La promozione di don Pietro Rescigno ai vertici dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) non è una semplice rotazione burocratica. Nel bel mezzo delle polemiche mai sopite legate all’associazione privata “Il Gregge” e ai nodi irrisolti della diocesi di Salerno, l’approdo a Roma del sacerdote suona come un punto di svolta. Ma quale disegno si nasconde davvero dietro questa scelta? Si tratta di una strategia coordinata per blindare l’operato dell’Arcivescovo Andrea Bellandi, di una mossa per spianare la strada al riconoscimento canonico dell’associazione, o del sintomo di una pericolosa disattenzione ai principi di trasparenza? Protezione per Bellandi o accreditamento per “Il Gregge”? Il quesito è centrale. Da un lato, il posizionamento di don Rescigno in uno degli snodi legali e istituzionali più rilevanti della Chiesa italiana sembra creare una sorte di “scudo di protezione” attorno alla gestione di monsignor Bellandi. Spostare il baricentro dell’attenzione a Roma e rafforzare il peso politico-istituzionale dei fedelissimi del vescovo potrebbe servire a disinnescare le pressioni locali, offrendo l’immagine di un’amministrazione promossa e avallata dai vertici nazionali. Dall’altro lato, la permanenza e il ruolo attivo di don Rescigno all’interno de “Il Gregge” aprono scenari ancora più complessi. Un’associazione privata non ancora riconosciuta, accompagnata da perplessità e relazioni commissariali critiche, trova oggi un suo autorevole sostenitore insediato proprio nell’organo CEI che si occupa di diritto e norme. Il rischio, denunciano i critici, è che tale posizione possa accelerare o influenzare dall’interno i processi di regolarizzazione dell’associazione, bypassando i nodi critici emersi sul territorio. I criteri di merito e l’etica delle istituzioni Nelle risposte ufficiose si parla di “competenze ed elevate qualità giuridiche” per giustificare la nomina. Ma in un’istituzione ecclesiale la sola perizia tecnica può bastare a prescindere dall’opportunità pastorale? Un incarico di garanzia presso l’Ufficio Legislativo richiederebbe una figura specchiata e priva di ombre o conflitti di interesse, specie se legati a realtà associative controverse. Far finta che il passato o l’impegno in associazioni problematiche non esistano significa subordinare la trasparenza e l’etica pubblica a logiche puramente formali. La CEI è connivente o vittima del burocratismo? L’interrogativo più grave riguarda il ruolo della Conferenza Episcopale Italiana. La CEI è da ritenersi connivente di questo sistema, o si tratta di una superficialità burocratica che lascia fare all’episcopato locale in nome dell’autonomia diocesana? L’ipotesi della copertura: Se i vertici CEI erano pienamente a conoscenza dei fardelli negativi e delle relazioni critiche su “Il Gregge”, l’avallo alla nomina equivale a un’assunzione di responsabilità politica. Una scelta che privilegia la tutela della gerarchia rispetto alle istanze di chiarezza avanzate dalla comunità di fedeli. L’ipotesi del blind trust: Se invece la CEI si è limitata a ratificare una designazione basandosi sui soli titoli canonici formalmente immacolati, si manifesta comunque una grave falla nei sistemi di valutazione e controllo interno, che finisce nei fatti per proteggere i singoli a discapito della credibilità della Chiesa. Se un vescovo può agire senza rendere conto della trasparenza perché rassicurato da una copertura romana, infatti più volte nel suo cerchio magico tira in ballo Zuppi e Baturi dicendo che questi lo rassicurano in tutto, quindi anche questi Zuppi e Baturi sono per l’omertà o silenzio istituzionale? Se un sacerdote controverso può ascendere alle istituzioni centrali senza aver prima chiarito i nodi della sua attività associativa, a venire meno non è solo il rigore giuridico, ma la fiducia stessa della comunità ecclesiale. allora la domanda nasce spontanea sé questi sono i fatti meglio dare l’8×1000 ad enti diversi ma non a chi dovrebbe essere l’ente per eccellenza di trasparenza…








