Di Gemma Criscuoli
Le foto di Matteo Elio Fedele, stampate dallo Studio Cerzosimo, accompagnano lo spettatore tra i volti degli attori, le loro emozioni, i momenti in cui si perdono in riflessioni lontane e le immagini compaiono anche sulla scena curata da Paola Molinari con le luci di Virna Prescenzo. Una scelta naturale: chi si dedica a un drammaturgo amatissimo deve dare tutto se stesso, nel corpo e nella percezione di esso. Accolto con favore presso il Piccolo Teatro del Giullare e in programma fino al primo febbraio, quando vi saranno le repliche delle 18.30 e delle 20.30, “Penziere”, diretto e interpretato da Vanni Avallone, non è un semplice omaggio alla poesia eduardiana, ma una celebrazione del verso come porta aperta sul mondo, scoperta del sé, dialogo inesausto con ciò che sembra ormai perduto e invece ritorna. L’esperienza dell’artista con Eduardo, del resto, continua a rappresentare per lui, a distanza di tanti anni, uno sprone a fare del palcoscenico il cuore della propria vita. Lo spettacolo è arricchito dalla voce vellutata e suadente di Alfina Scorza, oltre che dal violino di Matteo Masullo e dalla chitarra di Paolo Molinari: “Passione”, “Ammore annasconnuto”, “Vasame” sono solo alcuni dei gioielli della musica napoletana che rivivono sul palco grazie alla maestria dei musicisti e della cantante. Il regista si produce con generosità in “Penziere mieje”, dove la forza nichilista di un pensiero refrattario a ogni categoria lascia sgomenti, in “’O mare”, che esalta l’irriducibile energia della natura libera di essere solo se stessa, in “Titina”, la vera musa del padre di “Filumena Marturano”, nella splendida “Sto ‘cca”, in cui l’autore, rivolgendosi all’amata Isabella, immagina di sopravvivere tra i libri e i gesti consueti a dispetto della morte. Antonia Avallone pone la sua notevole presenza scenica al servizio dello sguardo ironico dello scrittore: “A gatta d’o palazzo”, infatti, è un implicito attacco a chi preferisce colpire piuttosto che capire, “Che d’è sta malatia” mette in guardia dalle trappole dell’insipienza, “’Ncopp a sta terra” ricorda la sostanziale vanità del tempo, un frastuono destinato all’oblio, “L’enemi” guarda a una cura rinforzante, presentata in modo farsesco e le tensioni dell’animo prendono vita in “Si t’‘o sapesse ricere” essendo, appunto, il cuore “un poeta che non sa cantare”, sempre pronto a generare scompiglio. Roberto De Angelis offre una performance emozionante in “’I vulesse truvà pace”, l’affannata e necessaria ricerca di un equilibrio che non si riduca a una nuova catena e in “Ca’ si fosse”, dove il dissidio tra destino e scelta individuale risulta un gioco truccato: è nella quotidianità, infatti, che l’oscura presenza della “ciorta” si annida, senza lasciarsi decifrare fino in fondo. Non manca comunque spazio per l’ironia, come in “ ‘O rraù” e in “L’ommo onesto”, che risulta, paradossalmente, la rovina della casa”. Daniele Alfieri gioca sagacemente le proprie carte nel ritmo comico: il suo duetto con Vanni Avallone in “Don Gennaro” è esilarante e i versi di “ ‘A gente” ricordano come il teatro si ispiri costantemente alla vita, per cui ridere di una commedia di Eduardo equivale a ridere di se stessi. “O ddt”, accompagnato significativamente dal “Volo del calabrone”, offre prova della sottigliezza con cui i testi colgono la quotidianità e se “E allora bevo” è una versione spudoratamente vitale del carpe diem, “ ‘A lampa” è un ostinato atto d’amore per i defunti, anche se nulla resta oltre al dolore che “fa’ luce” nella misura in cui non si smarrisca l’umanità. L’omaggio a Salvatore di Giacomo contribuisce all’atmosfera della messinscena e si ha nella sezione conclusiva di “Lasciammo fa’ Dio”: il regista fa rivivere la struggente tenerezza di Nanninella, la pezzente che torna dal suo bambino e l’abbraccia con tutta la dedizione che una madre sa dare, offrendo un’indimenticabile immagine della natura del popolo napoletano, perso tra mille contraddizioni, ma capace di sentimenti autentici. La conclusione è affidata a “Rosa de’ maggio” e al finale de “La tempesta” di Shakespeare nella traduzione di Eduardo: i giochi sono finiti e noi siamo fatti della materia dei sogni. I poeti conoscono perfettamente la caducità umana e quanto possa imbrigliarci. Proprio per questo non sanno fare a meno di scrivere, di aprire gli occhi lì dove non si posa (o non si vuole posare) lo sguardo. E a chi li ascolta non resta che lasciarsi guidare, perché la parola dell’arte può tutto, anche quando tutto sembra vano.





