Si indice una conferenza stampa per mettere in imbarazzo il Prefetto dei Vescovi o per farsi scudo di questa presenza su dei silenzi imbarazzanti e che mettono in crisi una Chiesa gloriosa come quella di Salerno. San Matteo è’ stato un apostolo fedele e sopratutto trasparente ed amante della verità. Il contrasto evidenzia una tensione tipica dell’esperienza ecclesiale: da un lato la profezia del Santo, che esige una verità gridata anche a costo del conflitto, dall’altro la governance dell’Ordinario, che ricorre al silenzio per difendere suoi collaboratori sapendo di difendere l’indifendibile. La presenza del Prefetto del Dicastero per i Vescovi a Salerno in occasione della festa di San Matteo assume inevitabilmente un peso politico ed ecclesiale che va ben oltre la semplice devozione popolare. In un contesto già teso, la partecipazione di un vertice della Curia romana non viene percepita soltanto come un omaggio liturgico al Patrono, ma rischia di tradursi in un messaggio implicito: una presenza d’autorità che finisce, nei fatti, per fare da scudo. Un’apparizione di questo calibro sembra calare un velo sui troppi silenzi dell’arcivescovo Andrea Bellandi. Quando le istituzioni ecclesiastiche scelgono di non rispondere con chiarezza ai dubbi dei fedeli e della comunità cittadina, il silenzio smette di essere prudenza e diventa un peso. Vedere i vertici vaticani affiancare la guida della diocesi salernitana trasmette l’impressione di una blindatura strategica, una mossa tesa a normalizzare ciò che normalizzabile non è. Il nodo cruciale e più doloroso riguarda la percezione della gestione economica dell’8×1000 che serve per pagare stipendi di familiari assunti grazie a cooperative gestite dalla Caritas. L’idea che delle firme dei cittadini si possa “fare quel che si vuole” incrina alla radice il patto di fiducia tra comunità e istituzione. Quando la sacralità della festa patronale incrocia la politica di gestione della Chiesa, l’effetto finale è l’amarezza. Una vicenda che lascia il segno non solo per l’opacità dei fatti, ma per la sensazione che la pompa delle celebrazioni serva a coprire questioni che meriterebbero, invece, risposte chiare, responsabilità e rispetto. Le celebrazioni patronali — e in particolare le figure come San Matteo, legati nell’immaginario collettivo all’idea di conversione, trasparenza e rigore morale — mal si prestano a fare da scenografia per l’elusione dei problemi. Utilizzare la solennità della festa per coprire con il silenzio o con la diplomazia questioni aperte può accentuare il senso di distanza tra il vertice diocesano e il popolo dei fedeli. Nel magistero del Papa e nel diritto canonico recente, la figura del Vescovo è sempre più chiamata alla trasparenza di fronte al proprio popolo. Qualora le critiche e le richieste di chiarimento vertano su fatti concreti, scelte amministrative o questioni di condotta, la presenza di un’autorità romana non sostituisce né annulla l’obbligo del Vescovo diocesano di dare risposte chiare e dirette. 3. L’effetto sulla comunità Utilizzare la diplomazia o le visite di alto profilo per silenziare istanze legittime comporta il rischio di: Aumentare la sfiducia: La percezione che la gerarchia si autotuteli anziché affrontare la realtà alimenta il disincanto dei fedeli e della cittadinanza. Coinvolgere Un Prefetto che viene percepito come “usato” per coprire critiche fondate rischia di vedere la propria autorevolezza e quella del Dicastero strumentalizzata in dinamiche di politica ecclesiastica locale. In sintesi, se da un lato un Vescovo ha il diritto di avvalersi della presenza delle autorità della Curia per le solennità liturgiche, dall’altro nessun intervento o presenza illustre può sostituire la responsabilità personale del pastore di rispondere alle aspettative di chiarezza e verità avanzate dalla propria comunità







