Moro, delitto di abbandono - Le Cronache Ultimora
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Moro, delitto di abbandono

Moro, delitto di abbandono

Antonio Manzo

Quando l’attualità politica si veste di nostalgia c’è qualcosa che non va. È la rimozione della memoria e il sacrificio dello spessore della originalità della personalità di Aldo Moro nella democrazia repubblicana. E siccome è sbagliato fare di Aldo Moro un esemplare di archeologia politica quale residuo del passato, passato per sempre. La cui storia nulla ha da dirci oggi. E far passare Aldo Moro dall’impersonale e di-sumano in una tragedia personale come un simulacro quando, invece, la sua biografia, la sua teoria, la sua esperienza costituiscono, invece, un riferimento importante per comprendere il presente, Tino Iannuzzi e Alberto Losacco studiano le idee, il metodo, l’eredità di Aldo Moro in un libro che sarà oggi significativamente presentato nella sala dell’Istituto intitolato a Lugi Sturzo icona del cattolicesimo politico e popolare. È un libro di pura filosofia (la prefazione è di Ferdinando Casini) che intende consegnare un metodo di un modus operandi che, scrivono gli autori, offre uno spunto politico in questo tempo in cui la selezione delle classi dirigenti è spesso improvvisata e fragile. Il metodo di Aldo Moro può farci beneficiare di una lezione sul valore fondamentale della politica, della competenza, del rigore nelle studio e della conoscenza dei territori e delle comunità interessate. Sia Tino Iannuzzi che Alberto Losacco sono politici di lungo e sperimentato corso. Il primo deputato è stato deputato per quattro legislature in diverse stagioni politiche dal Partito Popolare Italiano all’Ulivo e infine al Pd, il secondo deputato per tre legislature e fondatore dell’Ulivo a Bari, entrambi sono convinti che il modo incerto e inadeguato con sui si è guardato alla tragedia di Moro ha determinato un progressivo adattamento alla stato naturale di inerzia che ha bloccato gli uomini sulla soglia del pensiero e l’azione politica di Aldo Moro. Loro pongono al centro l’uomo. La persona. Punto di partenza e arrivo di ogni testo. Di ogni verso del libro. La stessa operazione compiuta dal giornalista Angelo Picariello quando ha provvidenzialmente liberato Aldo Moro dal caso Moro. Cioè smentendo il fatto che la storia del leder politico sia solo passata attraverso tre commissioni di inchiesta parlamentare e non invece nella vita di Moro trascorsa tra la sfera spirituale e quella politica sotto i colori della speranza cristiana. Alla lezione politica assisterà anche Elly Schelin che guida il Partito democratico, involucro politico che dovrebbe contenere insieme il messaggio di Enrico Berlinguer e di Aldo Moro, i protagonisti di una irripetibile stagione della democrazia repubblicana del Novecento. E la storia degli effetti è mancata: nel loro nome e in virtù delle loro espiazioni somo affluiti fermentazioni purificate. Ecco perché il lavoro di Tino Iannuzzi e Alberto Losacco ricordano Aldo Moro per l’impiccagione ingiusta e politica di Aldo Moro sia per la densità teologica cui è riuscito a esprimere come un grande cristiano fedele a Dio e alla terra. Una fede viva coltivata e maturata perfino nella lettura del suo ultimo libro, dispiegato sulla sua scrivania in quella notte del 15 marzo 1978 che sarebbe stata la vigilia del suo rapimento. Era l’opera “Il Dio Crocifisso” di Jurgen Moltmann, il teologo protestante che descrisse la scandalosa logica di Dio abbandonato e violentato e che invece raggiunse il massimo della potenza liberatrice per l’uomo con il sacrificio opposto alla logica umana del potere.