di Alfonso Malangone*
La fiducia nelle potenzialità della nostra gente, a iniziare dalla forza del carattere, dalla capacità cognitiva, dalla fantasia dei giovani e fino all’umanità che guida ancora pensieri e azioni dei più, dovrebbe sostenerci nelle decisioni da assumere per cambiare in meglio la qualità della vita della Città e quella del territorio. Il tutto partendo da una critica oggettiva sulle loro attuali condizioni in conseguenza di un lungo periodo di pigrizia gestionale. Non è un’accusa, ma una constatazione condivisa, peraltro, dagli stessi rappresentanti politici. L’esito congiunto di tante insufficienze è rappresentato dal deleterio e preoccupante fenomeno della decrescita demografica che ha già consentito al Comune di Giugliano di spodestarci dal secondo posto in Regione per numero di residenti. Questo, però, non deve sorprendere. Da sempre, in ogni luogo, l’unico e finale risultato prodotto da perduranti situazioni di crisi, comunque insorte, è quello dello spopolamento laddove non siano assunti provvedimenti di contrasto idonei e coerenti. Cioè, quando una Comunità non ‘trascina’ più verso l’alto, si avvia irreparabilmente la sua graduale dissoluzione. Non ci vuole il Divino Otelma per capire che, contestualmente al suo dimagrimento, si riducono i consumi, si bruciano le attività economiche, si impoveriscono le famiglie, si perdono gli stimoli dei giovani, si dissolvono i redditi ‘prodotti’ rispetto a quelli ‘goduti’, si sviliscono le entrate Comunali e, quindi, si abbassano i livelli dei servizi resi o, in alternativa, si alzano le quote di imposizione a carico di coloro che restano. C’è dell’altro, ma non è il caso di deprimersi. E, purtroppo, nel corso degli ultimi cinque anni, da fine 2020 a fine 2025, Salerno ha perso 6.702 abitanti concentrati nella fascia dai 25 ai 64 anni (-5.435), la più produttiva. Le statistiche Istat dicono anche che l’età media è salita a 48,4 anni, che l’indice di natalità è pari alla metà di quello di mortalità, che su ogni 100 giovani, fino ai 14 anni, ci sono 251 anziani e ogni 100 lavoratori ce ne sono 61,4 a carico. La Città non è più un luogo produttivo, ancor meno di eccellenza, ma è divenuta un parco per anziani dal quale i giovani si allontanano per non essere utilizzati in lavori svilenti e, magari, per non affondare nell’alcool o peggio. Quello che demoralizza di più, è che di questo argomento poco si parla, mentre si prospettano da più parti opere enormi, per mille-mila-milioni, che difficilmente potranno apportare benefici stabili e continuativi al contesto sociale/culturale/umano della Città a fronte dei sicuri vantaggi assicurati ad altri interessi, auspicabilmente sani. Di fatto, la Città ha bisogno del lavoro vero e concreto offerto da attività produttive innovative, da servizi avanzati, da centri di ricerca, da laboratori e da quanto altro il mondo professionale possa proporre, per diventare una realtà attrattiva in grado di richiamare cittadini da altre aree, di far restare chi vuole partire e far ritornare chi è già fuori. Solo in questo modo sarà possibile contrastare la decrescita demografica, perché pensare di risalire la china attraverso la natalità è una penosa illusione. Ci vorrebbero 20 anni, se le nascite cominciassero a crescere da subito. La vacuità di molte proposte avanzate prima della ‘cottura’ estiva è comprovata dalla richiesta del ritorno in Città degli Uffici di Rappresentanza dell’Università senza collateralmente pensare a cosa fare per offrire ai suoi laureati occasioni di lavoro adeguate alle loro preparazioni. Non potranno essere una decina di persone in più, pur di qualità, e ammesso che siano residenti, a invertire la tendenza. Per ripartire, è indispensabile il traino di una occupazione professionale messa a disposizione dei 6.214 laureati dichiarati da UNISA nel 2025, tra corsi triennali e magistrali, di cui 3.596 (oltre il 50%) in materie scientifiche, tecnologiche ed economiche (fonte: Unisa). E’ vero che non tutti gli studenti sono cittadini di Salerno, ma è altrettanto vero che, vivendo qui da diversi anni, una prospettiva concreta per il futuro potrebbe costituire motivo per rimanerci. Epperò, questa riflessione sull’Università è solo un esempio, perché il cuore del problema è altrove. Gli esperti dicono che gli investimenti delle Amministrazioni Comunali debbono privilegiare precisi indicatori di risultato in favore della collettività. Tra essi: – il VANE, Valore attuale netto economico, che calcola il beneficio sociale dell’opera al netto dei costi; – il rapporto Costi/Benefici, che esprime l’efficienza sociale dell’intervento; – l’utilità ai fini della copertura dei costi dei servizi a domanda individuale; – l’effetto di trascinamento rispetto ad altri indicatori economici e finanziari. E, quindi: “sono stati considerati questi valori nell’elaborazione delle proposte”? Forse no, perché sembra sia prevalente, in esse, l’apprezzamento della sola utilità fisica, se pure. Per capire, basta vedere i presumibili effetti di alcune dei principali progetti. Tutti costosissimi. La prima opera reclamizzata è l’ampliamento del porto commerciale. Un costo enorme, di centinaia di milioni, se si considera anche la galleria ferroviaria da scavare per arrivare a Nocera. Nel porto lavorano oggi, in modo stabile, circa 110 persone impegnate nel carico/scarico delle navi. Poi, ci sono i dipendenti degli Spedizionieri. Domanda: “in rapporto alla spesa, quanti nuovi posti creerà l’investimento”? Forse qualche decina in più e solo per chi vorrà accettare di fare i lavori più duri. Detto con grande simpatia. Domanda: “quanta ricchezza affluirà nelle casse comunali”? Qualche briciola, perché tasse e diritti spettano all’Autorità Portuale e allo Stato (fonte: IA). La seconda riguarda le gallerie del Cernicchiara per le quali sono già stati spesi, si dice, dai 160 ai 180milioni. Per aprirle, si dovranno fare le rotatorie aeree sui trampoli, occupando tutto il vallone e spendendo almeno altri 50milioni. Domanda: “quanti posti di lavoro professionale creerà l’investimento dopo la sua conclusione”? Nessuno. Domanda: “quanta ricchezza affluirà nelle casse comunali”? Nessuna. Salvo errore, ovviamente. La terza concerne gli alberghi sulla litoranea. Fino a 15. Premesso che tra l’Arechi e Capitolo San Matteo c’è un solo Km di distanza e che le strutture starebbero strette come le alici in scatola, forse si dovrebbe prima pensare a cosa offrire ai tanti turisti attesi. E, comunque: “quanti posti di lavoro creeranno gli Alberghi”? Forse, alcune centinaia, tra diversi anni. Ottimo. Ma, a parte i Direttori, gli chef più o meno stellati e i contabili, ci sarà spazio solo per camerieri/e, facchini, inservienti, addetti/e alle pulizie, e spiccia-faccende. Non proprio incarichi specialistici, detto con tutto il rispetto. La quarta è il nuovo Ospedale. Spendendo oltre 450milioni di euro, ci sarà lo spostamento delle attività dal vecchio. Non si può dire se saranno necessari altri primari, medici e infermieri/e, ma l’offerta di lavoro sarà rivolta prevalentemente a portantini, autisti, addetti al riordino delle camere, etc. La quinta è l’Arechi. 140milioni di spesa per una riqualificazione dal dubbio esito in termini di produttività sociale. La sesta è il ripascimento. Qui il ritorno sarà certamente in termini di soddisfazione per i cittadini. Ma i posti di lavoro saranno da bagnini, addetti agli ombrelloni e pulisci-spiagge. Sul Polo della Nautica nulla si può ancora dire. Ci vorranno almeno 50milioni per dare la possibilità di ancorare le barche grazie all’impegno di ormeggiatori e operatori sotto il sole. C’è chi parla, infine, del turismo portato dalle navi da crociera. Di fatto, l’aumento degli attracchi non ha alcuna concreta conseguenza per l’economia se non per le friggitorie, le pizzerie e i negozi delle paccottiglie e cianfrusaglie, pure estranei alle nostre tradizioni. E’ evidente che, solo con questi pur rilevanti interventi, sarà difficile convincere i giovani a restare per svolgere lavori di supporto, o servili, in favore di altre realtà. Eppure, non mancherebbero le opportunità per architetti, archeologi, cultori dell’arte, se si facessero un Museo Civico e un Museo Etrusco; per umanisti e intellettuali, se si facesse una Biblioteca; per informatici, se si facesse una Città smart; per ambientalisti e paesaggisti, se si pensasse a investire sul verde; per maestri artigiani, se si aiutasse il talento; per esperti finanziari e di marketing, se si avviasse il recupero del commercio e del terziario; per i laureati di alta specializzazione, se fossero localizzate in Città alcune delle società create da Unisa: 22 spin-off (progetti avviati nei Dipartimenti) e 14 start-up (aziende innovative già operanti). Quando un fiume va in secca, non serve costruire ponti. Ci si deve preoccupare di dare vitalità alle sorgenti per non morire di sete. Noi facciamo laureare i giovani e, poi, li mandiamo via. Con queste premesse, chi resterà dovrà rassegnarsi a una vita da Mediano che, in una squadra di calcio, lavora duramente dietro le quinte, senza riflettori, e si impegna a contenere gli avversari recuperando palloni da passare a quelli che, in avanti, acquisiscono meriti e gloria. Una Citta di Mediani non ha futuro. E’ sempre più vero: Salerno ha bisogno di amore.
*Ali per la Città








