Lavia: “O’ Neill è una bestia difficile da gestire” - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Lavia: “O’ Neill è una bestia difficile da gestire”

Lavia: “O’ Neill è una bestia difficile da gestire”

Di Gemma Criscuoli

“Mi piacerebbe che ci fosse un regista a dirigermi. Essendo del segno della bilancia, non ho certezze: mi interrogo sempre su progetti, alternative, possibilità. Chiedo di continuo pareri; che poi non li segua è altro discorso”. Ironico e accogliente, Gabriele Lavia ha catalizzato l’attenzione del pubblico a Giù la maschera, l’incontro moderato dal giornalista Peppe Iannicelli, in occasione della messinscena di “Lungo viaggio verso la notte”, l’allestimento tratto dall’omonima opera di Eugene O’Neill, applaudito al Teatro Verdi e in scena stasera per l’ultima replica alle 18.30. L’attore e regista ha ricordato di aver già fatto ricorso a una gabbia per la scenografia, in occasione della prima edizione de “Il padre” di Strindberg, e il fatto che tutti i personaggi siano ingabbiati nella mediocrità, nella malattia, nel teatro stesso lo ha spinto a puntare nuovamente su questa scelta. “O’ Neill è una bestia difficile da gestire – ha ricordato- non è raro che una battuta si prolunghi anche oltre le tre pagine e se lo si volesse rappresentare integralmente, occorrerebbero nove ore. Nella nostra cultura, però, un’opera teatrale resta nell’ambito delle tre. Con O’Neill bisogna tagliare: non è Cechov, dove tutto è meraviglioso e non si può fare a meno neppure di una virgola. Per i Greci era diverso, dato che seguivano il ritmo del sole. Quando Edipo ormai cieco pronuncia i suo famosi tre dove, “Dove mi trovo? Dove vola nell’aria la mia voce? Destino, dove mi hai precipitato?”, ciò avviene al calare del sole e gli spettatori si ritrovano avvolti nel suo stesso buio”. Al momento di operare una selezione riguardo al copione, Lavia ha dichiarato di aver tagliato delle pagine pressocché a casaccio, limitandosi ad aggiungere due righe di collegamento tra un blocco e l’altro, ma è evidente la raffinatezza con cui la storia è stata trasposta sul palco senza tradirne l’essenza, anzi, potenziandola anche grazie a un prestigioso cast. Jacopo Venturiero e Ian Gualdani hanno sinteticamente tracciato i caratteri dei propri personaggi, rispettivamente Jamie ed Edmund: l’uno aspro e apparentemente cinico, l’altro reso fragile dalla tisi, ma gravato dal dolore e dal senso di dissoluzione che dominano la vicenda. Diverso il ruolo di Cathleen, impersonata da Beatrice Ceccherini, figura allegra e giocosa che, pur non avendo un grande spazio, permette alla protagonista Mary di esprimersi e di attenuare anche solo in parte lo schiacciante senso di solitudine che la perseguita. Federica di Martino ne ha offerto un ritratto: “In Mary vi sono molte variabili interpretative complesse da rendere. È un personaggio bellissimo nella sua fragilità: è frustrata, insoddisfatta, ma capace e bisognosa di amore. È stato difficile interpretare il suo rapporto con la morfina. L’opera è ambientata nel 1912 e due anni dopo vi sarebbe stata la legge che ne regolava l’uso. Era considerata la medicina di Dio e si credeva che potesse curare l’alcolismo. Ha sempre detestato il teatro e in effetti gli attori sono tra gli esseri più egoisti: il loro lavoro ha sempre la precedenza su tutto. Il testo ha moltissimo del passato di O’Neill. Quello che mi colpisce è la scelta dell’autore di dare il proprio nome al fratellino morto, mentre un personaggio vivo porta il nome del bimbo che morì. Lo trovo straziante e poetico”. “I personaggi sono immortali – ha concluso Lavia- Cosa c’è di più bello di qualcuno che è appena morto sul palcoscenico e dietro le quinte chiede “Dove andiamo a cena stasera?”.