Aspettando Saverio Borrelli e Gherardo Colombo - Le Cronache Attualità
Attualità Aquara

Aspettando Saverio Borrelli e Gherardo Colombo

Aspettando Saverio Borrelli e Gherardo Colombo

Michelangelo Russo

A Ferragosto del 1993, il Potere in Italia, come diceva Lenin per l’ottobre del 1917 in Russia, stava gettato nelle strade, e nessuno si chinava a raccoglierlo. Un vuoto istituzionale mai visto nella storia della Repubblica, prima, creava un’atmosfera sospesa presaga di cambiamenti e di incertezze. La Politica era svanita, senza voce e senza luogo. L’unico Potere presente era la Magistratura, al lavoro come un Comitato di Salute Pubblica. Il terremoto di Tangentopoli era in corso, con l’onda lunga di una scossa tellurica senza fine. Eppure, un’atmosfera elettrica di attesa di eventi sconosciuti galvanizzava città e contrade, a Nord come a Sud. Tutti aspettavano le novità del giorno; l’alluvione di arresti e di avvisi di garanzia riempiva, ogni giorno, i titoli dei mezzi di comunicazione. Accadeva trentatré anni fa. Oggi, per un ricordo appena cosciente di quei giorni, bisogna averne almeno più di 50. La storia scrive la cronaca degli eventi, ma non c’è nessun registro di trasmissione, ai posteri, delle emozioni. Solo il racconto di chi visse quei giorni può dare una testimonianza, con la voce e con lo scritto, delle vibrazioni emotive dei due anni terribili, il 1992 e il 1993, che cambiarono l’Italia. L’onda di piena era iniziata nel 1992, con i primi arresti a Milano operati dal pool Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Pier Camillo Davigo. Gli attentati a Falcone e Borsellino, di maggio e giugno del 1992, avevano ampliato il fronte dello scontro, che già era in corso, tra Magistratura e Potere Politico. Adesso c’era un nemico assassino e stragista con gli attentati di via Georgofili a Roma e via Palestro a Milano del 1993, che, in qualche modo, pareva reagire come una banda di repubblicani di Salò alla sconfitta progressiva di un alleato storico, quale il mondo della Politica, in cui per decenni aveva trovato il terreno fertile per i suoi affari. Ferragosto di quell’anno arrivò come una sorta di tregua di Natale nelle trincee della guerra del 1915-18. Una pausa breve, una parvenza di normalità e di ottimismo. Anche Salerno viveva in quella estate gli effetti di Tangentopoli, con la Politica locale azzerata dalle inchieste. Organizzammo una scampagnata serale sulle rive del fiume Calore, ad Aquara. C’era una trattoria alla buona, a due passi dal fiume. Cibo paesano e vino ottimo, all’aperto sotto le frasche. La compagnia fu organizzata da Michele Andreola, vecchio amico di liceo e orgoglioso cittadino di Aquara. C’erano diversi colleghi della Procura. E c’era il collega Erminio Rinaldi, che come me, era stato già alla Procura di Milano. Con Milano i contatti erano stati sempre continui, specialmente nel 1993. Le due Procure, Salerno e Milano, erano state in collegamento nei mesi precedenti per le inchieste rispettive in carico. Voci malevole già da tempo alludevano alla nostra Procura cittadina come una sorta di succursale di Milano. Ebbene, all’organizzazione di quella serata partecipò anche Marilena Russo, anche lei salernitana, e a quel tempo ancora Giudice a Milano. Attiva, euforica, avvenente, era il fulcro di un interscambio continuo con i gruppi milanesi e napoletani della magistratura progressista. Non ricordo bene, ma forse partì proprio da lei l’idea di un incontro conviviale di ferragosto ad Aquara tra milanesi, napoletani e salernitani. Detto e fatto. La sera del 13 agosto avremmo avuto a cena, in un luogo defilato e poetico del Cilento, nientemeno che lo stratega di Tangentopoli, il Procuratore Capo Francesco Saverio Borrelli. E con lui, Gherardo Colombo, la sintesi di qualità operativa tra il bulldozer Antonio Di Pietro e il gelido Pier Camillo Davigo. Perché ad Aquara Borrelli e Colombo? Ma perché a ferragosto di tutti gli anni il Cilento, tra Punta Licosa ed Acciaroli, era come Capalbio sulla riviera toscana per la sinistra politica ed intellettuale negli anni ’80. Ci andavano tutti, ma proprio tutti. E così il Cilento era per la magistratura italiana, soprattutto quella napoletana di origine (anche se poi sparsa per tutta Italia) un viaggio estivo iniziatico, un pellegrinaggio mitologico all’immaginaria isola di Citera. Borrelli era napoletano, e si sarebbe trascinato appresso Gherardo Colombo. Come napoletano era Gerado D’Ambrosio, il Giudice di Piazza Fontana. In quegli anni era capo dell’Ufficio GIP di Milano. Sarà, negli anni seguenti, con Saverio Borrelli, uno dei due uomini più odiati da Berlusconi. Ma nel 1993 Gerardo D’Ambrosio ad agosto sta ad Acciaroli, e di sera si vedono a Punta Licosa tra colleghi milanesi. A Santa Maria di Castellabate c’è Enzo Albano, uno dei maestri pensatori di Magistratura Democratica. Napoletano anche lui. E’ uno che, da magistrato, si è laureato anche in filosofia, per affinare le qualità argomentative delle sue sentenze d’avanguardia. Questo variegato mondo dell’intellighentia giuridica napoletana spetta di incontrarsi per discutere in serenità in un momento più buio ancora della lotta al terrorismo. Ad Aquara, la sera del 13 agosto, cenammo lentamente, per dar tempo di arrivare ai colleghi milanesi nel loro viaggio verso Punta Licosa. Ma era quasi mezzanotte, quando arrivò Marilena Russo, in motocicletta con il dentista Pippo Andreola, compagno nella sua vita. Borrelli e Colombo non sarebbero arrivati. Troppo lunga la deviazione nel viaggio verso Punta Licosa. Ma nei giorni seguenti ci aspettavano lì, per il bagno insieme. Rimanemmo delusi, ma l’euforia non ci abbandonò. Per un attimo, nella notte stellata di Aquara, la brezza leggera che si era levata a bordo del fiume sembrò che fosse il vento della storia che ci stava avvolgendo, da protagonisti.