L’8x1000 e il "muro" della Carità - Le Cronache Ultimora
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L’8×1000 e il “muro” della Carità

L’8×1000 e il “muro” della Carità

Di fronte alle legittime richieste di chiarimenti sulla gestione dei fondi e sulle assunzioni di familiari nelle cooperative collegate, la risposta del Vicario Episcopale della Carità gela tutti : «Io vado avanti per la mia strada e non mi interessa nulla di quello che scrivono ». Un cortocircuito etico che lascia sgomento i sacerdoti. C’è un paradosso sottile, e decisamente amaro, nel vedere la delega alla “Carità” trasformarsi in un esercizio di indisponente autoreferenzialità. La carità, per sua stessa natura evangelica, è ascolto, accoglienza, condivisione e, non ultimo, limpidezza. Concetti che sembrano svanire di colpo davanti alle parole del Vicario Episcopale della Carità, rimbalzate come un muro di gomma di fronte alle precise e legittime domande e che chiedono semplicemente di sapere. Sapere cosa? Dove finiscono, concretamente, i soldi dell’8×1000 per la carità, quali sono i criteri che si usano per la distribuzione di essi. Parliamo di risorse che i fedeli scelgono di destinare alla Chiesa con un atto di fiducia. Ma il quadro si fa ancora più fosco e l’esigenza di risposte diventa urgente dinanzi a un’altra pesante indiscrezione che agita l’assunzione di propri familiari all’interno delle cooperative che collaborano con l’ufficio diocesano o che ne ricevono i fondi. “Io vado avanti per la mai strada e non mi interessa nulla di quello che scrivono ”. Una frase che, alla luce di queste contestazioni, pesa come un macigno. In una sola riga, don Antonio Romano liquida il dissenso, le critiche e il sospetto di un clamoroso conflitto d’interessi come un “rumore di fondo” fastidioso. Come se la gestione delle risorse destinate ai poveri e la selezione del personale fossero un affare privato, di cui non dover rendere conto a nessuno. Dire “non mi interessa nulla di quello che scrivono ” non giustifica nulla. Non cancella l’opportunità etica di evitare dinamiche familiari nella gestione del bene pubblico e religioso, e non sana il dubbio che la “carità” stia iniziando a guardare un po’ troppo da vicino i confini della propria cerchia parentale. Significa, nei fatti, dire ai fedeli: i vostri soldi ci servono, le vostre domande no. La Chiesa di Papa Francesco insiste da anni sulla necessità della trasparenza finanziaria, sul merito e sul contrasto a ogni forma di favoritismo per ricostruire la credibilità delle istituzioni ecclesiastiche. Arroccarsi dietro un rifiuto così netto e sprezzante non fa altro che alimentare il dubbio. Se l’operato è virtuoso e le assunzioni sono state fatte secondo criteri di oggettiva necessità e competenza, perché non dimostrarlo? Se non c’è nulla da nascondere, perché quel “non mi interessa”? La strada su cui il Vicario dichiara di voler avanzare da solo rischia di diventare una via molto solitaria. Perché senza la trasparenza, anche la più imponente delle strutture caritative svuota se stessa del suo significato più profondo, trasformandosi in una grigia gestione di potere e di filiere familiari. E questo suo atteggiamento di strapotere per la gestione dei soldi ,lo fa sentire super protetto, il cambiamento anche nel suo stile è evidente, pare che con autorità e prepotenza abbia violato senza autorizzazione, così si dice negli ambienti curiali, un appartamento di una parrocchia senza neanche avvisare il parroco per effettuare una ispezione, a nome di chi e con quale titolo ? Don Antonio Romano e’ il vicario episcopale per la carità o del qui comando io. Su tutto ciò il silenzio del vescovo preoccupa e non poco. Un Vescovo che non tutela privacy dei propri preti e non allontana chi si fa interprete di azioni poco chiare non può reggere una Chiesa illustre e prestigiosa come Salerno. La strada è una sola per amore di questa Chiesa dimissioni o azzerare ogni incarico per la credibilità di questa santa Chiesa salernitana.