Una giustizia davvero giusta - Le Cronache Ultimora
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Una giustizia davvero giusta

Una giustizia davvero giusta

di Pino Bicchielli*

La tre giorni di Forza Italia dedicata al referendum (con appuntamenti a Napoli, Roma e Milano) ha restituito un’immagine che vale più di molte polemiche: una partecipazione ampia, composta, determinata. Persone diverse per età, professione, sensibilità, accomunate da una richiesta semplice e potente: una giustizia più giusta, più credibile, più equilibrata. In parallelo, stanno nascendo in tutta Italia, e anche in provincia di Salerno, comitati per il Sì che non rispondono a logiche di apparato, ma a un’esigenza diffusa di chiarezza e garanzie. È un segnale politico e civile che merita attenzione, perché non nasce “contro” qualcuno: nasce a favore di regole più limpide e di istituzioni più autorevoli. In questo percorso, va riconosciuto il ruolo di Antonio Tajani, che con determinazione e misura sta portando avanti la battaglia referendaria senza scorciatoie, parlando al Paese con il linguaggio della responsabilità. Forza Italia ha scelto di metterci la faccia perché la riforma della giustizia non è una bandiera di stagione: è un impegno coerente con una cultura garantista e liberale, che difende la magistratura proprio rendendola più forte, più credibile e più rispettata. La questione di fondo è nota: la terzietà del giudice non è uno slogan, è la condizione essenziale perché il processo sia percepito come equo. In una democrazia liberale non basta affermare il principio: bisogna renderlo riconoscibile anche nella struttura dell’ordinamento e dell’autogoverno. La domanda è se l’assetto istituzionale garantisca, senza ambiguità, che chi giudica sia visto come davvero “altro” rispetto a chi accusa. Perché, quando la fiducia si incrina, a perdere non è una categoria: perde lo Stato di diritto. Ed è qui che entra in gioco un nodo troppo spesso rimosso: il correntismo nella magistratura. Non parlo di “trame” o caricature. Parlo di un sistema nel quale carriere, valutazioni, progressioni e incarichi direttivi e semidirettivi rischiano di essere letti, a torto o a ragione, attraverso il filtro delle appartenenze. In un circuito così, la terzietà può restare formalmente intatta ma indebolirsi nella percezione e, talvolta, nelle dinamiche concrete: perché un sistema che premia le appartenenze produce prossimità culturali, reti di relazione e “crediti” che finiscono per pesare. Su questo sarebbe miope ignorare quanto descritto negli anni da Luca Palamara, che è stato presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati dal 2008 al 2012. Non è questione di prendere ogni parola come verità rivelata; è questione di non far finta di nulla quando un ex vertice dell’associazionismo giudiziario racconta, con dovizia di particolari, meccanismi di mediazione sulle nomine, accordi tra gruppi associativi e logiche correntizie capaci di orientare scelte e incarichi. La politica può scegliere di archiviare tutto come rumore di fondo, oppure può scegliere la strada più difficile e più utile: intervenire sulle regole per ridurre gli spazi di condizionamento. Anche perché alcuni dati alimentano oggettivamente la percezione di un sistema poco selettivo. Le valutazioni di professionalità, negli ultimi anni, risultano positive in percentuali superiori al 99%. È davvero credibile che, in un sistema sotto stress e con criticità evidenti, quasi tutti siano sempre “bravi o bravissimi”? O piuttosto quei numeri suggeriscono una tendenza all’autoconservazione, nella quale la valutazione diventa un passaggio quasi automatico e le scelte apicali finiscono per giocarsi su altre leve? In questo quadro pesa anche una peculiarità italiana: l’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) è un soggetto privato, legittimo come ogni associazione, ma con un peso politico-culturale enorme e con una rappresentanza che finisce per tenere insieme giudici e pubblici ministeri, fungendo di fatto anche da interlocutore “sindacale” nel rapporto con il Governo e con l’opinione pubblica. Non è un’accusa ai magistrati: è una constatazione di sistema. Ma se un soggetto associativo, attraversato da correnti, incide così tanto sul clima e persino sulla selezione degli organismi di autogoverno, allora la domanda diventa inevitabile: le regole attuali proteggono abbastanza la terzietà dalla percezione di un circuito chiuso? Da qui discende il cuore della riforma: la separazione delle carriere. Non è un capriccio ideologico e non è una bandiera “contro” qualcuno. È la conseguenza logica del modello di processo che l’Italia ha scelto: un impianto accusatorio fondato sul contraddittorio e sulla parità tra le parti davanti a un giudice terzo. Un processo accusatorio sta in piedi su un’architettura rigorosa: l’accusa è parte, la difesa è parte, il giudice è arbitro. Se accusa e giudice restano “parenti” nello stesso corpo, nello stesso circuito di carriera e sotto un governo della carriera non realmente separato, quel modello rischia di restare ibrido, incompleto e vulnerabile nella percezione. Non è un giudizio sulle persone: è un problema di disegno istituzionale. E guardare alle democrazie mature aiuta a capire che non si tratta di un’idea stravagante. In molti ordinamenti evoluti la distanza tra chi accusa e chi giudica è più netta, proprio per rafforzare l’imparzialità percepita del giudice. Il punto non è “importare” modelli: il punto è riconoscere che la terzietà si tutela anche separando percorsi, culture professionali e autogoverno. E soprattutto chiarire ciò che non vogliamo: non vogliamo un pubblico ministero dipendente dall’esecutivo; vogliamo un PM autonomo e forte, ma vogliamo anche un giudice percepito come davvero terzo. Questo equilibrio si realizza meglio con carriere distinte e con un autogoverno separato. C’è poi un tema che in molti incontri della tre giorni è emerso con forza, perché tocca la vita concreta delle persone: gli errori giudiziari e la responsabilità. I numeri sono durissimi: tra il 2017 e il 2024 si sono registrate 5.933 ingiuste detenzioni risarcite, per un costo complessivo di 254,5 milioni di euro pagati dallo Stato. Significa, in media, una ogni 12 ore. Significa vite sospese, famiglie travolte, lavoro perso, reputazioni distrutte. Nessuno dice che ogni caso equivalga automaticamente a colpa disciplinare; sarebbe ingiusto. Ma non possiamo più accettare il divario tra l’impatto devastante sull’innocente e la risposta interna che appare, agli occhi dei cittadini, insufficiente. A fronte di quel numero enorme, le azioni disciplinari avviate risultano 89, con esiti che conducono a sole 9 sanzioni complessive: lo 0,15%. È un dato che non consente propaganda, ma impone una domanda: il sistema disciplinare, così com’è, riesce davvero a trasmettere l’idea di una giustizia capace di correggere se stessa? O alimenta la convinzione che “chi sbaglia non paga mai” e che a pagare sia sempre e solo la collettività? Ecco perché strumenti come l’Alta Corte disciplinare dedicata non è un simbolo: è una scelta per rendere più credibile, più comprensibile anche all’esterno, l’accertamento delle responsabilità, separandolo dalle dinamiche dell’autogoverno ordinario. Infine, sul sorteggio per la composizione del CSM, serve chiarezza: non si parla di una lotteria, ma di una selezione all’interno di un elenco di magistrati con requisiti di anzianità e di carriera. E qui la questione diventa culturale: se riteniamo i magistrati capaci di decidere ogni giorno su libertà personali, misure cautelari, intercettazioni, patrimoni e perfino ergastoli, com’è possibile sostenere che sarebbero “inidonei” a svolgere funzioni di autogoverno se selezionati entro un perimetro di requisiti? Il paradosso è evidente: chi respinge questo meccanismo in nome della “difesa” dei magistrati finisce per trasmettere una sfiducia verso la magistratura stessa. La verità è più semplice: quel meccanismo serve a spezzare l’automatismo correntizio che spesso decide “in partenza” chi deve essere eletto e a chi deve rispondere. La tre giorni di Forza Italia, e i comitati che stanno sorgendo spontaneamente, anche in provincia di Salerno, ci dicono una cosa: c’è un popolo che non chiede scorciatoie e non chiede vendette. Chiede regole più chiare, una giustizia più equilibrata, un sistema più trasparente e più credibile. È una richiesta che merita ascolto e che merita una risposta politica seria. Per queste ragioni voterò convintamente SÌ. *Deputato di Forza Italia