Di Olga Chieffi
La barra del timone è irreversibilmente fissa sul titolo conosciuto e sul nome nazional-popolare, televisivo. Dopo la Tosca di Alfonso Signorini, che per “scenica scienze” ebbe grande esposizione mediatica, per la Vedova Allegra, titolo, affatto didattico, che inaugurerà l’anno accademico del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, guidato da Fulvio Artiano, un bis, dopo la mise en scène del 2019, e il grande successo ricevuto dalla esecuzione de’ “Il cappello di paglia di Firenze” di Rota, firmato per la regia da Riccardo Canessa, il direttivo del Teatro Verdi di Salerno, Daniel Oren-Antonio Marzullo, ha ingaggiato nel doppio ruolo di regista e Njegus, Massimiliano Gallo. Un semi-debutto, il suo nel mondo lirico, quindi nel teatro musicale, con il capolavoro di Franz Lehàr, più volte rappresentato al massimo cittadino, a cominciare da quella Napoli divisa tra La Bersagliera-Maxim’s di Vincenzo Salemme, tra spaghetti, parmigiano e cozze, sino all’eleganza dell’indimenticabile Gennaro Cannavacciuolo e alla spaccata di Marisa Laurito, del 2023. Titolo certamente riempi-teatro, con quel tocco di “Malinconicità” in più, stacca-biglietti, che tanto interesserà l’emisfero femminile, dopo il successo di pubblico, avuto proprio qui a Salerno, del suo spettacolo teatrale “Malinconico, moderatamente felice”. Spesso e troppo volentieri si cerca di trasferire in città, in provincia e in regione, Napoli, serrandosi in quella gabbia dorata e ruffianamente partenopea, titoli che non hanno nulla a che vedere con la nostra realtà. Ricordiamo fin troppo bene la Vedova di Salemme, che non superò il primo atto al Teatro dell’Opera di Roma, qui trasformato in una delle sue commediole, inviando il solito acquarello di fine Ottocento, con tanto di pizza, mandolini, spaghetti e Vesuvio fumante, che rese un’opera che non potette assolutamente mettere piede al di fuori dei confini borbonici, con l’intero libretto, cucito addosso, cambiando nome ai personaggi, trasferendo l’ambientazione parigina, a Sorrento, imponendo maschere e tipi delle pochade di Scarpetta, con tanto di “lazzi”. E se Antonio Petito, il più grande dei Pulcinella, aveva scritto la parodia della Belle Elene di Jacques Offenbach, divenuta “Na bella Elena bastarduta ‘nfra lengua franzesa, toscana e napolitana allo triato de Vuosco Tre Case”, il nostro Vincenzo Salemme non fu da meno trasformando la raffinata Hanna Glawari in una formosa e astuta pozzolana. Poi, la Njegus napoletana della Laurito, Pontevedro a Parigi che, con quello spruzzo di Napoli, donato dalla scoppiettante Marisa Laurito, nei panni della cancelliera d’Ambasciata Njegus, organizzatrice di festini, dall’inventiva comica, che non ha disdegnò di evocare simpaticamente quel periodo buio, del genere, affidato alle compagnie di “giro”, durante il quale si diceva che i testi originali non tenevano più e che bisognava cambiarli, fin dove possibile. Ora toccherà a Massimiliano Gallo, certamente non ultimo arrivato in certo teatro musicale, ad esempio con “Stasera punto e a capo” o “Anni ’90… noi che volevamo la favola!” Dove la musica non manca mai, giustamente, anche per eredità, essendo figlio d’arte di papà Nunzio. Cosa proporrà l’amato Massimiliano Gallo? Il padrino di quest’operetta è il valzer, la sua madrina l’eleganza e la sofisticata avventura sentimentale. E’ stata una forma di spettacolo compiutamente borghese, con le sue evasioni nel bel mondo, con i suoi principi fasulli e le sue belle dame oneste e avventurose. Il valzer, col suo girare in tondo, con le sue ebbrezze veloci, con il suo magico distendersi nella felicità più immediata, rappresentava lo scintillìo di un momento di magia, di abiti svolazzanti e di divise che non avevano più nulla di marziale. Nelle feste mascherate dell’Impero in decadenza, i violini evocavano i bei caffè di Vienna e Budapest, i saloni dei nobili, e perfino i sogni delle sartine. In mancanza di un turismo organizzato ecco le puntate nell’esotico, fra paesi fantastici di ipotetiche Balcanie e crociere mentali in Orienti da cartolina. Un po’ di tenerezza e un po’ d’amore, il sogno nel cerchio di una danza su pavimenti che di lì a poco sarebbero crollati con lo scoppio della I guerra mondiale. Il frac, in quest’opera, la farà da padrone: sul podio, quello del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, alla testa dell’Orchestra del Conservatorio, in palcoscenico quello del Conte Danilo, prima di andare tutti nei “cafè chantant”, a cenare a lume di candela, tra finissime porcellane di Chantilly e purissima cristalleria di Baccarat, lasciando correre la fantasia sulle ali di donne e valzer.





