Fernando Argentino
La legge di “riforma” del ministro Nordio modifica 7 articoli della Costituzione, della nostra legge fondamentale, architrave su cui poggia lo stato democratico, che regola ed equilibra i poteri che lo reggono e su cui si fondano i diritti e le garanzie del cittadino. Proprio per questo è bene approcciare con rispetto, prudenza, sobrietà alle modifiche costituzionali e, soprattutto, rispettare il metodo del confronto e del reciproco ascolto, adottato dalle madri e dai padri costituenti, che resero possibili in Assemblea costituente un compromesso alto tra forze lontane per collocazione politica, ideologia, cultura, visioni. Ora siamo al capovolgimento del metodo e ad una “riforma” costituzionale votata a colpi di maggioranza, blindata in quattro passaggi parlamentari con centinaia di emendamenti dell’opposizione tutti respinti, senza la pur minima discussione, approvata senza che nessun altro potere dello Stato prendesse la penna per correggerne i punti più divisivi.
Per la prima volta dal 1948, una legge di riforma costituzionale modifica l’assetto del
governo autonomo della magistratura adottato dai Costituenti dopo la caduta del fascismo, per garantire il principio fondamentale di autonomia e di indipendenza della Magistratura e la separazione del potere giudiziario da ogni altro potere dello Stato per perseguire l’obiettivo di bilanciare i poteri dello stato, per garantire il controllo di legalità sull’operato degli altri poteri dello stato, per evitare il rischio della permeabilità di procure e giudici all’influenza del potere politico, per garantire i diritti inviolabili e le libertà fondamentali dei cittadini con l’applicazione della legge in modo imparziale e non in base a pregiudizi, influenze, condizionamenti. La “riforma” manifesta, dunque, la evidente volontà di operare una pesante torsione dei principi fondanti della Costituzione, di alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato, modificare i rapporti tra governo e magistratura, indebolire il potere giudiziario.
Questa legge non riforma la giustizia, non incide sulle sue criticità e sui suoi problemi, dagli errori giudiziari alla intollerabile lentezza dei processi civili e penali, dallo scarso ricorso alle misure alternative al sovraffollamento delle carceri, dalla pesante carenza di personale giudiziario e penitenziario alla esiguità delle risorse destinate alla giustizia: per far funzionare la giustizia il governo non investe un solo euro né per il personale né per le tecnologie.
La legge viene accompagnata dall’intensificarsi dell’aggressività che le forze più conservatrici dello schieramento politico manifestano contro i giudici. Vengono attaccati, spesso con vere e proprie campagne denigratorie, i magistrati che pronunciano sentenze sgradite, che si oppongono al progetto di autonomia differenziata, che indagano sulle vicende Del Mastro e Salvini, che affrontano il tema complesso dei migranti e contestano il piano per i migranti in Albania, che sollevano rilievi sul Ponte sullo stretto, vengono contestati i pronunciamenti della Corte dei conti, della Corte di cassazione, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, della Corte penale internazionale.
Ed ancora vengono usati con strumentalità casi di cronaca, con i social attivati per amplificare e deformare. E intanto si moltiplicano attacchi, esposti, denunce e le divergenze e il dissenso diventano delegittimazione.
È diventato un caso l’oscuramento del video del professor Alessandro Barbero a favore del NO, opacizzato da Meta con la scritta “informazione falsa”, con una decisione arbitraria, privata, senza contraddittorio e senza appello. Mi chiedo se non sia in discussione un fondamentale punto politico e democratico: chi decide, con quali criteri e con quali conseguenze quando una opinione, un giudizio, un contenuto politico debba essere reso meno visibile o censurato?
Abbiamo, insomma, una classe politica poco incline ad assoggettarsi al controllo di legalità, incline, invece, a condizionare e, perfino, ad impedire lo sviluppo di indagini
che potrebbero confliggere o intralciare l’azione di governo, colpire le caste degli intoccabili della politica e dell’economia.
Il ministro sostiene che il cardine della riforma è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, il divieto di passaggio da giudice a pubblico ministero e viceversa. Questa norma sembra essere del tutto superflua, poiché la distinzione tra le due funzioni esiste già di fatto: il magistrato che prende servizio decide in quale dei due ruoli lavorare, può cambiare una sola volta in carriera, con l’obbligo di cambiare sede e pochissimi lo fanno: nel 2024 meno dello 0,5% dei circa 9.000 magistrati in servizio ha effettuato il passaggio di funzioni!
Preoccupa, invece, la costatazione che nella maggior parte dei paesi in cui è in vigore questo sistema è aumentata la permeabilità dell’ordine giudiziario all’influenza dei governi per le carriere, le nomine e la disciplina, si è arrivati ad una riorganizzazione delle funzioni che ha portato progressivamente il pubblico ministero sotto il controllo dei governi e della politica. In tante serie televisive “crime” vediamo nel sistema giudiziario americano il pubblico ministero espressione diretta del potere politico, che persegue solo quello che il governo indica. Per più motivi, dunque, questa “riforma” non riguarda solo i magistrati, ma tutti cittadini che hanno diritto ad un giudice imparziale e, quindi, ad evitare il rischio di un pubblico ministero sottoposto al potere politico.
È demagogia accreditare la “riforma” Nordio e la separazione delle carriere come definitivo argine agli errori giudiziari; al contrario, con questa riforma si rischia seriamente di creare una categoria, quella dei pubblici ministeri separati, composta da persone che seguono un itinerario professionale orientato unicamente all’accusa, che vengono valutate solo per il numero di condanne ottenute, che, persa la base dei valori e delle competenze comune a tutta la magistratura, persa la cultura della terzietà garantita dall’appartenenza alla giurisdizione, potrebbero impegnarsi per trovare colpevoli a tutti i costi. In tal modo questa riforma alimenta il grave rischio che il pubblico ministero possa attenuare l’obbligo di svolgere accertamenti anche a favore delle persone sottoposte ad indagini e, quindi, smarrire il dovere di operare con imparzialità, danneggiando irreparabilmente l’indagato.
Al centro della “riforma” c’è, invece, la distruzione del Consiglio superiore della magistratura che viene svilito e indebolito nella funzione di organo di autogoverno dei magistrati, unitario nella composizione e nelle competenze, con funzioni anche disciplinari, incaricato di vigilare sul corretto operato dei magistrati.
Durante il regime fascista la funzione disciplinare era in capo al Ministro della Giustizia, e quindi il Governo e la politica sorvegliavano la Magistratura e, nel caso, la sanzionavano. I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è
una garanzia indispensabile di democrazia e che il cittadino non è sicuro se si trova davanti magistrati inquirenti che prendono ordini dal governo e che dal Governo possono essere puniti. La “riforma” determinerà un Consiglio meno competente e più indifeso, perché il Csm viene spezzettato: un Csm per i giudici e un Csm per i pubblici ministeri, mentre viene istituita una Alta corte per i giudizi disciplinari, composta da magistrati e da membri di nomina politica, ai quali viene assegnata la presidenza della Corte.
La “riforma”, creando un preoccupante precedente, rompe alcuni argini della Costituzione, mai scalfiti finora, e, in contrasto con i principi della democrazia, elimina il sistema di elezione fondato sul voto, prevedendo il sorteggio nella elezione dei componenti il Csm. Ora tutti i magistrati eleggono i componenti del Csm rispettando il pluralismo delle idee, mentre gli avvocati e i professori vengono eletti dal Parlamento, con voto a maggioranza qualificata dei 3/5, che determina un equilibrio nella rappresentatività e nel pluralismo. Con la “riforma” è evidente la radicale riduzione del principio di rappresentanza, del pluralismo e del prestigio del Consiglio: il sorteggio potrebbe paradossalmente portare a giudici vicini alla stessa area culturale o provenienti dallo stesso territorio o ufficio. Il sorteggio nega la meritocrazia, perché esclude qualsiasi valutazione di merito sul prestigio e sull’autorevolezza dei consiglieri togati, che, proprio perché scelti a caso, saranno più isolati ed esposti e, quindi, facilmente influenzabili e governabili, oppure dovranno, ancora una volta, orientarsi riferendosi alle associazioni a cui hanno aderito. La motivazione addotta per il sorteggio è che la magistratura è inquinata e politicizzata, che, quando vota, elegge i rappresentanti delle sue diverse correnti, veicolo clientelare che protegge e non sanziona i giudici che incorrono in comportamenti non corretti. Ora, anche il linguaggio è piegato alle esigenze della propaganda, e diventa volgare e aggressivo: la legittima attività di confronto e di pensiero interno alla magistratura, viene ridotta a “cancro delle correnti” e non all’esercizio di un diritto che esalta i valori del pluralismo delle idee, consolidando la democrazia interna all’istituzione.
E, per quanto riguarda le sanzioni disciplinari inflitte dal Csm, va sottolineato che queste sono di quattro volte superiori alla media europea, come affermato dalla Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa.
I sostenitori del SI rifiutano la necessità di discutere la “riforma” nel contesto delle vicende politiche e culturali che attraversano oggi il paese, in particolare di quelle che ne influenzano oggi la vita economica e sociale, mentre richiamano logiche, posizioni, principi proposti, certo autorevolmente, ma nel 1987 e, perfino nel 1919!
La riforma, che già ora intende spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della politica e a danno dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici, rappresenta, a mio avviso, un grimaldello per procedere ad una più ampia revisione dell’ordinamento della magistratura, per condizionarla e sottoporla al controllo della politica. Ed infatti, in tanti come me hanno la fondata preoccupazione che i tanti vuoti presenti nella riforma possano essere riempiti a colpi di decreti e, quindi, ancora a colpi di maggioranza nella successiva legge attuativa della riforma. Questa “riforma” può rappresentare un preoccupante viatico, una pericolosa leva per procedere a revisioni di quella splendida Carta costituzionale costruita dall’unità delle forze democratiche antifasciste e repubblicane nell’immediato dopoguerra, e per favorire tentazioni antidemocratiche ed autoritarie, di limitazione dei diritti dei cittadini e di repressione del dissenso, già visibili nell’azione di questo governo.
Le preoccupazioni sugli effetti futuri della riforma sono confermate proprio dalle azioni e dalle parole di Nordio e di esponenti del governo, la gravità delle quali non può essere sottovalutata e che accrescono la mia determinazione a votare NO.
Il ministro irrobustisce il messaggio del controllo della politica sulla magistratura, rivendicando la necessità di aumentare la “libertà d’azione della politica”, ossia di liberare la giustizia dal controllo di legalità e, infatti, invita la Schlein a comprendere che questa riforma può andar bene anche alle opposizioni che, una volta andate al governo, potrebbero essere meglio tutelate dalle “intrusioni” dei magistrati!
Ed ancora il Governo decide nel nuovo Codice degli appalti meno gare, meno controlli preventivi e più discrezionalità insieme alla moltiplicazione dei subappalti; e decide con l’abolizione dei reati di abuso di ufficio e di traffico di influenze illecite, di indebolire gli strumenti di prevenzione e di contrasto di abusi di potere e di condotte di evidente gravità nel settore pubblico, la zona grigia dei punti di contratto tra il potere pubblico e gli interessi privati. Ancora, Nordio, trincerandosi dietro la difesa dei diritti, dichiara “Se passa il SI, poi ci occuperemo anche delle intercettazioni”. E quindi meno intercettazioni per corruzione, concussione, violenze: la privacy non si difende impedendo di intercettare, ma impedendo di pubblicare ciò che non ha rilevanza penale! Nordio decide di dare un preventivo avviso agli indagati per ipotesi di reato che prevedano l’applicazione di misure cautelari e boccia l’idea di impiegare il trojan per una “modestissima mazzetta”, ritenuta reato non grave, introducendo così una nuova, irrituale casistica nella definizione della corruzione, che può essere grandissima, grande, modesta, modestissima, prefigurando una soglia di corruzione non punibile. Io penso che la corruzione sia sempre corruzione e sempre un danno nei confronti delle persone oneste e chi si fa corrompere, quale che sia l’importo, vende la propria funzione pubblica in cambio di un illegittimo beneficio, tradendo il dovere di svolgere la propria funzione con disciplina e onore. Il ministro Tajani, dal canto suo, dichiara di voler abolire l’obbligatorietà dell’azione penale. Intanto, sono già depositati in Parlamento tre progetti di legge che prevedono di sottrarre la Polizia Giudiziaria al controllo dei pubblici ministeri. Ora, se le indagini non verranno più fatte dalla Polizia Giudiziaria, che risponde alla magistratura, ma dalle Forze dell’ordine che rispondono direttamente al Ministero degli Interni, della Difesa e delle Finanze, avremo di fatto indebolito e svuotato l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, portandola sotto il controllo politico del Governo, senza dirlo esplicitamente. I cittadini avranno così non più un pubblico ministero imparziale come i giudici, ma un “avvocato dell’accusa”, esposto alle pressioni della politica.
Oltre mezzo milione di cittadini, in soli 25 giorni, hanno firmato per bocciare la controriforma Nordio, confermano la scelta di difesa della democrazia e della Costituzione. Queste firme per il NO sono una importante promessa di voto nel prossimo referendum del 22 e 23 marzo.
E io non dirò mai che qualche mio caro amico, giurista di valore, brillante giornalista, autorevole accademico, schierato per il SI, voterà come i fascisti e i mafiosi. Mi piace, invece, che con me voteranno NO tanti compagni e amici della Cgil, delle Acli, dell’Anpi, di Libera, di Articolo 21, di No al bavaglio, di Pax Christi e di tante altre associazioni che rendono ancora viva e bella la nostra democrazia, quella che per settanta anni ci ha permesso di scendere per strada e manifestare e combattere per il diritto al lavoro, alla salute, alla casa, alla scuola.





