Maria Agresta ed Ernesto Petti i Ford salernitani - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Maria Agresta ed Ernesto Petti i Ford salernitani

Maria Agresta ed Ernesto Petti  i Ford salernitani

Di Olga Chieffi

Sarà un debutto nel ruolo di Mrs. Ford quello del soprano Maria Agresta, nel Falstaff che sarà in scena da domani, alle ore 17 al Teatro San Carlo, nell’ allestimento che verrà presentato per la prima volta in Italia, nato da una coproduzione internazionale che coinvolge il Teatro Real di Madrid con La Monnaie / De Munt di Bruxelles, l’Opéra National de Bordeaux e la Tokyo Nikikai Opera Foundation e che vedrà sul podio Marco Armiliato, alla testa dell’Orchestra e il Coro del Teatro di San Carlo, preparato da Fabrizio Cassi, mentre la regia, unitamente ai costumi, è firmata da Laurent Pelly, con le scene di Barbara de Limburg, le luci di Joël Adam. L’allestimento trasforma l’Osteria della Giarrettiera in un pub alla moda, mentre i costumi, firmati dallo stesso regista, sono ispirati agli anni Sessanta e alle icone del tempo. Tra le scale della casa dei Ford, Maria Agresta, soprano cilentano, da tempo nel gotha della lirica, special guest agli International Opera Awards, in novembre a Roma, incontrerà un’altra voce speciale salernitana, quella del baritono Ernesto Petti, che sarà Mr. Ford “La gioia di cantare al teatro San Carlo è immensa – ha rivelato il soprano – proprio qui dove tutto è iniziato vedendo proprio la mia prima opera a dodici anni, è sempre un ritornare a casa. Riguardo il mio debutto nel ruolo di Alice, nonostante le prove siano veramente intense, mi sto divertendo molto, assaporando ciò che è questo personaggio. La difficoltà del ruolo di Alice è quella di far aderire testo e musica. E’ l’ultimo Verdi, lui guarda avanti, non ci sono le solite arie, duetti, schemi e forme, ma c’è un grande impegno vocale che va a toccare proprio il colore, pennellate vere e proprie, volute dal compositore, effetti particolari che vanno a creare la magia di quest’opera, ovvero la ricerca del suono nella parola. La regia è favolosa, ma molto impegnativa, in cui ogni movimento corporeo, come ogni reazione, sono legati alla musica. Sono, tra l’altro, molto felice di cantare con Ernesto Petti, che ritrovo come collega e come “marito”, la coppia perfetta, tutta campana, con il quale è bello raccontare anche i nostri trascorsi salernitani. Una produzione nata sicuramente sotto una buona stella. Un’ opera che si vive col sorriso grazie anche alle “astuzie femminili” per dirla con il nostro Cimarosa, che senza alcun risvolto tragico, riescono a colpire l’animo e l’intelletto umano”. Cast stellare, con Luca Salsi nel ruolo del titolo Sir John Falstaff è Luca Salsi. Accanto a lui Ford, interpretato da Ernesto Petti, altra voce salernitana che ritorna al massimo napoletano dopo il successo nel Ballo in maschera. “Per me è sempre un grandissimo piacere tornare al teatro San Carlo – ha continuato il baritono salernitano – dove ormai sono diversi anni che canto ininterrottamente e devo per questo ringraziare il casting Director Ilias Tzempetonidis, per la fiducia. Questo sarà un meraviglioso Falstaff, con un cast di all stars, con Luca Salsi che è un vero punto di riferimento quale baritono sui palcoscenici internazionali, con la Maria Agresta, mia carissima e grandissima conterranea, un direttore perfetto quale è Marco Armiliato, e una regia e scene magnifiche. Ford è un personaggio dal carattere un po’ più serioso, perché crede di essere tradito dalla moglie e il regista lo vuole sempre ombroso, rispetto agli altri che saranno al centro dei lazzi e del “gioco”, del play, nel senso più ampio del termine. Un Verdi differente, questo, in cui il mio ruolo si guarda al verismo. Dopo questo Falstaff napoletano, sarò con lo stesso ruolo a Los Angeles, dopo averlo interpretato al Carlo Felice al fianco di un Sir John per eccellenza, Ambrogio Maestri, sperando un giorno di calarmi anche io nella “pancia” del protagonista”. Con Alice agiranno Mrs. Quickly e Mrs. Meg Page, affidate rispettivamente ad Anita Rachvelishvili e Caterina Piva, altre due splendide voci. La vicenda amorosa vede Francesco Demuro nel ruolo di Fenton, innamorato di Nannetta, a cui darà voce e volto Désirée Giove, allieva dell’Accademia del Teatro di San Carlo. Completeranno il cast Gregory Bonfatti come Dottor Cajus ed Enrico Casari e Piotr Micinski, Bardolfo e Pistola. Allestimento prestigioso, quindi, per comunicare al pubblico l’agilità di Falstaff, il suo andare verso un passato polifonico senza dimenticare l’opera comica all’italiana, come la veemenza e il languore del verismo: appartiene al proprio tempo e lo scansa, vi cavalca sopra con una giovinezza, una goliardia che è raro trovare in un uomo vicino agli ottant’anni di età. Le masse orchestrali e corali, dovranno dare vita a quella strumentazione impressionista, ma non disfatta, leggera, ma forte, per la struttura dei pezzi che si allacciano l’uno all’altro con perfetta disinvoltura, ma senza rinunciare all’idea delle forme chiuse, al ritratto in piedi. E se molti colori d’orchestra fanno pensare a Weber – primo amante della natura – altri pettegolezzi in contrappunto (con sfoghi lirici alla voce superiore) ricordano il quintetto nella taverna di Lillas Pastia e, perché no, un pochino delle “Comari” di Nicolai, rappresentante nell’ormai lontano 1849 , mentre il “pizzica stuzzica” di fate e folletti, e gli “ahi, ahi” del pancione nel parco di Windsor, possono comodamente collegarsi alla scena dei poeti ubriachi della “Fairy Queen” di Purcell, che Verdi conosceva appena, forse soltanto di nome. In Falstaff ci sono anche artifici “alla Boito”, che si basano sul declamato frammentario, con fremiti e salti dissonanti e trilli in orchestra, oltre a qualche altra bizzarria buttata là all’improvviso, calcolata ma quasi distratta. Importa moltissimo che queste ascendenze, con altri infiniti riferimenti alla tecnica strumentale del classicismo tedesco, si presentino come scampoli, stracci di guitti shakespeariani trascinati in un vortice brillante, sgorgate dal cuore del vecchio musicista con la facilità di un sangue giovane. A parte le parafrasi del canto gregoriano e le cadenze ecclesiastiche, spesso con significato canzonatorio, come pure l’arioso “delle corna” di Ford, vanno osservati i disegni melodici sia dei fedeli sia degli infedeli d’amore. C’è il cantabile ardente ma ingenuo del protagonista; quello aereo ma subdolo delle sue tre fiamme (le tre donne benedette di stilnovistica memoria, Alice e Meg, fiamme d’amore, Quickly fiamma di tortura); infine, il trasporto canoro di Fenton e Nannetta, tenerello, tutto cielo e luna, ma con improvvisi ruzzoloni comici tra le righe. Verdi ha pensato di usare uno stesso modello per tutti, perché tutti sono uguali ormai, in un mondo “burlone”. Ha pensato al cosiddetto genere “lyrique” francese (anche lui genitore del verismo), del quale, però, corregge la nobiltà un po’ statuaria, o addirittura la sostituisce con una spigliata, casereccia vena di canzone rinascimentale che esce, ancora, dalla polifonia del madrigale (una “Pazzia senile”, per citare Banchieri). Fra i diversi stili dell’opera la differenza non supera lo spessore di un capello; ma c’è, e traditrice, la vendetta della commedia sul dramma della vecchiaia, che trova in Falstaff il suo campione e vittima. “Tutto è finito/Va, va, vecchio John/Cammina per la tua via/fin che tu puoi./Divertente tipo di briccone/eternamente vero sotto/maschera diversa in ogni/ tempo, in ogni luogo./Va, va,/cammina, cammina,/Addio!!!!!”, scrive Verdi nella partitura autografa: per ridere, o se volete per dar sapore alla vita, ci vuole ancora lui.