Caso Caputo, una sentenza senza processo - Le Cronache Ultimora
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Caso Caputo, una sentenza senza processo

Caso Caputo,  una sentenza senza processo

di Erika Noschese

Viviamo in un tempo in cui un nome può diventare una sentenza senza processo. La recente vicenda che ha visto coinvolto il nome di Nicola Caputo è un esempio emblematico della deriva in cui rischiamo di scivolare, tra aspettative di scoop e dinamiche virali dei social media. Secondo le ricostruzioni emerse in queste ore, un documento dei cosiddetti Epstein files (una enorme raccolta di materiali legati alla figura di Jeffrey Epstein resa pubblica negli Stati Uniti da rappresentanti del Congresso) conteneva il nome “Nicola Caputo”. Subito qualcuno ha cominciato ad associare quel riferimento al noto politico italiano: ex eurodeputato, assessore regionale in Campania e oggi autorevole dirigente di Forza Italia. Ma l’identificazione era errata e superficiale. La smentita ufficiale è arrivata dall’altro lato dell’Atlantico: il deputato repubblicano Thomas Massie ha chiarito che il “Nicola Caputo” citato nei file non è l’ex europarlamentare italiano, l’anno di nascita indicato nei documenti, infatti, non corrisponde e suggerisce trattarsi di un omonimo, più anziano. Questa vicenda solleva una questione di enorme rilievo civico: quanto pesa la leggerezza nella nostra informazione? E in che misura la rapidità dei tempi della comunicazione, dei social, delle richieste di clic e visibilità si trasforma in una forma di giustizia fai-da-te che colpisce prima di conoscere i fatti? Nel mondo digitale di oggi può bastare un dettaglio fuori posto, una somiglianza anagrafica, un algoritmo che corre troppo veloce, perché un nome venga trascinato nella polvere, con conseguenze spesso irreversibili per la reputazione di chi si trova coinvolto. Poco importa che non ci siano prove né elementi concreti di coinvolgimento: l’associazione genera rumore, e il rumore diventa la notizia. Questa deriva è pericolosa non solo per i singoli, ma per l’intera comunità democratica: mina la fiducia nei media, alimenta sospetti automatici, e trasforma ogni omonimia in potenziale scandalo. Il dovere di chi fa informazione è verificare prima di pubblicare, approfondire prima di condividere, e rispondere del proprio lavoro con rigore. La stampa, i giornalisti, i commentatori, così come ciascuno di noi nei propri profili digitali, hanno la responsabilità di resistere alla tentazione della “notizia lampo” che sacrifichi l’esattezza sull’altare della velocità. Perché la libertà di stampa è un valore inestimabile, ma senza rigore si tramuta in irresponsabilità. E infine, una riflessione umana e civile: a Nicola Caputo, chiamato a difendere in questi giorni il proprio nome da un errore di identificazione, va il rispetto e la solidarietà di chi crede che nessuno debba subire una gogna ingiusta per un’errata associazione. L’informazione è un bene da perseguire con cura, non una bandiera da sventolare senza verificarne il contenuto.