Di Olga Chieffi
“Ciclope, tu chiedi il mio nome famoso; ed io te lo dirò. Ma tu dammi, come hai promesso, il dono degli ospiti. Il mio nome è Nessuno; e Nessuno mi chiama mia madre e mio padre, e così mi chiamano i compagni.» Io dissi così; e senza pietà nel cuore, Polifemo rispose: «Io, tra i suoi compagni, mangerò per ultimo Nessuno; e prima mangerò tutti gli altri: questo sarà il mio dono”…. “Di che ti lamenti? Che male ti colse, o Polifemo, che urli così nella notte divina, e togli a noi il sonno? Forse qualche nemico ruba il tuo gregge; o con inganno o con forza, forse qualcuno ti uccide?” E così rispondeva il forte Polifemo dalla caverna: “O amici, Nessuno mi inganna, non mi uccide con la forza”. E ad alta voce risposero i Ciclopi: “Se dunque nessuno usa violenza contro di te, e sei solo, questo male ti viene da Zeus, non puoi sfuggirlo; e allora prega tuo padre, il dio Poseidone”. Ecco la vendetta di Ulisse, il tranello, l’espediente, che dà nome al monologo. Un racconto, dunque, che ha sempre conquistato senza scampo, giacché intrecciare ancora una volta il tessuto stupefacente dell’Odissea, e insieme interpretarlo nell’arazzo più vasto della letteratura greca, non è esattamente cosa facile, semplice e limpido. L’Odissea inventa le leggi dell’arte del narrare, ne sperimenta ogni forma e possibilità, sicché dal poema dipartono luminosi tragitti, che ci proiettano verso i libri che verranno, dove comprendere l’Odissea significa, del resto, comprendere noi stessi, l’arte moderna, il nostro futuro. Arriva da domani alle 21, sino a domenica alle ore 18 sul palcoscenico del teatro Verdi, e venerdì alle 18,30 l’incontro in “Giù la Maschera!” con Peppe Iannicelli, “Nessuno. Le avventure di Ulisse”, una potente rilettura teatrale del mito omerico, scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca. L’opera, prodotta da Nuovo Teatro con la direzione di Marco Balsamo, si basa su un testo di Emanuele Aldrovandi. Lo spettacolo non si configura come una trasposizione didascalica dell’Odissea, ma analizza la figura di Ulisse come simbolo delle inquietudini umane, esplorando temi quali la memoria, la perdita, il desiderio e la ricerca dell’identità. Il progetto scenico si avvale dei costumi di Giovanna Buzzi e delle scene di Luigi Ferrigno. La narrazione si sviluppa attraverso un linguaggio che unisce la recitazione al gesto fisico, cercando un equilibrio tra l’evocazione del mito e la concretezza del racconto quotidiano. La messa in scena punta a mostrare la fragilità dell’eroe greco, equiparandolo a una figura umana e complessa, lontana dall’immagine puramente guerresca. Un monologo che indaga la fragilità e la grandezza dell’eroe più umano dell’antichità. Non solo un viaggio tra sirene, ciclopi e dèi, ma una riflessione profonda sull’identità, il ritorno, la memoria. L’ Odissea è un telaio ricco di immagini, metafore, sonorità randage una lingua ricca, variegata, sfumata, che sa penetrare con grande vivacità nelle pieghe della psicologia di Ulisse, di Circe, di Calipso, di Polifemo. Daniele Finzi Pasca e Stefano Accorsi guarderanno Omero come uno psicologo raffinato unito ad un orafo della parola dipingere, disegnare, scolpire immagini cristalline e perfette. Odisseo, l’eroe dotato di metis, ovvero di quell’intelligenza pratica in grado di trovare soluzione ai problemi concreti dell’esistenza e delle sue vicende. Ma questa intelligenza non è puramente e semplicemente innata: è anche il frutto dell’esperienza, riconducibili a poche parole chiave del proemio: viaggio, esperienza, conoscenza, l’uomo contemporaneo. Tra i viaggi di Odisseo, tutti fuori dall’ordinario, uno è più straordinario degli altri: quello che lo porta ai confini del mondo, presso la terra dei Cimmeri, dove regna una notte perenne, per incontrare le anime dei defunti, nékyia, evocazione dei morti. Si tratta della trasposizione narrativa di una reale pratica necromantica, ossia di consultazione oracolare dei defunti (secondo modalità ben precise, analoghe a quelle compiute da Odisseo stesso). Questo rito era variamente diffuso nel mondo antico e in area greca, dove è anche archeologicamente documentato. L’incontro con le anime dei defunti porta a Odisseo nuova conoscenza: perfetta, vera, assoluta. E se a lui serve, concretamente, solo quanto ha da dirgli Tiresia in merito alle sue future sorti, Odisseo non manca di ampliare i suoi orizzonti, arrivando, nei fatti, a conoscere la risposta al dubbio umano di sempre: la condizione esistenziale dell’individuo post mortem. Condizione per il vero assai misera: una parvenza di esistenza, tanto meschina da far dire ad Achille (Od. XI 489-491): “vorrei, pur di esser vivo in terra, andare a servizio da un altro, / da un uomo senza possedimenti, che non abbia abbondanza di mezzi, / più che esser signore di tutti i morti uccisi”. E le sirene? Ma le sirene, dove sono? Quelle di Dallapiccola compaiono evocate nelle parole di Circe alla fine dell’episodio che la vede protagonista “Ulisse! Dimmi…, dimmi, non ti sembra / sul mar d’udir cantare le Sirene?”. Le nostre sirene, come quelle di Kafka, diventano symbolon, attraversano acque di fuoco e di ghiaccio, poiché sono creature marine, spiriti elementari: di fuoco perché vogliono amore, di ghiaccio perché si presentano come estranee e, dunque, hanno parvenza fredda, simbolo della costruzione umana di scienza, portata a questo limite affinché vi esploda il fuoco e mostri il resto dell’Uomo. Simbolo, in questo senso, diviene, forse, anche un indovinello e una fonte di indovinelli, mistero mistico, affinché Ulisse si liberi dalla morte , recando il frutto di una nuova nascita. La figura allusiva al canto delle Sirene riaffiora, in corrispondenza del passo del libretto dell’opera in cui Ulisse riassume l’inutile pena del suo lungo cercare, “Trovar potessi il nome, pronunciar la parola” che, pur in forma di desiderio, volto al futuro e alla speranza, schiude all’ Epilogo, al compiersi della rivelazione. La verità, il messaggio di Ulisse, sarà “fare”, tentando, sulla scia delle sirene, formule d’indicibile, immersioni nelle acque informi e nelle grotte della mente, il tuffo cartesiano “ in acque profondissime”, che sono le arti, tutte, ritrovandoci, alla fine, rigettati sulla riva dell’umano e del senso del mondo, stringendo tra le mani un frammento di un antico cratere greco andato in frantumi, raffigurante i piedi di Ulisse incatenati all’albero maestro della navicella del suo ingegno, simbolo della passione dei nostri remoti sentieri.





