta e falsi corsi di formazione: reati che sarebbero riconducibili alla stessa famiglia di imprenditori gragnanesi a capo delle aziende angresi, attivi in diverse regioni italiane e con base nella cittadina doriana. Due inchieste che si intrecciano, quella della Eppo (Europea) e quella della magistratura inquirente del Tribunale di via Falcone a Nocera Inferiore. La Procura guidata da Luigi Alberto Cannavale avrebbe accertato circa 150 milioni di euro tra tributi e contributi non versati. Le società sono state poste in liquidazione lo scorso luglio e la magistratura inquirente è intervenuta con sequestri preventivi sulle aziende, nel tentativo di evitare che il patrimonio venisse ulteriormente disperso e che il danno per l’Erario potesse aggravarsi. Le tre società operavano nel settore della gestione dei rifiuti, con sedi dislocate in diverse parti d’Italia, ed erano coinvolte in appalti e affidamenti pubblici, in particolare in Sicilia, Puglia, Campania, Lazio, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto. Al centro dell’inchiesta c’è una presunta bancarotta fraudolenta che sarebbe stata realizzata attraverso un intreccio societario, il cui presunto “cervello” sarebbe stato ad Angri. Gli investigatori hanno dovuto ricostruire, in tempi rapidi, una complessa struttura societaria composta da diverse società formalmente distinte ma, secondo l’ipotesi investigativa, riconducibili alla medesima galassia imprenditoriale. Una delle società sarebbe stata riconducibile al più giovane degli imprenditori, che per anni ne avrebbe ricoperto la carica di amministratore e che, successivamente, sarebbe rimasto socio occulto. L’amministrazione formale sarebbe stata invece affidata a un altro indagato, domiciliato ad Angri e legato anche a un’altra società, amministrata da un ex dipendente della prima azienda. La seconda società sarebbe appartenuta a una fiduciaria, nell’interesse del medesimo imprenditore gragnanese, mentre il restante 10 per cento sarebbe stato detenuto dall’ex dipendente della prima società. Tra le due aziende sarebbe stato inoltre stipulato un contratto di affitto di ramo d’azienda. La prima società è stata posta in liquidazione giudiziale lo scorso luglio. Secondo l’ipotesi accusatoria, il vecchio e il nuovo amministratore avrebbero contribuito al dissesto attraverso il mancato pagamento di tributi e contributi per circa 88 milioni di euro, ai quali si aggiungerebbero altri 8 milioni di euro ancora non iscritti a ruolo. Il totale riferibile alla società arriverebbe quindi a circa 96 milioni di euro. Con modalità ritenute analoghe dagli investigatori, sarebbero state inoltre omesse imposte per circa 40 milioni di euro. Attraverso il contratto di affitto di ramo d’azienda, secondo l’accusa, sarebbero stati sottratti alla riscossione coattiva anche i veicoli aziendali e i flussi finanziari derivanti dagli appalti pubblici. Sempre secondo la ricostruzione investigativa, gli indagati avrebbero inoltre effettuato un conferimento fittizio di capitale sociale nella seconda società.