di Peppe Rinaldi
La vicenda che ha travolto il magistrato Mario Pagano, originario di Roccapiemonte ed ex giudice di Salerno, si è conclusa nei giorni scorsi con una sentenza di I grado emessa dal tribunale di Napoli, competente per i procedimenti che coinvolgono i togati salernitani. Pagano è stato condannato per corruzione in atti giudiziari a dodici anni di carcere. Secondo l’impianto accusatorio della procura, riscontrato dal primo round processuale, il magistrato era la mente di un collaudato sistema di “sentenze aggiustate”, avrebbe, cioè, favorito imprenditori amici nei contenziosi civili e tributari in cambio di regali, denaro e, soprattutto, finanziamenti e sponsorizzazioni a beneficio della “Polisportiva Rocchese”, la squadra di calcio locale di cui il giudice era presidente e factotum. Insieme all’ex magistrato, il tribunale ha inflitto condanne toste pure ai presunti complici di questo network, il più noto dei quali è l’imprenditore Eugenio Rainone, condannato a 4 anni per una banale, ancorché fatale, cartella esattoriale di 27mila euro emessa dal Comune di Cava de’ Tirreni. Per la legge, come si vede, non è questione di importi bensì di condotte: un euro o diecimila o ventisettemila poco importa, conta in che pasticcio ti sei cacciato e cosa hai (avresti) fatto. Rainone questo lo sta sperimentando sulla pelle, in attesa, ovviamente, delle pronunce giudiziarie di grado successivo. La sentenza del primo, intanto, smantella quello che gli inquirenti hanno definito un “mercato dei verdetti” in cui la giustizia veniva piegata agli interessi economici di alcuni protagonisti dell’imprenditoria e della sanità privata/convenzionata della provincia di Salerno. Ora, l’antipatica ma non rara vicenda offre il destro per tornare su un argomento che queste colonne hanno trattato nel corso degli anni: non tanto, dunque, la corruzione del magistrato in quanto tale ma, piuttosto, la speculare opacità degli uffici Asl, là dove si gestisce all’incirca un miliardo di euro. L’ultima e non definitiva «prova» che qualcosa continuerebbe a seguire un certo andazzo ce la fornisce un’originale transazione tra gli uffici (vedremo poi che si tratterà pure di quelli «sbagliati») di Salerno e un importante struttura di riabilitazione dell’agro nocerino-sarnese, peraltro zona di origine dello stesso giudice Pagano. Stiamo parlando del noto “Centro Lars”, di Sarno, società di capitali di proprietà della famiglia Renzullo della quale ci siamo a volte occupati, qui e/o altrove. In particolare, seguimmo la parabola imprenditoriale del gruppo, con le relative coperture politiche (tuttora operanti a quanto pare, come vedremo), quando esso incrociò una delle più farraginose e pletoriche inchieste della procura di Salerno nel 2016, con al centro un sistema corruttivo presunto negli uffici Asl, un giro di tangenti con fornitori prodighi, insomma le solite cose. Una intercettazione molto particolare svettò su altre, là dove il titolare di Lars, sotto indagine in quella fase, diceva al proprio interlocutore di “aver appena trascorso la Pasquetta con un pm”. Della cosa non si è più saputo niente, verosimilmente è stata archiviata. Di certo la posizione di Lars, al di là di quell’episodio, fu chiarita e il caso chiuso, come per altri, e da quell’inchiesta ne scaturì poco o nulla, più per un difetto congenito del fascicolo che per altro. Infatti, alla fine, uno o due dirigenti furono lievemente condannati – benché fosse accertato il flusso di utilità in proprio favore da parte dei fornitori Asl – e, oggi, pare che uno sia stato addirittura promosso continuando a trattare la stessa materia per la quale si è beccato la condanna: è un’Asl creativa, a quanto pare, quella di Salerno. Poi, anche nell’inchiesta sul giudice Pagano ci furono pagine dedicate al Gruppo Lars e sempre per ipotesi di corruzione in concorso, ma pure qui un’archiviazione ha spazzato via le nubi. Bene. Ora ci troviamo dinanzi a un nuovo fatto-notizia, per così dire, nel senso che una transazione tra il gruppo e l’Asl, da poco meno di 10milioni di euro, che i Renzullo devono restituire all’Asl in quanto percepiti indebitamente (lo ha stabilito la Cassazione), offre spunti freschi per altre legittime ipotesi, che affonderebbero, in primo luogo, in una certa atipicità (tra virgolette) dell’operazione, come pure vedremo. Una transazione che non può non incuriosire visto che presenta diversi spunti di riflessione per chi ne osservi la strutturazione: a partire dalla stessa titolarità/legittimità dell’ufficio che ha sottoscritto l’accordo; o la tempistica per il recupero della somma e il tasso di interesse applicato alla rateizzazione, paragonabile, in astratto, a un mutuo a tasso agevolato, ignoto in circostanze analoghe; ancora, la discrepanza in alcuni punti tra quanto dichiarato al soggetto pubblico (Asl) e quanto invece risulta veramente dagli atti ufficiali riguardanti l’impresa interessata; poi, lo sconto di circa un milione di euro sul debito complessivo (da circa 10 si è scesi a circa 9 milioni) in apparenza non supportato da indicazioni gerarchicamente ordinate secondo legge, né da ragioni forti a tutela dell’interesse pubblico. E altri particolari che vedremo e proveremo a spiegare la prossima volta. (1-continua)








