Non soltanto la storia di un partito, ma una riflessione sul rapporto tra partecipazione, rappresentanza e potere. Si è svolto all’Archivio di Stato di Salerno, in largo Abate Conforti, il convegno “La Democrazia Cristiana a Salerno e provincia”, tra le iniziative collaterali alla mostra “DC Storia di un Paese”, visitabile fino al 17 luglio. L’incontro ha alternato ricostruzione storica e testimonianze personali, ripercorrendo la nascita della DC nel territorio salernitano e il suo ruolo nella formazione della classe dirigente. Vittorio Salemme ha ricostruito le origini della DC salernitana dall’autunno del 1943. Aniello Salzano e Alfonso Andria hanno restituito il volto umano e territoriale di quella stagione, tra ricordi personali e reti capaci di collegare il territorio alle istituzioni. Paolo Del Mese e Tino Iannuzzi hanno insistito sull’organizzazione del partito, sul rapporto tra eletti ed elettori e sulla funzione formativa delle sezioni. Nelle conclusioni, Ortensio Zecchino ha difeso il ruolo storico della DC, sostenendo che il partito non sia scomparso per l’esaurimento della propria funzione politica, ma per gli errori compiuti nel passaggio alla Seconda Repubblica. «Berlusconi ha potuto godere del nostro ritiro», ha affermato riferendosi al 1994, quando l’area democristiana rinunciò a presentarsi come forza unitaria e autonoma. Zecchino ha inoltre rivendicato il contributo della DC alla crescita del Paese e alla tenuta di quella che Aldo Moro definiva una «democrazia zoppa», respingendo le letture che riducono quell’esperienza al malaffare. «Non si resuscitano i morti, la DC è finita», ha concluso, richiamando il dovere di preservarne la memoria dalle semplificazioni. La riflessione più direttamente collegata al presente è arrivata da Giuseppe Acocella, professore emerito di Filosofia del diritto dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e componente del Comitato scientifico DC80. Secondo Acocella, la forza dei grandi partiti popolari risiedeva nella capacità di rappresentare la realtà sociale, raccogliere i bisogni delle comunità e trasferirli sul piano politico. «La democrazia ha senso come limite al potere», ha affermato, ricordando che la rappresentanza politica nasce da una precedente partecipazione sociale. La crisi dei partiti contemporanei deriverebbe invece dalla perdita di questa funzione. Venuta meno una visione complessiva della società, la politica tende a ricercare direttamente il consenso, aggregando richieste individuali e interessi frammentati. A margine del convegno, interpellato sul passaggio dalla partecipazione sociale alla conservazione del potere, Acocella ha riconosciuto l’ambivalenza di quel modello. Il radicamento territoriale poteva trasformarsi in una rete finalizzata a stabilizzare il consenso, quando la risposta ai bisogni collettivi lasciava spazio alle singole richieste. «Non ti chiedono nemmeno quale progetto di società vuoi: il consenso diventa l’unico obiettivo», ha osservato. La sua risposta ha chiarito la distanza tra la DC e i partiti contemporanei: allora il consenso era inserito in un progetto collettivo, oggi tende a diventare il fine dell’azione politica. È in questa tensione — tra partecipazione e dipendenza, mediazione e scambio, rappresentanza e conservazione del potere — che si trova l’eredità più complessa della Democrazia Cristiana. Andrea Montinaro








