Maestro D’Angelo, dal 5 maggio 2026 Sarno l’accoglierà come cittadino onorario. Che cosa ha provato quando ha saputo di questo riconoscimento, nato dal legame con una tragedia che la città non ha mai dimenticato?
“Molto orgoglio. Ho capito ancora di più quanto possa essere importante avere una voce pubblica, soprattutto quando vieni da certi luoghi, dal sacrificio, dall’ingiustizia. Sarno è stata un’ingiustizia. Chi conosce quei mondi ha il dovere di dire la sua. Poi, se ti chiami Nino D’Angelo, forse vieni ascoltato di più: il tuo nome finisce sui giornali e può amplificare un pensiero, una ferita, una richiesta di memoria”.
‘A muntagna è caduta’ non è soltanto una canzone, ma una pagina di memoria collettiva. Quando la scrisse, nei giorni successivi all’alluvione del 1998, quale messaggio sentiva di dover consegnare alla comunità sarnese?
«Volevo esserci. So che quando succedono queste cose, tutti vogliono fare qualcosa nel momento della tragedia. Però dipende anche da dove accadono. Come dicevo nella canzone, i colpevoli non ci sono mai quando non c’è nessuno. È difficile trovarli se non si vogliono trovare, se non c’è un potere forte, se non c’è qualcuno che ne parla molto. Io sono stato una piccola voce che ha provato a dire la sua mentre stavo facendo un disco. Ancora oggi penso di aver fatto una cosa giusta a parlarne, perché quella tragedia mi colpì molto. Mi colpirono i morti, mi colpì quel ragazzo rimasto per ore sotto la terra, che respirava ancora. Fu un miracolo, una preghiera. Sono orgoglioso di aver scritto quella canzone. La rifarei. Sarno rappresenta il monumento di tutte queste ingiustizie, quelle venute prima e quelle arrivate dopo”.
C’è un’immagine di quei giorni, una voce o un racconto che ancora oggi le torna alla mente?
“L’immagine che mi torna è lo studio di registrazione dove stavo lavorando al disco. Non riuscivo più a scrivere niente. Per quella tragedia ho anche pianto. Era assurdo. Nel 1998 era assurdo morire così. La prevenzione non c’era stata, ci sono stati errori. Poi può esserci anche la fatalità, l’acqua, quello che vuoi. Forse quando si è costruito non si è pensato abbastanza. Non lo so. Di certo alla fine hanno pagato solo le persone che sono morte, insieme al dolore di parenti e amici. Questa è l’ingiustizia più grande”.
La canzone ha dato parole a chi, in quel momento, forse non riusciva a trovarle. Ha mai sentito il peso di aver trasformato il lutto di un popolo in musica?
“No, perché io ho raccontato un’ingiustizia e l’ho fatta sentire a tutti. Ho allargato ancora di più quella notizia. Quella era un’ingiustizia e, con il passare del tempo, sembra ancora più forte. ‘Il colpevole non c’è quando non c’è nessuno’: quella è la frase che resta. Dopo tanti anni è ancora la frase più giusta”.
Sarno le riconosce anche il merito di aver custodito nel tempo quella ferita. Che cosa significa per lei diventare, in modo ufficiale, parte di questa comunità?
“Mi riempie di orgoglio. Alza il valore dell’uomo, più ancora dell’artista. Io sono soprattutto un uomo, sono un nonno, sono un padre. Mi fa piacere aver fatto qualcosa per qualcuno. Mi fa piacere che la gente pensi questo di me, perché io sono figlio della gente normale. Era giusto che fosse uno come me a scrivere una canzone così. Su queste cose non si fa una canzone commerciale. È un pensiero, qualcosa che vuoi lasciare, qualcosa che speri serva a non far accadere più certe tragedie. Magari, ascoltando quella canzone, anche i ragazzi di oggi capiscono che dicevo la verità quando cantavo che il colpevole non c’è quando non c’è nessuno”.
È un dovere non dimenticare una tragedia come quella di Sarno?
“Sì, è un dovere da parte di tutti. Ed è un diritto per chi ha subito quel dolore e quell’ingiustizia: il diritto che gli altri ricordino”.





