Bellandi diserta l'alzata del panno di S. Matteo - Le Cronache Ultimora
Ultimora Salerno

Bellandi diserta l’alzata del panno di S. Matteo

Bellandi diserta l’alzata del panno di S. Matteo

Luigi Tursi

Ora non potrà dire l’Arcivescovo, tra il suo cerchio magico, che scriviamo sempre le stesse cose, in quanto ci sono gesti che valgono più di mille omelie e assenze che pesano come macigni. L’alzata del panno di San Matteo del 21 agosto non è una semplice ricorrenza folkloristica né un appuntamento di maniera: è il momento in cui Salerno ritrova la sua anima, la sua identità e quella coesione sociale che tiene unita una comunità al di là di ogni divisione. Vedere la sedia della massima autorità spirituale vuota in un giorno così importante per correre alle passerelle del Meeting di Rimini e abbracciare una sola fazione ecclesiale come Comunione e Liberazione è stato percepito da molti come uno schiaffo solenne. Uno schiaffo alla città, uno schiaffo alla diocesi, ma soprattutto uno schiaffo ai tantissimi fedeli e cittadini che in quella piazza cercavano un punto di riferimento e hanno trovato il deserto. È questa la devozione per San Matteo? È questo l’amore per una terra che merita rispetto e non considerazioni di secondo piano? Mentre ci si accosta o ci si paragona a figure giganti della storia della Chiesa, il confronto con la realtà diventa impietoso. La memoria corre inevitabilmente a Ildebrando di Soana, Papa San Gregorio VII. Costretto all’esilio da Roma dopo aver affrontato gli imperatori per la dignità della Chiesa, Gregorio VII trovò nella Salerno medievale accoglienza e protezione. Non considerò Salerno una piazza di passaggio né un ripiego: consacrò la Cattedrale di San Matteo nel 1084 e legò per sempre il suo destino a quello della comunità salernitana, fino a morire qui nel 1085. Le sue spoglie riposano ancora oggi nel Duomo, sotto il celebre epitaffio “Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio”. Gregorio VII scelse Salerno come sua casa e sua rocca morale. Qui, invece, si ha l’amara sensazione che la diocesi e la sua storia secolare vengano trattate come una periferia da ignorare quando chiama il palcoscenico dei grandi eventi di corrente o di movimento. Le istituzioni religiose, al pari di quelle civili, vivono del patto di fiducia e vicinanza con la gente. Quando chi guida una diocesi dimostra di preferire la parzialità di una fazione all’abbraccio collettivo della sua intera comunità nel giorno del Patrono, la ferita travalica l’aspetto liturgico e diventa un tema di rispetto sociale. Salerno non chiede privilegi, ma pretende la presenza, la cura e il rispetto che si devono a una storia millenaria. Ignorare il 21 agosto significa non aver compreso cosa sia davvero questa città. Se non si ama questa città, se non si avverte l’orgoglio e la responsabilità di guidare questa specifica diocesi e di condividerne l’anima, allora bisognerebbe avere l’onestà intellettuale e la dignità pastorale di prenderne atto. Servire un territorio richiede passione e rispetto; quando questi mancano, la scelta più rispettosa verso il popolo non è la giustificazione formale, ma il coraggio di fare un passo indietro. Chi guida una diocesi deve sentirsi parte di quel popolo, non un funzionario di passaggio che guarda altrove non appena chiama la vetrina nazionale. Salerno non è una provincia di serie B. Salerno non è il secondo piatto di nessuno! E allora lo diciamo con fermezza, con la forza della nostra storia e della nostra fede: se non si ama questa terra, se non si avverte l’orgoglio e il dovere di stare accanto a questa comunità nei suoi momenti più cari, si abbia almeno il coraggio della dignità. Si abbia il coraggio di fare un passo indietro! Salerno merita rispetto, merita presenza, merita amore. Per noi la devozione a San Matteo è sacra, forse Bellandi ama essere devoto di se stesso e del suo IO.