Un’ Aida senza rughe - Le Cronache Spettacolo e Cultura

L’opera di grandi professionisti “debuttanti” voluta dal direttore artistico Alessio Vlad convince al Teatro Verdi di Busseto. La vincono le voci maschili, il Radamès di Vincenzo Costanzo, che fa dimenticare l’indisposizione della “prima”, l’Amonasro di Hae Kang e il Ramfis di Alberto Comes. Nell’ “Aidina” di Zeffirelli, il  Maestro Giuseppe Mengoli ha, con alterna fortuna, adattato la partitura agli angusti spazi del teatro

 Di Marialuce Bucci

Con la seconda replica di Aida si è festeggiato degnamente il compleanno di Giuseppe Verdi, nella sua Busseto. Nell’ordinato paesino è tornata in scena la famosa Aida della piramide, firmata da Franco Zeffirelli, dell’immaginario trionfo, un gioiello ripreso infinite volte in ogni parte del mondo, qui affidato a Stefano Trespidi. L’Aida non è affatto un’opera di tutto riposo, la cui valutazione si sia ormai cristallizzata in un giudizio definitivo, resta un’opera che si interroga ancora e, ad ogni ripresa importante ci si va con l’animo aperto alle possibilità di modificare le proprie opinioni. Avendo a disposizione un palco piccolissimo di appena sette metri, Zeffirelli scelse di concentrare tutta l’attenzione sulle emozioni dei personaggi. I grandi conflitti drammatici, come l’amore contrastato tra Aida e Radamès, la gelosia di Amneris e il peso della patria e della religione, non sono più persi in spazi enormi, ma vissuti a stretto contatto con il pubblico. La regia sposa perfettamente la musica di Verdi. Per compensare la mancanza di spazio, Zeffirelli giocò su specchi, veli, trasparenze e prospettive che riflettono i colori dell’orchestra, fatta di flauti, arpe e archi delicati. Persino nella famosa scena del Trionfo, dove di solito sfilano centinaia di persone e cavalli, l’effetto imponente viene risolto con astuzia: la grande marcia e la musica della banda sembrano venire da fuori o da un piano rialzato, trasformando la festa di vittoria in un rituale più intimo e controllato. Inoltre, la vicinanza tra cantanti, orchestra e spettatori regala un’acustica limpida e dettagliata. Nell’Atto del Nilo e nel duetto finale “O terra addio”, la drammaticità del momento emerge con una forza incredibile: le voci e il suono sommesso degli archi riescono a trasmettere un senso reale di solitudine e chiusura, regalandoci un’esperienza teatrale unica e commovente. Così è stato per la seconda replica di questa Aida che ha inaugurato il Festival Verdi in Busseto, firmato da Alessio Vlad, che ha inteso riconquistare la verginità dell’opera formando un cast di grandi professionisti, ma tutti debuttanti nel ruolo. Il ruolo della principessa etiope è noto per essere un banco di prova spietato: richiede un controllo fiato eccezionale, un legato impeccabile e la capacità di passare sfumature liriche a slanci drammatici. La prova del soprano Francesca Vitali è stata segnata da un vibrato marcato, stretto, eccessivo, una oscillazione continua del suono, in particolare nel registro acuto, in cui, però non si è riflesso il senso passionale che il personaggio prevede, privando i momenti di introspezione della necessaria intimità. “O patria mia” è risultata la prova del nove sulla sponda del Nilo, in cui è stata appena sfiorata quella trasparenza nostalgica che Verdi ha scritto in partitura. Il mordente che è mancato ad Aida è stato sfoggiato dal tenore Vincenzo Costanzo, un Radamès di straordinaria potenza vocale e scenica, che ha impresso sul personaggio un timbro brunito, squillante e dal volume imponente. La sua interpretazione si è subito distinta nell’aria d’ingresso Celeste Aida, approcciata con uno slancio eroico ed esuberante che sottolinea la natura del condottiero vittorioso, con la  celebre conclusione in sfumando con la mezza voce prescritta da Verdi, dopo vare rivelato la fermezza dei suoi acuti e la bellezza del metallo vocale dal fascino primordiale e irresistibile. Nei duetti con Amneris ed Aida, Costanzo ha sfoggia una declamazione appassionata e un fraseggio vibrante, capace di passare dalla veemenza militare alla disperazione dell’amante tradito e del patriota accusato di alto tradimento. Nel Terzo e Quarto Atto, e in particolare nella scena del giudizio e nel finale O terra addio, la sua voce si è piegata a sfumature di struggente malinconia, mettendo in luce la vulnerabilità di un eroe tragico travolto dagli eventi. La presenza scenica, imponente e statuaria, unita alla naturale passionalità dell’emissione vocale, ha reso, così, il Radamès di Vincenzo Costanzo, un’incarnazione ideale dell’eroe romantico, scolpita nella memoria per il suo impatto vocale devastante e la travolgente carica emotiva. Nel finale, durante la chiusa nel sepolcro, Costanzo ha piegato con grande raffinatezza il suo monumentale strumento a un’intensità dolente e solenne, specchio delle fluttuazioni dell’anima, ricevendo applausi a scena aperta. Nel panorama delle interpretazioni verdiane, il personaggio di Amneris è da sempre associato ad una vocalità e interpretazione ben precisa: timbri bruniti, registro di petto marcato, cavate drammatiche e un’accentuazione spesso incline al verismo. È la tradizione della principessa egizia come incarnazione dell’autorità ferita e della gelosia implacabile, scolpita nel marmo di un suono scuro e imponente. Abbiamo incontrato nel ruolo uno dei più grandi mezzosoprano rossiniani, Teresa Iervolino, la quale ha affrontato questa pietra miliare della drammaturgia verdiana rinunciando, forse, alla ricerca del colore scuro, risultato che al primo impatto può spiazzare, ma in qualche caso ha rivelato delle sfaccettature inaspettate. Se da un lato si è avvertita la mancanza di quella “cavata” viscerale nei momenti di maggior scontro orchestrale (come nel duello verbale con Aida nell’Atto II), dall’altro ne è emersa una linea di canto fluida, in cui la tessitura acuta e centrale ha risuonato con brillantezza e facilità squisitamente lirica. Bella sorpresa è stato l’ Amonasro di Hae Kang con ogni parola scolpita, in modo da restituire la doppia anima del personaggio: la nobiltà del sovrano vinto e la ferocia del guerriero mai domo. Nel celebre duetto con Aida sulle rive del Nilo, Kang ha, infatti, sfoggiato un’ampia gamma di colori, passando da un cantabile morbido e persuasivo, intriso di nostalgia per la patria perduta, a un’esplosione di violenza verbale e scenica scagliata contro la figlia (“Non sei mia figlia… dei faraoni tu sei la schiava!”), con acuti penetranti e saldissimi. Altra interpretazione eccellente quella di Ramfis, Alberto Comes, il quale ha utilizzato il fraseggio e la qualità del timbro per costruire una figura di temibile ed elegante autorevolezza: quando la voce poggia su un’emissione omogenea e priva di sgranature nei gravi, il personaggio acquista quella regalità cupa che fa da controcanto alla tragica fine degli amanti. Degni di nota gli altri personaggi il re Adrano Gramigni, il messaggero Francesco Congiu e la sacerdotessa Nicoletta Briguglio. L’orchestra Toscanini si è mossa sulle cadenze d’una sconosciuta Africa molle ai sensi, avvolgendo perfettamente con i suoi colori mutevoli grazie alla bacchetta di Giuseppe Mengoli, la notturna fantasticheria di Aida, la tomba, con le due voci che si arrampicano e subito ricadono, personaggi che sentiamo e vediamo, sono gli elementi di una esecuzione nel rispetto della raggiunta libertà di un’arte in cui Verdi ha unito senza porle in urto, né confonderle, le forme o le forze diverse della musica: l’orchestra, il canto e la declamazione Qualche difficoltà nel ricercare la spazialità del suono l’hanno avuta ottoni e percussioni che, in momenti topici hanno letteralmente coperto le voci. Buona la  prova del coro preparato da Martino Faggiani, a cui è stato tributato il meritato applauso, unitamente all’orchestra e all’intero, giovane cast.