AI: la nuova guerra delle correnti? - Le Cronache Attualità
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AI: la nuova guerra delle correnti?

AI: la nuova guerra delle correnti?

Luigi Snichelotto

Ulisse, dunque, sarebbe probabilmente partito comunque. Ma persino Ulisse, prima o poi, avrebbe dovuto pagare la nave. Ed è qui che il ragionamento sull’Intelligenza Artificiale abbandona per qualche momento filosofia, etica e paura dell’ignoto ed entra in un luogo assai meno poetico: il conto economico. Perché le rivoluzioni tecnologiche hanno bisogno di visionari, certamente. Ma hanno bisogno anche di capitale. Molto capitale. Dietro la leggerezza quasi immateriale di una domanda formulata a un sistema di Intelligenza Artificiale esiste infatti un gigantesco apparato fisico: semiconduttori, server, data center, reti, sistemi di raffreddamento, energia, terreni, tecnici, ricerca, software. Noi vediamo una frase comparire sullo schermo in pochi secondi. Dietro quella frase lavora invece un’industria che sta assumendo dimensioni difficili persino da rappresentare. Ed allora provo a formulare un dubbio forse meno nobile, ma molto imprenditoriale. Possibile che la crescente prudenza nei confronti dell’AI derivi esclusivamente da un risveglio della coscienza universale? Oppure, insieme all’etica, è arrivato anche il momento dei conti? Quando gli investimenti diventano giganteschi ritornano inevitabilmente le antiche domande dell’impresa: quanto rende? Qual è il ROI? Quale il payback? Quale marginalità potrà produrre? Quanto rapidamente diventeranno obsolete le infrastrutture acquistate oggi? E, soprattutto, chi pagherà stabilmente il servizio? In altre parole, dopo l’euforia arriva il libro mastro. Questo non significa affatto che l’Intelligenza Artificiale sia una bolla. Potrebbe essere vero esattamente il contrario: potremmo trovarci davanti alla costruzione di un’infrastruttura destinata a diventare importante quanto lo furono, in epoche differenti, le telecomunicazioni, la rete elettrica o Internet. Ma proprio per questo la battaglia diventa enorme. La storia offre un precedente suggestivo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio dell’era elettrica, la cosiddetta “guerra delle correnti” contrappose sistemi, interessi industriali e protagonisti destinati a diventare leggendari. Thomas Edison difendeva la corrente continua; George Westinghouse puntò sulla corrente alternata, alla quale Nikola Tesla fornì un contributo scientifico e tecnologico decisivo. Non fu soltanto una disputa scientifica. Fu industria, comunicazione, brevetti, investimenti, infrastrutture e potere economico. Naturalmente l’AI del XXI secolo non è l’elettricità dell’Ottocento e sarebbe semplicistico sovrapporre le due vicende. Ma la metafora rimane affascinante. Se stessimo assistendo a una nuova guerra delle correnti, chi sarebbero oggi Edison, Tesla e Westinghouse? La risposta è assai meno semplice perché il campo non presenta due fronti ordinati. Ci sono coloro che sviluppano i grandi modelli, quelli che producono i semiconduttori, quelli che possiedono cloud e data center, i fornitori di energia, gli investitori che finanziano la corsa e i governi che vogliono conservare o conquistare una propria sovranità tecnologica. E gli stessi protagonisti possono essere contemporaneamente partner, clienti, fornitori e concorrenti. Poi esiste un’altra frattura: quella tra modelli proprietari e modelli aperti. Se conoscenze e risorse necessarie a costruire sistemi sempre più potenti resteranno concentrate in pochissimi soggetti, nascerà inevitabilmente una questione di potere. Se invece modelli estremamente capaci diventeranno largamente accessibili, aumenteranno opportunità, innovazione e concorrenza, ma potrebbero aumentare anche le possibilità di utilizzi irresponsabili. Non esiste, dunque, una risposta comoda. Esiste però una domanda indispensabile: chi trae vantaggio da un’Intelligenza Artificiale sempre più accessibile e potente e chi potrebbe, al contrario, trarre vantaggio dal renderne l’accesso più costoso, controllato o concentrato? Non è un’accusa. È economia politica. Ed è qui che dal mercato passiamo inevitabilmente agli Stati. Stati Uniti e Cina competono sui modelli, sui semiconduttori, sulla capacità produttiva, sui data center, sull’energia, sui talenti e sulle catene di approvvigionamento. Due giganteschi sistemi che sembrano contendersi la frontiera tecnologica, mentre l’Europa tenta di coniugare innovazione, capacità industriale, sicurezza, trasparenza e tutela dei diritti. Ma sulla scacchiera ci sono altri giocatori. Uno è la Russia. Mosca non possiede l’ecosistema tecnologico e finanziario americano né la capacità industriale cinese e le restrizioni occidentali sui semiconduttori avanzati hanno reso più complesso l’accesso alle tecnologie necessarie alla capacità di calcolo di frontiera. Eppure sarebbe imprudente considerarla un semplice spettatore. La Russia possiede energia e materie prime, una forte tradizione scientifica e matematica, capacità nel nucleare, competenze informatiche e un apparato militare e strategico nel quale l’Intelligenza Artificiale assume un significato che va ben oltre il mercato commerciale. Mosca ha inoltre cercato di rafforzare la cooperazione tecnologica con Pechino. Ed è qui che il gioco diventa interessante, perché Cina e Russia possono avere molti interessi convergenti senza necessariamente avere interessi identici. La domanda diventa allora: fino a quale punto Mosca sarebbe disposta ad accettare una dipendenza tecnologica dalla Cina? E fino a quale punto Pechino avrebbe interesse a favorire la nascita di un altro grande polo autonomo? La Russia potrebbe cercare una propria “sovranità artificiale”, concentrandosi sui settori considerati strategici — difesa, sicurezza, energia, industria, spazio — senza necessariamente inseguire Stati Uniti e Cina modello contro modello. Il terzo incomodo potrebbe quindi non diventare il terzo concorrente. Potrebbe diventare un giocatore capace di spostare alcuni equilibri. Perché nelle grandi partite geopolitiche non occorre sempre possedere tutti i pezzi migliori. Talvolta è sufficiente controllare una casella della quale gli altri hanno bisogno. E poi c’è l’India. Forse chiamarla semplicemente “quarto giocatore” è già un errore prospettico, perché quando si parla di Intelligenza Artificiale il peso di una nazione non può essere misurato soltanto osservando chi possieda oggi il modello più potente. Occorre domandarsi chi possieda anche il mercato di domani. L’India dispone di una popolazione superiore al miliardo e quattrocento milioni di persone, di un enorme patrimonio di competenze informatiche, di una vasta industria dei servizi tecnologici e di un mercato interno di dimensioni straordinarie. Sta inoltre investendo nella capacità di calcolo e nella costruzione di un proprio ecosistema tecnologico e dei semiconduttori. Ma possiede soprattutto una risorsa che nessun data center può acquistare: la scala. Una tecnologia applicata a centinaia di milioni di persone, attraverso lingue, livelli di reddito, territori e condizioni sociali profondamente differenti, potrebbe trasformare l’India in qualcosa di più di un mercato dell’AI. Potrebbe trasformarla in un gigantesco laboratorio della sua applicazione. Sanità, istruzione, agricoltura, amministrazione pubblica, servizi finanziari, industria, commercio: la competizione potrebbe non riguardare soltanto chi costruirà il modello più sofisticato, ma chi riuscirà a trasformarlo più rapidamente in qualcosa di utile per la propria società. Esiste naturalmente anche il rovescio della medaglia. Proprio l’India possiede una delle più grandi industrie mondiali dei servizi informatici e dell’outsourcing, attività sulle quali l’automazione intelligente potrebbe produrre trasformazioni profonde. L’AI potrebbe quindi rappresentare contemporaneamente una straordinaria opportunità di sviluppo e una gigantesca prova sociale. Ma l’India possiede anche un’altra carta: una considerevole autonomia di movimento internazionale. Può dialogare con gli Stati Uniti, mantenere rapporti con la Russia, competere e commerciare con la Cina, collaborare con l’Europa e contemporaneamente proporsi come una delle grandi voci del Sud globale. Forse, allora, stiamo cercando tre imperi proprio mentre la scacchiera sta diventando più affollata. Stati Uniti e Cina alla frontiera tecnologica, la Russia impegnata a preservare una propria autonomia strategica, l’India determinata a costruire la propria. E l’Europa? La domanda, per noi europei, diventa inevitabile: vogliamo essere uno dei giocatori seduti alla scacchiera oppure rischiare di diventare prevalentemente il luogo nel quale gli altri vengono a giocare la loro partita? È anche qui che la regolamentazione diventa delicatissima. Una buona regolamentazione può proteggere i cittadini, limitare gli abusi, pretendere trasparenza e attribuire responsabilità. Una regolamentazione mal calibrata potrebbe invece produrre un effetto opposto: innalzare il costo dell’accesso al mercato fino a favorire involontariamente proprio coloro che possiedono già risorse immense. Il paradosso sarebbe notevole: regolamentare per limitare la concentrazione del potere dell’Intelligenza Artificiale e finire per rafforzare il vantaggio competitivo di chi dispone già delle maggiori infrastrutture. Ecco perché continuo a diffidare tanto dell’entusiasmo acritico quanto dell’allarmismo indiscriminato. Quando qualcuno mi dice che una tecnologia è pericolosa, desidero sapere quale sia il pericolo. Quando mi dice che deve essere regolata, voglio sapere quale regola. Quando mi dice che deve essere rallentata, desidero sapere chi dovrebbe rallentare, chi potrebbe continuare a correre e, soprattutto, chi stabilirebbe la velocità consentita. Sono domande forse fastidiose. Ma Il Dubbio serve precisamente a questo. Mentre discutiamo se l’Intelligenza Artificiale debba rallentare, infatti, la competizione industriale continua. Nuovi data center vengono costruiti, nuove capacità energetiche contrattualizzate, nuovi semiconduttori progettati e nuovi modelli competono non soltanto sulle prestazioni, ma sul rapporto fra prestazioni e costo. Ed emerge una contraddizione affascinante. Per molte applicazioni l’AI tende a diventare progressivamente più accessibile ed economica per l’utilizzatore. Contemporaneamente, costruire e mantenere i sistemi di frontiera richiede investimenti giganteschi. Da una parte, dunque, l’AI tende a democratizzarsi nell’utilizzo. Dall’altra rischia di concentrarsi nella proprietà delle infrastrutture necessarie a produrla. È forse dentro questa contraddizione che si giocherà una parte della prossima battaglia. Chi possiede l’infrastruttura potrebbe infatti possedere il casello della futura autostrada della conoscenza. E quando esiste un casello diventa importante sapere non soltanto quanto costerà attraversarlo, ma chi potrà decidere di alzare o abbassare la sbarra. E chi potrà costruire un’altra strada. Torniamo allora alla domanda dalla quale ero partito nel precedente ragionamento. È davvero l’Intelligenza Artificiale che comincia a fare paura all’uomo? Oppure sono gli uomini che cominciano ad avere paura di ciò che altri uomini potrebbero fare possedendola? Probabilmente entrambe le cose. I rischi tecnologici esistono e sarebbe irresponsabile negarli. Frodi, manipolazione dell’informazione, utilizzi criminali, trasformazione di alcune funzioni lavorative e concentrazione del potere sono problemi concreti. Ma esiste una questione ancora più sottile: quanto saremo disposti a delegare alle macchine prima di accorgerci che, insieme alla fatica, potremmo avere delegato anche una parte della responsabilità? Riconoscere questi rischi non ci obbliga a rinunciare al progresso. Ci obbliga a governarlo. La differenza è enorme. Forse non stiamo assistendo alla fine dell’entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale. Stiamo semplicemente entrando nella seconda fase di ogni grande rivoluzione: quella nella quale, dopo aver scoperto che qualcosa è possibile, gli uomini cominciano a contendersi il diritto di stabilire come dovrà funzionare, chi potrà utilizzarla, a quali condizioni e con quali limiti. Ed è qui che Tesla ed Edison ritornano, almeno metaforicamente, nella stanza. Cambiano i nomi. Cambiano le tecnologie. Cambiano le dimensioni della posta in gioco. Non cambia molto l’uomo. Perché dietro ogni grande rivoluzione tecnologica rimane una domanda antichissima: chi possiede cosa, chi decide per chi e nell’interesse di chi? La vera guerra delle correnti dell’Intelligenza Artificiale potrebbe quindi non essere combattuta tra uomini e macchine. Potrebbe essere combattuta tra uomini attraverso le macchine. E proprio per questo vorrei conoscere la risposta a tre domande apparentemente semplicissime: chi è con chi, chi è contro chi e, soprattutto, perché? Perché forse il vero pericolo non comincia quando una macchina impara a ragionare. Comincia quando l’uomo smette di domandarsi chi le abbia insegnato a farlo, chi la possieda e per quale scopo. E, ancora una volta, il dubbio non rallenta il viaggio. Ci impedisce soltanto di salire sulla nave senza chiederci dove stia andando.