Sindaco, perché Sarno ha scelto di conferire la cittadinanza onoraria al Maestro Nino D’Angelo?
La cittadinanza onoraria al Maestro Nino D’Angelo si inserisce in un percorso di memoria e riconoscenza che Sarno ha già avviato verso tutti coloro che, nei giorni più drammatici della tragedia, furono accanto alla città. Prima di questo riconoscimento, Sarno ha voluto dire grazie alle istituzioni, ai soccorritori, alle donne e agli uomini in divisa che arrivarono qui per aiutare: i Vigili del Fuoco, l’Esercito Italiano, l’Aeronautica Militare, l’Arma dei Carabinieri, la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza e la Protezione Civile.
Oggi quel percorso si arricchisce di un altro significato. Nino D’Angelo non ha scavato nel fango con le mani, ma ha saputo raccogliere quel dolore con la sua arte, trasformandolo in memoria condivisa. Con “’A Muntagna È Caduta” ha dato voce a una ferita collettiva e ha contribuito a non farla cadere nell’oblio. Per questo la cittadinanza onoraria non è un gesto isolato, ma parte di un’unica storia di gratitudine: verso chi ha salvato vite, verso chi ha soccorso Sarno e verso chi ha custodito la memoria del suo dolore.
Sindaco, cosa rappresenta il 5 maggio per Sarno?
Il 5 maggio, per Sarno, non è mai soltanto una ricorrenza. È un punto fermo nella nostra storia. È il giorno in cui la vita della città cambiò per sempre. Da allora esiste un prima e un dopo. Sono passati ventotto anni, ma una tragedia come quella non si misura solo con il tempo trascorso. Resta nei luoghi, negli occhi di chi l’ha vissuta, nei racconti delle famiglie e nella memoria collettiva della nostra comunità.
Nel ricordo di quella notte c’è anche il ruolo dei soccorritori. Quanto conta oggi dire grazie a chi arrivò a Sarno per aiutare?
Conta moltissimo. In quei giorni Sarno vide il volto più duro della tragedia, ma anche quello più forte della solidarietà. Penso ai soccorritori, ai volontari, agli uomini e alle donne in divisa, agli operatori della Protezione Civile. Mani ferite, stanche, sporche di fango, ma mani che non si tirarono indietro. La città non ha mai dimenticato quella presenza.
Tra quei soccorritori c’è la figura di Marco Mattiucci. Perché il suo nome resta così importante per Sarno?
Marco Mattiucci è un esempio altissimo di servizio allo Stato e alla comunità. Era un vigile del fuoco, Medaglia d’oro al valor civile, e in quelle ore scelse di non abbandonare chi aveva bisogno di aiuto. Con la sua squadra contribuì a salvare vite. Riuscì a mettere in salvo anche un bambino. La sua storia appartiene alla memoria di Sarno e dell’Italia intera.
Sindaco, molti giovani oggi conoscono il 5 maggio solo attraverso i racconti delle famiglie, le immagini d’archivio e le commemorazioni. Come si trasmette a chi non l’ha vissuta una memoria così dolorosa?
Vorrei dire loro che il 5 maggio riguarda anche chi non c’era. La memoria arriva attraverso le fotografie, le immagini, i racconti dei genitori e dei nonni, le testimonianze di chi ha vissuto quei momenti. Diventa parte dell’identità di una città. Conoscere quella storia non significa restare prigionieri del dolore, ma capire quanto sia preziosa la vita di una comunità e quanto sia necessario proteggerla.
Sindaco, che cosa rappresenta oggi, per Sarno, continuare a ritrovarsi nel nome del 5 maggio?
Rappresenta un atto di amore verso la città e verso la sua storia. Ritrovarsi nel nome del 5 maggio significa custodire il ricordo delle vittime, stringersi alle loro famiglie e riconoscere il valore di chi, in quei giorni, non lasciò Sarno sola. È un momento di dolore, ma anche di comunità, perché ci ricorda che la memoria non appartiene soltanto al passato: è un legame che tiene insieme le generazioni e che rafforza il senso di appartenenza alla nostra città. Sarno non dimentica, e continuerà a farlo con rispetto, dignità e gratitudine.





