MERCATO SAN SEVERINO. A novantasei anni, Antonio Landi è ancora un nome che evoca rispetto e nostalgia. Nato a Pellezzano nel 1930, cresciuto tra le strade di Mercato San Severino, ha scritto pagine indelebili del ciclismo regionale e nazionale. Dalla Coppa Fiamma del 1953 al Giro della Sila del 1960, passando per il trofeo delle Regioni (gara nazionale con i migliori ciclisti dell’epoca) disputatosi a Cosenza e la Coppa Italia a cronometro, Landi ha incarnato la tenacia e la poesia di uno sport che allora si correva con tanto cuore prima ancora che con la tecnologia. Oggi, la sua lucidità e la sua serenità sono quelle di chi ha vissuto ogni chilometro come una lezione di vita.
Come si sente oggi, guardando indietro alla sua lunga vita da atleta e da uomo?
“Mi sento fortunato, davvero. Ho vissuto una vita piena, fatta di sacrifici, di chilometri macinati e di emozioni che ancora oggi mi scorrono dentro come se fossi in gara. Quando penso ai miei anni in sella, mi rivedo ragazzo, con la bici che era tutto: libertà, sogno, riscatto. Ho conosciuto la fatica vera, quella che ti tempra e ti insegna a non mollare mai. Oggi, a novantasei anni, mi piace ricordare che ogni pedalata mi ha insegnato qualcosa: la forza di rialzarsi, il valore dell’amicizia, la bellezza di rappresentare la mia terra. Non mi sento un “vecchio atleta”, ma un uomo che ha avuto il privilegio di vivere il ciclismo quando era ancora poesia” La sua carriera è costellata di vittorie: dalla Coppa Fiamma al Giro della Sila, passando per la Coppa Italia a cronometro.
Qual è il ricordo più vivo di quei giorni?
“Ce ne sono tanti, ma se devo sceglierne uno, direi la Coppa Fiamma del 1953. Centocinquanta chilometri di fuga, da solo, con il vento che mi tagliava la faccia e la gente che mi incitava lungo le strade. Quella gara mi fece capire che avevo qualcosa di speciale, una resistenza che veniva dal cuore. Poi ci sono le tappe del Giro dell’Umbria e del Giro della Sila, dove ho sentito davvero di appartenere a una generazione di corridori che correvano per passione, non per fama. Ogni vittoria era una conquista collettiva: dietro c’erano amici, meccanici, famiglie che credevano in noi. E ogni sconfitta era una lezione di umiltà”.
Domenica si correrà il Giro della Campania, ma il suo nome non è stato menzionato tra gli omaggi. Le dispiace questa dimenticanza?
“Non posso dire che non mi abbia colpito. Dopo tanti anni di gare, di sacrifici e di riconoscimenti, vedere che la memoria si affievolisce fa un po’ male. Ma non porto rancore. Il ciclismo è cambiato, e forse oggi si guarda più al presente che alla storia. Io credo però che ricordare chi ha aperto la strada sia importante: non per vanità, ma per rispetto verso lo sport e verso i giovani che devono sapere da dove vengono. Il Giro della Campania è una manifestazione bellissima, e auguro a chi corre di sentire la stessa emozione che provavamo noi, quando ogni curva era una sfida e ogni traguardo un sogno”.
Lei ha corso in anni difficili, tra strade sterrate e biciclette pesanti. Cosa direbbe ai giovani ciclisti di oggi?
“Direi di non dimenticare mai che la bici è una maestra di vita. Oggi tutto è più tecnologico, più veloce, ma la fatica resta la stessa. Ai ragazzi dico: non correte solo per vincere, correte per capire chi siete. Ogni salita insegna qualcosa, ogni caduta vi rende più forti. E soprattutto, rispettate la strada e chi la percorre. Io ho imparato a conoscere il mondo pedalando, e ancora oggi, quando vedo un gruppo di giovani ciclisti, mi emoziono. Il futuro del ciclismo è nelle loro gambe, ma anche nel cuore che ci mettono”. Dopo una carriera così lunga e intensa, cosa le resta dentro?
“Mi resta la gratitudine. Per la mia terra, per la mia famiglia, per tutti quelli che mi hanno applaudito o semplicemente stretto la mano dopo una gara. Mi resta la consapevolezza di aver dato tutto, di aver onorato lo sport con correttezza e passione. E mi resta la voglia di raccontare, di trasmettere ai giovani che il ciclismo non è solo competizione, ma anche cultura, amicizia, rispetto. Se potessi tornare indietro, rifarei tutto, anche le cadute. Perché ogni chilometro mi ha insegnato a vivere meglio”.
Un ultimo pensiero per chi la conosce e la ammira ancora oggi.
“Vorrei dire grazie. A chi mi ricorda, a chi mi saluta per strada, a chi ancora mi chiama “il campione di Mercato San Severino”. La mia storia appartiene a tutti loro. E se oggi, a novantasei anni, posso ancora parlare di ciclismo con entusiasmo, è perché sento che quella passione non è mai finita. Mi auguro di continuare a pedalare, anche solo con la mente, fino a quando il Signore mi darà la forza per farlo. Perché il ciclismo, come la vita, è una lunga corsa: si vince solo se si ama davvero la strada”.
Mario Rinaldi







