Mimmo Liguoro, giornalista umano - Le Cronache Ultimora
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Mimmo Liguoro, giornalista umano

Mimmo Liguoro, giornalista umano

Garbato, un’esplosione di valori umani, era un riferimento per molti di noi, che negli anni Novanta avevano lasciato il dolce borgo natio per trasferirsi a Roma. Professionale, fino all’apogeo del perfezionismo, Mimmo aveva uno spiccato senso dell’umorismo. L’unica concessione al suo aplomb anglosassone di giornalista di razza, era il tifo viscerale per il Napoli. Un’autentica fede azzurra che sovente lo spingeva -durante la mia intensa e proficua collaborazione a Rai International- a recarsi presso la storica palazzina E di Saxa Rubra per seguire le gesta dei campioni azzurri, per la verità all’epoca poco avvezzi ai successi e relegati nel purgatorio dei cadetti, per poi sprofondare negli inferi della serie C. Ma ogni fede -anche quella laica e colpevolmente calcistica- non è mai razionale, bensì spirituale. E dunque devota e a tratti genuflessa, altresì irrazionale. Mimmo non era un’eccezione dinanzi al mistero del credo sportivo. Quando durante la settimana avevo la ventura di incrociarlo nella cittadella dell’informazione o incontrarlo nell’accorsata mensa di Saxa, bastava un cenno con lo sguardo che fornisse l’assist e l’intesa per l’appuntamento domenicale nella stanza del caporedattore centrale dei settimanali per gli italiani all’estero, Aniello Verde, tra i fondatori e punto di riferimento dei servizi giornalistici made in Italy nel mondo. Comprendevo che tra le altre incombenze dovevo prenotare la bassa frequenza del campionato di calcio per i nostri connazionali in America, Giappone, Brasile, Uruguay, Argentina, ma anche una finestra per il nostro illustre ospite. Dopo la preparazione della striscia quotidiana per Rai International e la selezione della programmazione culturale proveniente dalle sedi regionali Rai e confezionata per il magazine da inviare in Australia, Canada e Germania, in uno dei pomeriggi nell’attesa della gara del Napoli e forse per spezzare la tensione che aveva accumulato per il suo Napoli “un’autentica sofferenza”, gli confidai che sovente mi intrufolavo nello studio del Tg3 (alla cui conduzione è stato dal 1995 al 2006) per spiarne le memorabili e sobrie direzioni d’orchestra, eseguite con la disinvoltura dei grandi. Bonariamente, quasi paterno, mi rimproverava chiedendomi perché non mi fossi presentato prima, persuaso di non opporre alcun diniego. Nella sua prestigiosa carriera, aveva seguito alcuni degli eventi storici più importanti: dalla prima guerra del Golfo all’elezione di Francesco Cossiga al Quirinale. Ma ne parlava con la leggerezza di chi interpreta il ruolo di giornalista come testimone dei fatti e non seguendo il tragitto melmoso del cronista grondante di sicumera, pronto ad assurgere a protagonista degli eventi. L’ultima volta che ci siamo sentiti si era trasferito a Parigi e nel rivelargli la notizia del mio approdo nella sua amata, bella e tragica Napoli, percepii quasi un sussulto di gaudio, al punto di promettermi che ci saremmo rivisti nella capitale del Mezzogiorno. Ma forse in quel preciso istante, non rammento se per intuizione o aleatoria percezione, capii che l’incontro non si sarebbe mai materializzato. Nel cuore e nella mente custodisco oggi e sempre la sua testimonianza cristallina di giornalista acuto, uomo raffinato, emblema del servizio pubblico Rai. Il garbo, l’acume, la competenza, la spiccata signorilità, erano la nitida istantanea della sua personalità. Un modello di informazione non urlata ma ragionata, in antitesi rispetto a ciò che accade oggi, con i reggimicrofono in servizio permanente effettivo. Un’eredità morale a cui deve ispirarsi qualsiasi professionista della comunicazione. Come tutte le persone colte, il particolare rivelatore celebrava la sintesi nel non ostentare mai le sue sconfinate conoscenze. Maestro sul campo, anche nella carriera di docente all’Università di Salerno -presso la Scuola di Giornalismo, coordinata da Pino Blasi, già lungimirante caporedattore centrale della Tgr Campania- ha impresso segni indelebili della sua vocazione all’informazione. Tracce di un patrimonio aureo per il giornalista del terzo Millennio.

Pasquale Scaldaferri