Famiglia “naturale” e sessualità - Le Cronache Attualità
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Famiglia “naturale” e sessualità

Famiglia “naturale” e sessualità

di Tommaso Indelli*

Le polemiche sul Gay Pride indetto e organizzato col patrocinio del comune di Salerno inducono ad alcune riflessioni non “politicamente corrette”, ma utili a comprendere meglio molti dei fenomeni che caratterizzano l’odierna società dei consumi, senza alcun intento di condannare o giudicare moralisticamente le relazioni affettive tra persone dello stesso sesso, oggi non più inquadrabili come devianze patologiche, ma come “normali” varianti della sessualità umana. Occorre precisare che molti dei fenomeni del costume sessuale, oggi ampiamente diffusi, non sono altro che l’attuazione di una strategia politica del liberal establishment – da almeno 50 anni patrocinatore dell’american way of life – con cui, attraverso la progressiva disintegrazione di ogni identità etnica e sessuale dei popoli – europei e non – e di ogni morale collettiva si persegue l’attuazione di un progetto mondialista, di un global village in cui l’unica identità ammessa è quella del “consumatore”. E se ne capiscono le ragioni: standardizzazione delle culture, dei popoli, degli orientamenti sessuali, deprivazione della sovranità statale, abbattimento delle frontiere fisiche e di ogni resistenza culturale e psicologica delle persone, sono le condizioni più redditizie affinché la finanza mondiale faccia lucrosi affari sulla pelle della gente. L’omologazione attuale dei desideri, dei bisogni, delle civiltà, favoriti dall’estensione, su scala planetaria, del modello liberalcapitalista tende ad un mondo unico cui non può che corrispondere una società unica sotto tutti i punti di vista, anche di orientamento sessuale. In quest’opera di consapevole lavaggio del cervello, soprattutto delle nuove generazioni, sono particolarmente attivi i mass media, con una martellante propaganda ideologica volta a rimuovere ogni forma di resistenza etica o psicologica di fronte a fenomeni che, fino a non molto tempo fa, sarebbero stati guardati con disfavore e concepiti come vere e proprie devianze. Dal punto di vista più specificamente sessuale, cioè dei legami affettivi tra individui e dei connessi modelli comportamentali, è in atto, da tempo, un “sovvertimento” non solo di uno dei più elementari istituti della convivenza civile – la famiglia – ma della stessa realtà biologica umana, così come configuratasi nei millenni della sua evoluzione, perché ad un’umanità senza più distinzioni razziali, culturali, anatomico-fisiologiche e psicologiche, non può che corrispondere un tipo umano privo anche di ogni elemento differenziatore sotto il profilo sessuale. Uno degli indizi preoccupanti di questo lento e inesorabile processo di sovvertimento è rappresentato, ad esempio, da alcune sconcertanti iniziative come l’abolizione della festa della mamma e del papà – attuata in molte scuole italiane ed europee – sostituita con quella dedicata ad anonimi “genitori 1 e 2”. Al centro della riflessione è la nuova “teoria gender”, ovvero la nuova “ideologia” – ammesso che possa essere definita tale – di progressiva reductio ad unum delle distinte identità sessuali, con le aberranti conseguenze sociali sul piano dei modelli familiari di riferimento e dei connessi modelli educativi e comportamentali. Le tragiche conseguenze di questo modo di procedere sono ravvisabili nelle generazioni contemporanee di eterni bambini, privi di spirito critico, ridotti, in gran parte, ad appendici biologiche dei personal computer o dei telefonini. Alla mancanza di modelli comportamentali, di regole, è da aggiungere la sempre maggiore assenza di una cultura diffusa che consenta di distinguere tra l’ambito pubblico e quello privato – tra ciò che è permesso e ciò che è proibito – con connesso obbligo di adattare i propri comportamenti – anche sessuali – ai diversi ambiti di vita sociale. Anche la sessualità personale è stata sradicata da qualsiasi contesto sociale più ampio – famiglia, comunità nazionale – e connesse tradizioni, come se il singolo individuo – in una sorta di paranoia solipsistica – anche nella gestione della propria vita sessuale, non debba rapportarsi alla comunità più vasta nella quale è inscritto, rispettandone le regole. Da aggiungere a tutto ciò anche la recente rivoluzione terminologica che, nel descrivere certi comportamenti, certi orientamenti, accresce ancora di più – e volutamente – la confusione in materia, sconfinando addirittura nel ridicolo! Ad esempio, il termine “omosessuale” è stato totalmente bandito dal linguaggio politicamente corretto, venendo sostituito da quello di “gay”, ossia “gaio”, “felice”, quasi che l’orientamento eterosessuale di una persona la catapultasse, automaticamente, nella categoria dell’“infelicità”, non essendo “omo”. Si pensi agli abusati termini “omofobo” – “omofobia”, per descrivere la “paura” nutrita dagli eterosessuali verso coloro che hanno un orientamento sessuale diverso dal proprio. Ebbene, queste parole non c’entrano assolutamente nulla con l’argomento in esame perché, etimologicamente, rimanderebbero alla “paura del simile” – dal greco ὅμοιος, “simile” – senza che si capisca bene chi il simile sia, dal momento che si dovrebbe parlare, piuttosto, di paura del “dissimile”! Il gender, quindi, sembra proprio fare da supporto al “nuovo ordinamento mondiale” – edonista, materialista, individualista – caratterizzato dall’esaltazione della mancanza di ogni regola generalmente condivisa, in cui i desideri – per quanto legittimi – diventano automaticamente diritti, cioè pretese giuridicamente tutelate, e in cui ogni individuo si gestisce come vuole, dandosi la propria gerarchia di valori e negando l’esistenza e la necessità di una morale collettiva. Pertanto se, in base ai nuovi dettami della nostra epoca, esiste il “diritto” a contrarre un’unione legalmente riconosciuta con una persona dello stesso sesso (“unione civile”), non si capisce perché dovrebbe essere proibito anche contrarre più di un vincolo coniugale – il “poliamore” esaltato da molti – sia con uomini che con donne, o perché non si possa avere anche il diritto di essere bigami, poligami o poliandrici o più belli e più ricchi. Com’è possibile notare si tratta di aspirazioni tutte ugualmente comprensibili, a seconda degli individui, dei contesti culturali e sociali e delle esperienze soggettive di ciascuno, ma che non possono tradursi automaticamente in diritti soggettivi tutelati dall’ordinamento senza determinare il collasso generale della società e del suo tessuto connettivo. Tra l’altro, quella del riconoscimento giuridico di unioni coniugali poliginiche o poliandriche – accanto a quelle omosessuali – è tutt’altro che un’ipotesi peregrina, se si considerano gli attuali orientamenti politici ed ideologici dell’Unione Europea, sempre più multiculturali ed eticamente relativisti. Nello specifico, riguardo all’introduzione nell’ordinamento giuridico italiano di unioni legalmente riconosciute tra individui dello stesso sesso (legge Cirinnà n.76/2016) giustificata dal presupposto della mancanza di diritti di tali persone – i ben noti “diritti civili” – allora è opportuno rammentare che mai gli omosessuali sono stati privi della capacità giuridica e legale di agire, cioè della titolarità di diritti e della connessa capacità di perseguire i propri interessi, anche patrimoniali, nelle forme previste dall’ordinamento legale. Le attuali “unioni civili” sono state un di più loro concesso e – come insegna anche il caso francese – non sono altro che il primo passo per la rivendicazione di sempre ulteriori e maggiori concessioni. Infatti, mai l’orientamento sessuale personale ha impedito di compiere, secondo la costituzione e la legge italiana, tutti quegli atti – donazione, testamento, legato, vendita, costituzione di rendita – necessari a garantire adeguate forme di protezione e sostentamento patrimoniale tra le persone conviventi. E a chi obietta che, in mancanza della legge Cirinnà, non era consentito agli omosessuali il diritto di sposarsi, si potrebbe far notare che, oggi, sarebbero colpiti da eguale discriminazione giuridica anche gli affetti da handicap o, comunque, gli individui mancanti di determinate caratteristiche psico-fisiche che volessero accedere al corpo dei corazzieri, intraprendere la carriera militare o giocare in una squadra di basket, pur mancando dei requisiti minimi richiesti dalle norme in materia. Nel caso specifico del matrimonio omosessuale l’elemento mancante – secondo la nostra tradizione giuridica e civile di impronta romanistica – era la differenza di genere biologico tra i nubendi, presupposto indispensabile per la procreazione biologica e, quindi, per la valida costituzione del vincolo. Infatti, storicamente, la famiglia naturale, fondata sul matrimonio, in ogni società evoluta è istituto disciplinato dal diritto per un fine esclusivamente pubblicistico: la perpetuazione biologica e, attraverso di essa, dell’intera comunità nazionale, benché tale finalità faccia oggi sorridere gli irresponsabili, che non capiscono che proprio da essa dipende la sopravvivenza di un popolo. Attraverso la perpetuazione biologica la società sopravvive e si perpetua nel tempo, con la sua cultura ed i suoi istituti, mentre vasti legami giuridici si costituiscono tra i nuclei familiari coinvolti nelle nozze, consolidando il tessuto sociale.

Ciò è valso sempre sia in comunità rette da un ordinamento patriarcale – la maggioranza – fondato su una preminenza del capostipite maschio del gruppo familiare, sia in comunità ad ordinamento matriarcale o semi-matriarcale (alcune tribù di aborigeni dell’Africa, dell’Asia e del continente americano). Veniamo, adesso, alla confutazione di alcuni degli argomenti più “sublimi”, spesso addotti a difesa dell’espansione dei diritti della comunità omosessuale. In primis, vi è l’affermazione che la “famiglia naturale” – quella menzionata dalla nostra carta costituzionale – non esiste, perché è un mero costrutto culturale, soggetto a mutamento. Ebbene, a questa affermazione bisognerebbe rispondere col dire che i modelli familiari sono “anche” costrutti culturali ma che, da sempre e in qualunque civiltà evoluta, si sono sempre modellati su biologiche, oggettive ed empiriche differenze di genere sessuale tra i nubendi, e ciò anche in contesti culturali poliginici o poliandrici, a meno che qualcuno non voglia prendere come esempio qualche istituto vigente tra gli aborigeni dell’Oceania e trapiantarlo in Europa. Inoltre, all’osservazione che anche il concetto di “natura” – umana e animale – sarebbe manipolabile e sorpassato perché convenzionale, bisognerebbe rispondere che se fosse realmente così dovrebbero cadere non solo le differenze biologiche infra-speciali tra generi diversi – maschio e femmina – ma anche quelle inter-speciali e, pertanto, bisognerebbe considerare legittima anche la “bestialità”, cioè la congiunzione tra uomo e animale. La cosa non è affatto peregrina dato che, in questi tempi schizofrenici, operano associazioni del movimento Ecosex che, coniugando sessualità e ambientalismo, ritengono ammissibile l’unione sessuale dell’uomo con elementi naturali come acqua, terra e pietra o associazioni come la North American Man/Boy Love Association, che mirano a sdoganare la pedofilia, purché non violenta. Puerile è inoltre l’affermazione secondo cui l’omosessualità andrebbe esentata da ogni limite imposto dal costume morale e sociale perché costituirebbe una variante sessuale assolutamente normale, in quanto presente anche nel mondo animale. A parte che il concetto di “variante” indica già di per sé un fenomeno minoritario, in contrapposizione alla “norma” seguita dal gruppo, occorre precisare che il comportamento animale non è automaticamente trasferibile nella società umana, dove operano regole che devono essere osservate da tutti. I rapporti sessuali tra animali, spesso violenti, seguono codici e finalità proprie, istintuali, prerazionali e non affettivi e che li differenziano da quelli umani, mediati da cultura, etica, diritto e costume. Quelli omosessuali tra animali, in genere, mirano a ridefinire le relazioni di dominio all’interno del branco o a riequilibrare relazioni precedentemente alterate. Dal momento che non è chiaro a tutti, occorre ribadire che anche l’appartenenza al genere maschile o femminile è un dato biologicamente fissato che, dunque, non può essere flessibile, mutare a seconda delle circostanze e non può esaurirsi nell’auto-percezione della propria identità, sconnessa dal sostrato genetico-biologico che ne è alla base (disforia di genere). Affermare che un uomo e una donna sono una tabula rasa, e che è possibile educarli e crescerli come si vuole, trasformandoli e riadattandoli a piacimento mutandone la fisiologia – come si è tentato di fare in alcune cliniche statunitensi o inglesi con bloccanti della pubertà utilizzati su minori – è un autentico prodotto della schizofrenia dei nostri tempi. L’orientamento sessuale della persona – etero, omo o bisessuale – non annulla la distinzione del genere umano in soli due sessi e il “terzo sesso” non esiste. Riguardo, infine, alla famiglia “tradizionale” così vituperata e sotto attacco anche mediatico, occorre precisare alcune cose. Nell’ambito della civiltà europea, i presupposti giuridico-sociali per la validità del vincolo coniugale – base della famiglia – sono rimasti pressoché invariati dall’età classica ad oggi, nonostante la struttura familiare abbia subito alcuni cambiamenti. Si pensi al passaggio dalla famiglia allargata, tipica di società preindustriali, all’attuale famiglia nucleare, composta unicamente da genitori e figli. Nonostante l’influenza del cristianesimo abbia determinato una mutazione in senso sacramentale del matrimonio e della famiglia, ciò non ne ha mai scalfito la funzione essenziale. Infatti, i requisiti, già riconosciuti dal diritto greco e romano, dell’eterosessualità, dell’esogamia e della monogamia dei nubendi, per la valida costituzione del vincolo matrimoniale, furono trasfusi nel diritto canonico e sono rimasti punti fermi delle legislazioni europee fino all’età contemporanea. Dunque, una tradizione lunghissima, nella storia della famiglia, è rinvenibile nel nostro continente fin dall’epoca più antica, ad onta di ogni obiettivo mirante alla sua disgregazione. Da notare, inoltre, che benché la civiltà greco-romana fosse stata molto tollerante in materia di omosessualità e, persino, di pederastia, mai si arrivò al punto di istituzionalizzare famiglie diverse da quella fondata sul matrimonio eterosessuale e ciò per specifiche ragioni sociali. La famiglia è da sempre finalizzata alla perpetuazione della comunità e si qualifica come cellula primigenia, in cui avviene l’educazione e la formazione dei futuri cittadini, quindi come organo sociale di trasmissione di valori e, talvolta, di produzione economica. Da tutto ciò è dipesa la necessità di disciplinare fin dall’epoca più antica, con reciproci diritti ed obblighi, i rapporti tra i coniugi e tra i genitori e i figli e il nome stesso del vincolo matrimoniale – matris munus – ne richiama, ancora oggi, l’imprescindibile funzione sociale, ciò che rende la famiglia cosiddetta tradizionale un istituto non assimilabile a qualsiasi altra unione, per quanto apprezzabile o legittima essa possa essere. Bisogna allora mantenersi possibilmente fedeli alla nostra più autentica identità culturale e civile, la stessa che spinse Cicerone, nel De Officiis, a definire la famiglia principium Urbis et quasi seminarium Rei publicae. Si avverte dunque la necessità di una difesa dei capisaldi essenziali della nostra civiltà umana, giuridica e civile, di fronte alla continua e pervicace volontà di distruggere e azzerare tutto, in nome di una distorta visione della libertà del singolo e dell’ottusa convinzione della superiorità del presente sul passato. E ciò non per dichiarare ostilità pregiudiziali a chi ha orientamenti diversi, ma per ribadire e salvaguardare principi e strutture basilari che esprimono il nostro più profondo retaggio culturale e tradizionale di Italiani ed Europei, perché è nella condivisione di valori comuni, usi, costumi che si regge la solidità del legame comunitario di un popolo, non nella fanatica e pervicace volontà di azzerarne il passato in nome di un distorto individualismo che è ora che trovi un limite. *Dottore di ricerca in Diritto Romano e Cultura Giuridica Europea