di Erika Noschese
A Salerno la gestione del bene pubblico non è una faccenda di norme, bandi o protocolli, ma una questione di “sentimento” e di giuste frequentazioni. Esiste un luogo, la ex Casa del Combattente, che sulla carta appartiene al Comune ed è gestito dalla Fondazione Menna, ma che nella realtà dei fatti è diventato il presidio personale, il quartier generale e ora persino il set cinematografico di Gianni Fiorito. La vicenda è talmente surreale da meritare un posto d’onore nel manuale delle assurdità amministrative italiane, non solo per la sfacciataggine degli attori protagonisti, ma per la rete di protezione “altolocata” che trasforma un abuso manifesto in una legittima rampa di lancio elettorale. Partiamo dal dato oggettivo, quello che dovrebbe far saltare sulla sedia qualunque dirigente pubblico dotato di senso del dovere: la Fondazione Menna, per bocca della sua presidente Letizia Magaldi, ha ammesso che l’associazione Limen occupa quegli spazi in modo improprio, poiché il protocollo d’intesa è scaduto da tempo. In una città normale, questa dichiarazione sarebbe l’antipasto di uno sgombero forzato. A Salerno, invece, è solo il rumore di fondo di una campagna elettorale condotta con lo sprezzo del ridicolo di chi si sente intoccabile. Gianni Fiorito, ex presidente di Limen, si è dimesso dalla carica per correre al Consiglio comunale nelle liste del 24 e 25 maggio, ma lungi dall’allontanarsi da quel luogo occupato senza titolo, lo ha trasformato nel cuore pulsante della sua propaganda social. È un capolavoro di paradosso: un candidato che chiede il voto per amministrare la città partendo dall’occupazione senza titolo di un bene della città stessa. È come se un rapinatore di banche si candidasse a direttore di filiale usando come ufficio elettorale il caveau appena svaligiato. Non c’è solo l’anomalia di un privato che dispone di un immobile pubblico come se fosse l’eredità del nonno, c’è la pretesa di spiegarci, proprio da quelle stanze “rubate” alla collettività, quali siano i dieci motivi per non andare via da Salerno. Il primo motivo, guardando i suoi spot, è evidente: restate a Salerno perché è l’unico posto dove puoi occupare abusivamente un palazzo storico e riceverne in cambio l’appoggio incondizionato del clero politico cittadino. Il sostegno di cui gode Fiorito non è infatti un sussurro tra corridoi, ma un grido lanciato dai palchi del potere. Da una parte abbiamo l’ex assessore alla trasparenza, Claudio Tringali, che ha avuto Fiorito come segretario particolare e tuttofare. Fa quasi sorridere che l’uomo che per mandato istituzionale avrebbe dovuto garantire la massima limpidezza e il rispetto delle procedure sia oggi il principale sponsor di chi gestisce un immobile pubblico in regime di allegra anarchia gestionale. La trasparenza, evidentemente, è un concetto elastico che si ferma sulla soglia della ex Casa del Combattente. Dall’altra parte, il cerchio si chiude con la benedizione della famiglia reale salernitana: la moglie del sindaco dimissionario Enzo Napoli ha annunciato pubblicamente il voto disgiunto a favore di Fiorito e Lanocita. È la prova provata che il sistema non solo tollera l’abuso, ma lo premia, lo coltiva e lo indica come modello di “impegno civile”. Siamo di fronte a un’evidenza che scotta: il candidato Fiorito utilizza immagini registrate all’interno della Fondazione Menna per promuovere sé stesso, trasformando un bene comune in un vantaggio competitivo privato. Fiorito continua a fare il padrone di casa, aprendo le porte a feste di compleanno (a partire dalla sua, ndr) e attività di altre associazioni che, invece di rivolgersi ai legittimi gestori, chiedono il permesso a lui. È la privatizzazione di fatto del patrimonio pubblico, un bypass democratico che svuota di significato la parola “Istituzione”. Come può un cittadino avere fiducia nelle regole se chi si candida a scriverle è il primo a dimostrare che si possono calpestare per anni senza alcuna conseguenza? E se la questione estetica vi pare secondaria, proviamo a declinare questa “allegra gestione” nel linguaggio più freddo e inappellabile dei codici, dove la poesia del “sentimento” lascia il posto alla prosa dei reati. Qui non siamo di fronte a una semplice svista burocratica, ma a un perimetro di illegalità che dovrebbe far tremare i polsi a qualunque funzionario pubblico sano di mente. L’occupazione di un immobile comunale senza un protocollo attivo configura, per giurisprudenza costante, il reato di invasione di edifici pubblici ai sensi dell’articolo 633 del Codice Penale, aggravato dal fatto che il bene viene piegato a un uso privatistico e propagandistico. Ma c’è di più: l’utilizzo di uno spazio pubblico per finalità elettorali personali, senza il pagamento delle tariffe previste e in totale spregio della neutralità imposta alla Pubblica Amministrazione, spalanca le porte all’ipotesi di peculato d’uso e al danno erariale, poiché si sottrae un bene alla collettività per regalare un vantaggio patrimoniale e d’immagine a un singolo candidato. A condire questo scenario da “Far West” normativo interviene poi la violazione sistematica della Par Condicio, che trasforma quella che dovrebbe essere una competizione democratica ad armi pari in una farsa dove chi ha le chiavi del palazzo (anche se abusivamente) gioca una partita truccata ai danni degli altri competitor. Non è solo politica, è una sfilza di illeciti che passano sotto il naso di autorità che, restando a guardare, rischiano di passare dalla distrazione alla complicità. L’interrogativo che sorge spontaneo è quale sia il limite che la città è disposta a non superare. Se un aspirante consigliere può occupare una sede pubblica senza protocollo, usarla per scopi personali e politici, ricevendo addirittura il plauso di chi ha governato la città per decenni, allora dobbiamo ammettere che a Salerno la legalità è un accessorio decorativo da sfoggiare solo nelle ricorrenze ufficiali. Non si tratta di “fare associazionismo”, si tratta di occupare spazi che appartengono a tutti per fini propagandistici personali, commettendo atti che in qualunque altra parte del Paese verrebbero perseguiti con solerzia. Invece qui assistiamo allo spettacolo grottesco di un candidato che ci propina lezioni di amore per la città mentre calpesta i diritti della città stessa. Anziché proporre dieci motivi per non andare via da Salerno, Fiorito e i suoi sponsor ci hanno fornito almeno un paio di ragioni inattaccabili per cui dovrebbero essere estromessi immediatamente da quegli spazi e dalla competizione elettorale. Chi deve intervenire lo faccia ora, senza ulteriori indugi o giri di parole. Ogni giorno di silenzio da parte del Comune e della Fondazione è un atto di complicità verso un sistema che scambia il bene pubblico per una proprietà privata da spartire tra amici e segretari particolari. La credibilità delle prossime elezioni passa anche da qui: dalla capacità di ripristinare il diritto dove oggi regna il privilegio prepotente. Salerno non ha bisogno di eroi dell’occupazione autorizzata, ma di amministratori che sappiano che le porte di un bene pubblico si aprono con la chiave della legalità, non con quella della vicinanza ai potenti di turno. Chiunque continui a girarsi dall’altra parte dinanzi a questa evidenza cristallina sta firmando il fallimento morale di un’intera classe dirigente. Se il “nuovo che avanza” è rappresentato da chi non sa distinguere tra il proprio ufficio elettorale e un immobile comunale occupato abusivamente, allora il futuro di Salerno è già scritto nei registri dei protocolli scaduti. Restituite la ex Casa del Combattente alla legalità e alla gestione trasparente, e lasciate che i candidati (o, ancora meglio, i presidenti delle associazioni senza scopo di lucro, almeno su carta) giochino la loro partita a parità di condizioni, pagando affitti e occupazioni suolo, oppure ottenendo gli spazi in cogestione, come ogni comune mortale in ogni Comune che si rispetti. Altrimenti, l’unico spot elettorale onesto sarebbe quello che ammette la verità: a Salerno le regole valgono solo per chi non ha nessuno che gli apra la porta sul retro.





