Accise, dissenso represso, persino iella. Urge un viaggio a Lourdes - Le Cronache Attualità
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Accise, dissenso represso, persino iella. Urge un viaggio a Lourdes

Accise, dissenso represso, persino iella. Urge un viaggio a Lourdes

di Aldo Primicerio

Potrebbe essere il rimedio alla “tempesta perfetta” scatenatasi sulla nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, le “forze del male” evocate chissà da quale mago o strega. Partiamo dal NO al referendum di marzo, che allunga sempre più la sua ombra sul Governo, e soprattutto sulla sua, chiamiamola, premier.

Swg, agenzia di sondaggi di opinione tra le più credibili in Italia, ne ha fatto un sondaggio. Alla Meloni va il 41 per cento della sconfitta, il 12 per cento il ministro Nordio, che invece per i sostenitori del SI resta lui il massimo responsabile, il 9 per cento a Fratelli d’Italia, che ha cavalcato il SI con sfrontata ed arrogante sicurezza, e solo il 3 per cento a Forza Italia, dove però Tajani a Porta a Porta ha voluto metterci la faccia confermando, non sapendo tacere, di avere scarso intuito e visione politica.

Il sondaggio ha anche chiesto ad un campione di elettori dei due schieramenti di esprimere il proprio punto di vista sul dopo-referendum. Per quelli di maggioranza Il 56%  è per continuare a governare regolarmente come se niente fosse accaduto, il 24% è per la sostituzione di ministri, il 12 per un chiarimento (?) tra i partiti di maggioranza, il 6% per le dimssioni del Governo. Per gli elettori del centrosx il 68% è per il compattamento, per un programma comune e per la scelta di un leader dello schieramento, ed il 21 per ogni partito per sé e per una eventuale coalizione alla vigilia delle elezioni (è questo il vero punto debole dell’opposizione). Quanto alle dimissioni di Santanchè, Del Mastro e Bartolozzi, gli elettori di centrodx le hanno considerate giuste, ma purtroppo tardive. Avrebbero dovuto lasciare la carica prima del referendum

 

Ma su Giorgia pesa anche dell’altro. Gli errori ad esempio, soprattutto nel clamoroso dietrofront sulle accise

C’è una immagine che ricordiamo tutti, quella di Giorgia che, nel 2019, davanti ad un distributore di carburante denuncia il peso delle accise sulla benzina. E mostra come su 50 euro di benzina 35 vanno allo Stato tra Iva ed accise. “Una vergogna” dice, auspicando che nel futuro siano abolite. Ed a chi – nel 2023 con lei al Governo – le contesta la dichiarazione tradita, lei risponde che dal 2020 l’emergenza impone scelte diverse. Risposta un po’ barbina e deludente, che conferma quanto sia utile riflettere (se lo si sa fare) e selezionare con attenzione i cavalli della polemica da cavalcare. Il paradosso è evidente. La battaglia contro le accise è stata uno dei cavalli di battaglia identitari di una destra che cercava consenso parlando alla pancia del Paese produttivo, a chi usa l’auto per lavorare, a chi vive lontano dai grandi centri urbani. Una promessa tanto potente quanto, col tempo, rivelatasi difficilmente sostenibile una volta arrivati al governo. Che in parole semplici significa: ciò che era facile dire all’opposizione diventa estremamente complicato da fare quando si sta al governo. C’è poi un altro elemento che pesa. Quando un(a) leader costruisce parte del proprio consenso su messaggi forti e facilmente verificabili, il margine di tolleranza degli elettori si riduce. Ogni incoerenza viene amplificata, ogni difficoltà letta come mancanza di volontà più che come impossibilità oggettiva.

 

E poi la paura di questa politica per il dissenso e la protesta, ed il parto del Decreto Sicurezza, un Alien xenomorfo

Di solito, i decreti restrittivi che concernono la sicurezza del Paese rispondono a delle emergenze. Ma con il Decreto Sicurezza (DS) del Governo Meloni non si risponde ad alcuna emergenza. L’obiettivo resta invece quello di gestire il dissenso. Dice bene Greenpeace quando rileva che il DS non interviene, come dovrebbe, sulle cause dei conflitti sociali, ma su coloro che gli danno visibilità, cioè quelli che protestano. Anche nei decenni e nei governi scorsi il problema si era avvertito, ma questo Governo ne ha esasperato i tratti. Solo per ricordarlo, le norme del DS prevedono: 1. una stretta sui blocchi, perché viene confermata la natura di reato per chi impedisce la libera circolazione su strada o ferrovia; 2. l’inasprimento delle sanzioni per chi organizza manifestazioni pubbliche senza il regolare preavviso; 3. il divieto giudiziario di partecipazione con una pena accessoria da uno a tre anni per la partecipazione a pubbliche riunioni o assembramenti; 4. l’ introduzione del reato di occupazione arbitraria per l’occupazione di immobili, con pene aggravate e sgomberi d’urgenza: 5. pene fino a 8 anni per chi organizza o partecipa a rivolte in carcere. Tutto questo vale soprattutto per le mobilitazioni ambientali, con un paradosso clamoroso: da un lato, il rafforzamento in Costituzione della tutela dell’ambiente, dall’altro, gli strumenti sempre più incisivi di controllo e di repressione. Ma è ben nota l’incultura e l’ignoranza di questo Governo verso crisi climatica, Green Deal, transizione energetica, Pfas, pesticidi, cibi del futuro coltivati da staminali. Siamo governati purtroppo da gente ferma ad una cultura di 50 anni fa, se proprio non vogliamo allungarci fino agli anni ’20.

 

Ed infine la “tempesta perfetta”, una serie di eventi malefici, una sorta di iella abbattutasi su Giorgia ed il cerchio magico dei suoi fedeli. Un esorcista oppure tutti a Lourdes?

Lo scrive, con toni tra il divertito ed il drammatico, il giornalista e scrittore Domenico Valter Rizzo. La prima “sfiga”, nella vicenda tra Delmastro ed i Caroccia, indagati per riciclaggio e intestazione fittizia di beni per la srl “Le 5 Forchette”.. Come faceva la Meloni a non sapere,si sono giustamente chiesti Michele Santoro e la Bianca Berlinguer. La seconda “sfiga”, nel febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano. Dove ad un fastoso evento elettorale di FdI per le Europee, alla Meloni si accosta un giovanotto dall’aria simpatica e i due si fanno un bel selfie. Il giovanotto si chiama Gioacchino Amico, ex referente del clan Senese in Lombardia, oggi collaboratore di giustizia nel caso Hydra, che vantava una serie di rapporti, relazioni e contatti nel partito della Fiamma. E lì, apriti cielo. Terza, lo immaginiano tutti, la batosta del NO al referendum. Quarta “sfiga”, la caduta in un vortice mentale delirante del suo migliore amico ed alleato Donald, trascinato in una guerra insensata, lui che aveva come unica aspirazione il Premio Nobel per la Pace. Drande Domenico Valter , in questa straordinaria ricostruzione.

A questo punto, suggerisce più d’uno, urge il ricorso ad un esorcista o, meglio, un bel viaggio a Lourdes, dove trasferire a tempo indeterminato le riunioni del Consiglio dei Ministri?