SCUORNO DEL PARTITO DEMOCRATICO - Le Cronache Ultimora
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SCUORNO DEL PARTITO DEMOCRATICO

SCUORNO DEL PARTITO DEMOCRATICO

Rino Mele

Se, legati da vincoli familiari, due si trovano in spazi opposti (e oppositivi) può nascerne un dramma perché il contrasto, anche solo spaziale, si esalta esasperandosi, r la consanguineità facilmente scivola verso l’aggressione e la colpa. Quando, poi, i due spazi sono attraversati anche da forti tensioni sociali e simboliche allora la frontalità diventa provocazione estrema e sdegno. Così, quando l’11 gennaio 1944 Mussolini e suo genero, già Ministro degli Esteri, Gian Galeazzo Ciano – che lui considerava figlio e aveva portato alla più alta gloria – si trovarono (alla fine) in due caselle opposte, irriconoscibili, il Duce – pur soffrendone aspramente lo strazio – ebbe infantile rispetto e terrore del giudizio degli altri (e di Hitler) e non salvò il marito di sua figlia dalla morte per fucilazione.

Furono scritti e rappresentati duemilacinquecento anni fa, nel 468 avanti Cristo, i Sette contro Tebe. L’autore è la radice verde del teatro occidentale, Eschilo. Alla settantasettesima Olimpiade, presentò i Sette contro Tebe insieme ad altre due tragedie, Laio, ed Edipo e vinse la gara di teatro contro i tragediografi Aristia e Polifrasmone.

La trilogia si chiudeva, sempre all’interno dello stesso tema, con un dramma satiresco, La Sfinge, di cui non rimane niente, solo una parola: “calpestìo”: e sono i piedi piagati di Edipo che ripetono, come in un metafisico alfabeto Morse, un messaggio indecifrabile.

Nei Sette contro Tebe i due personaggi principali appartengono alla stessa famiglia e finiscono col trovarsi nello stesso incastro di morte, un duello finale che vede entrambi i fratelli perire, per mano dell’altro. A commento di quest’angoscioso contrasto, Eschilo mette in rappresentazione il mare, ne fa metafora della nostra infelice vita: “Come un mare di sciagure sospinge le onde: / una si abbassa, ma intanto un’altra si solleva nell’aria / a tre creste: ed è questa che si alza fragorosa / intorno alla nave di questa città”.

I due fratelli sono due principi, Eteocle e Polinice, figli del re Edipo e della regina Giocasta. Ormai tocca a loro governare Tebe: decidono di farlo un anno ciascuno, dandosi il cambio. Eteocle è il primo ad avere funzione di re. Ma, poi, non vuol lasciare il trono e il potere, anzi alle donne del Coro che gli ricordano il pericolo di una devastante guerra fratricida risponde con improntitudine, irosa superbia, e la spudoratezza di chi vuol comandare ad ogni costo: “Vi domando, bestie che siete, insopportabili: credete forse che sia questo il modo migliore per salvare la nostra città? Vi sembra di far coraggio ai nostri guerrieri accerchiati dentro le mura, prostrandovi così, davanti alle statue degli dèi della città?”.

Col volto opaco del tiranno, Eteocle non solo chiama i suoi cittadini “bestie” ma li minaccia di morte. Infine, essendo il coro formato da donne tebane, nella sua volgare oscena visione della società, grida al Coro: “Compito tuo è fare silenzio e startene a casa”.

Le contrapposizioni politiche tra familiari sono terrificanti, anche quando sono artefatte: e non c’è bisogno di chiedere luci al mito dei figli di Edipo.

Tre giorni fa, nel monastero di Santa Chiara a Napoli, è iniziato il convegno politico del Partito Democratico, dal titolo vago ma suggestivo, “L’Italia che coltiva i saperi” finalizzato alle difficili e determinanti elezioni politiche del 2027. Ma come non parlare delle elezioni amministrative di maggio imposte da De Luca che già ha iniziato la sua campagna e quasi s’è già seduto sulla poltrona di sindaco (da cui in trentacinque anni non s’è mai scollato, se non formalmente e finendo col corrompere il governo della città con una presenza abusivamente continua e devastante: i salernitani, intanto, come il Coro delle donne dei Sette contro Tebe, si sono scordati la purezza della loro voce.

Con un atto difficile da valutare la segretaria nazionale Schlein accettò (ottobre 2025) la richiesta di Piero De Luca di occupare il ruolo di segretario regionale del partito: tutti, proprio tutti, capimmo che era un azzardo pensare di contrapporre figlio e padre, il primo per la difesa della legalità del partito, l’altro per l’eternizzazione del proprio potere di sindaco. Ora Schlein ha detto chiaramente che vanno cambiate le regole e il confronto elettorale contro la Destra rievocando la forza del Campo Largo che ha da poco avuto un chiaro successo alle Regionali. E questo è stato ribadito anche nella “due giorni” appena consumata al monastero di Santa Chiara: ma quasi col timore di parlarne, così fuggevolmente, con tanti tristi silenzi, e tentativi di fuga, che si capisce come Piero De Luca – in questa lotta simulata col padre – non sappia come uscirne.

Se non con qualche furba ipotesi come quella di presentare il raggruppamento del Campo Largo ma senza utilizzare nessuna lista col simbolo del Pd: solo una o più inconsulte liste civiche per poter perdere la contesa col teatrale tiranno, giustificandosi col dire d’aver tentato.

Sarebbe una vergogna, uno scuorno da arrossirne per sempre. (Scuorno è anche il titolo di un bel libro di Francesco Durante, Mondadori 2008).

Così, dopo trentacinque anni di dominio su Salerno, De Luca vincerebbe ancora: devastando non solo la città già straziata e distruggendo il partito.

L’ipotesi che io qui argomento (evocando un infinito scuorno per la nostra violata identità) l’ha fatta, prima di me, Alessio Gemma nell’edizione napoletana di “Repubblica” di ieri: “A Salerno potrebbe finire con il Pd che non schiera il simbolo”. Poi aggiunge: “Né con De Luca, né con un candidato alternativo del centrosinistra”.

Scuorno.