Alberto Cuomo
Le motivazioni addotte dal sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, a proposito delle proprie dimissioni dalla carica cui è stato eletto, non sono convincenti. Se valesse quanto afferma, e cioè che a un anno dalla fine della consiliatura “si correva il rischio di svolgere questa fase… delegandola ad un’azione ordinaria che non possiamo permetterci” essendovi “bisogno invece di una spinta propulsiva, nuove progettualità, nuove iniziative che abbiano davanti un tempo ragionevole per la loro organizzazione”, tutti i sindaci in scadenza, per evitare una azione condotta “stancamente” dovrebbero dimettersi. Sbaglierebbe però chi, senza interpretare alla lettera le sue parole, ritenesse si sia dimesso solo per lasciare spazio a De Luca. Enzo Napoli è una persona sobria, seria, perbene, ed è indubbio che la sua gestione del Comune, sia stata rigorosamente rivolta al benessere della città e dei cittadini sulla base di un progetto da lui condiviso (ma non da molti cittadini). Quanto emerge dalla sua dichiarazione sono le affermate difficoltà dei tempi in cui ha svolto il suo mandato e la stanchezza attuale. Due condizioni che mostrano come il potere può anche logorare e non sempre è migliore del piacere sessuale. Napoli è di un anno più giovane di De Luca e se valgono le motivazioni delle sue dimissioni a maggior ragione, un vecchio di settantasette anni, qual è l’ex presidente regionale, può assumere il gravoso compito di gestire la nostra città. I loro atteggiamenti sono del tutto opposti. Mentre De Luca ha mostrato di voler rimanere legato alla prima poltrona regionale, facendo le bizze contro la legge dei due mandati e anche contro il proprio partito, Napoli appare più attento alle necessità dei cittadini che non ai possibili privilegi connessi al potere. Sappiamo che in ogni campo coloro che detengono un qualsivoglia potere tendono a conservarlo oltre il limite della saggezza, incapaci di lasciare spazio alle generazioni successive. Secondo Machiavelli, “gli uomini dimenticano più facilmente la morte del padre che la perdita del patrimonio” e il potere, per chi lo ha conosciuto a lungo, diventa un patrimonio prezioso tanto da non cederlo, non dividerlo, non lasciarlo andare e, così facendo, tradire proprio ciò che la buona politica dovrebbe incarnare: una responsabilità verso chi verrà dopo. Se mai De Luca si candidasse per divenire il nuovo sindaco della città, ad essere intelligenti non bisognerebbe votarlo ed anzi aiutarlo a cadere, non per crudeltà, ma per l’accettazione del ciclo naturale delle cose, dal momento ciò che non si rinnova si irrigidisce, e ciò che si irrigidisce muore. In questo senso la sclerosi del sistema deluchiano sarebbe letale, politicamente, per i suoi interpreti e per l’intera città. Oltretutto, se lo “sceriffo” fosse eletto dopo oltre trenta anni di dominio, aumenterebbe ulteriormente la disaffezione verso la democrazia e pertanto, oltre al mancato rinnovamento con giovani politici più “propulsivi”, necessario, secondo le parole del sindaco dimissionario, alla guida del Comune, andrebbero gli uomini peggiori se, secondo quanto sostiene Platone, “il prezzo dell’indifferenza verso la politica è essere governati da uomini peggiori”. Ma, perché i vecchi sono così legati al potere. Non c’è bisogno di ricorrere a Freud per comprendere che quanto determina il loro attaccamento a ruoli o poltrone è una forma di paura. Paura di decadere, di perdere significato, di riconoscere la propria fragilità, paura di morire. E del resto quante volte De Luca ha esorcizzato pubblicamente la morte associando la propria longevità esistenziale a quella politica. E forse chi non lascia il potere soffre proprio della incapacità di non saper concludere una stagione della vita, aggrappandosi a un’autorità che finisce con l’essere una gabbia, non una garanzia. Non a caso i Greci distinguevano tra kratos, la forza che si afferma anche con la violenza, e l’essere un capo riconosciuto per il suo dirigere con equilibrio. L’uomo vecchio, se saggio, non accumula potere, ma lo restituisce, sì che il potere non consista nel restare, ma nel saper creare le condizioni perché altri possano crescere. Probabilmente il dilemma dei vecchi che non mollano il potere non è solo politico, ma umano, legato il timore di scomparire. Ma se si ricorda che in natura e nella storia tutto passa, tutto muta sì che ciò che in natura accade non può non accadere anche all’uomo, lasciare il potere non si manifesta allora come perdita, quanto come atto di armonia con il mondo. In fondo la più grande forma di potere è proprio saper rinunciare al potere.





