di Alfonso Malangone*
Una mostra in corso in Città merita di essere inserita nel numero di quelle degne di essere ricordate. Dal 23/12 scorso, è in esposizione presso il Complesso di San Michele, contenitore per attività culturali e artistiche, una parte significativa della prestigiosa collezione di oltre 270 opere d’arte raccolte da due illustri concittadini, Filiberto e Bianca Menna, nella seconda metà dello scorso secolo. Così, grazie alla disponibilità della Fondazione ad essi intitolata, oggi proprietaria delle opere, e in forza del contributo/patrocinio/sostegno offerto dalla Fondazione Carisal, dal Comune, dalla Provincia di Salerno, dal Dipartimento di Scienze Culturali dell’UniSa, dall’Archivio Fabio Mauri, dalla Fondazione Banco di Napoli, da Palazzo Innovazione e da Pasta Garofalo, fino al prossimo 14/02 sarà possibile accedere gratuitamente alla struttura espositiva per penetrare nei pensieri dei due intellettuali grazie alla visione di opere espressive del modernismo, del realismo e del futurismo di cui erano portatori, nonché per partecipare ad incontri di approfondimento, letture e laboratori didattici. E’ una opportunità da non perdere, perché davvero unica per i contenuti artistici e benché la sua non agevole ‘lettura’ obblighi a una meditazione attenta e, magari, anche guidata. Nell’abstract dell’esposizione, si legge che l’allestimento comprende una quarantina di opere, tra dipinti, disegni, incisioni, sculture, sezionate in funzione non di un percorso cronologico-storico ma dell’evoluzione di pensieri nei quali arte e vita si fusero con sentimenti e intuiti creativi fortemente avanguardisti. Ovviamente, poiché spetta a ciascuno assumerne il messaggio interiore, non è il caso di approfondire l’argomento, mancando pure la competenza per farlo. Sarebbe un oltraggio. Neppure si ritiene di dover indugiare sulla vita privata di Filiberto. E’ doveroso però ricordare la sua appartenenza alla famiglia del Sindaco Alfonso Menna, che guidò la ricostruzione nei difficili anni post-bellici, e sottolineare la sua intima predilezione per gli studi artistici e filosofici a dispetto dei corsi di medicina presso la Federico II, dove pure conseguì la laurea. Frequentatore assiduo della famosa libreria Macchiaroli e dell’ambiente degli intellettuali, conobbe e sposò Bianca Pucciarelli alla fine degli anni 50 dando vita ad un sodalizio che contribuì fortemente all’evoluzione culturale della Città, pur in un contesto generale non esaltante né incoraggiante. Le loro proposte si distinsero per la novità dei contenuti futuristi, e anche astratti, culminati nelle forme pittoriche più spinte, addirittura sconfinanti nel disegno industriale. L’interesse per il mondo accademico portò Filiberto ad insegnare in diversi atenei, a partire dalla allora Facoltà di Magistero di Salerno. Nella sua Città, prese parte attiva a rivoluzionarie sperimentazioni teatrali che negli anni ‘70, con gli spettacoli della “Rassegna Nuove Tendenze”, consentirono l’arrivo dei migliori artisti nazionali a sostegno dell’effervescenza e dell’entusiasmo di nuove espressioni giovanili, pure offerte nei garages e nei sottoscala. I suoi impegni di docente, di saggista e di massimo esponente culturale e artistico lo accompagnarono fino alla morte, prematura, avvenuta a Roma il 06 Febbraio 1989. Aveva poco più di 62 anni. Per onorarne la memoria e rendere fruibile la sua biblioteca di oltre 50.000 libri d’arte e di documenti di grande valore storico ed educativo, la famiglia decise di costituire una Fondazione che trovò sede al secondo piano dell’ex “Casa del Combattente”, di proprietà Comunale, concessa in comodato con delibera dello stesso anno 1989. Alla Fondazione, infine, la vedova ha fatto dono nel 2020 delle oltre 270 opere d’arte di cui si è detto sopra. E, su questo, è sorto un problema. Lo scorso 04 Dicembre, nel Salone dei Marmi del Municipio, un gruppo di appassionati d’arte ha presentato un volume curato dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana sui sessanta quadri inediti di Pasquale Avallone, il più celebre pittore salernitano del Novecento. In quella sede, il Consigliere ospitante della Commissione Cultura, Arturo Iannelli, ha annunciato la volontà del Comune di intitolargli una strada. In risposta, il dott. Michelangelo Russo ha obiettato che sarebbe stato più giusto assegnargli ‘una casa’, cioè un Museo, nel quale ospitare le opere dei tanti altri celebri concittadini che hanno dato lustro alla cultura in Città. A seguire, è stata la dott.ssa Francesca Menna, nipote di Filiberto, a richiamare l’attenzione sulla collezione d’arte che, benché donata, è rimasta chiusa nei depositi. A questo punto, conoscendo i fatti, qualche considerazione è più che opportuna. Si deve premettere che la Fondazione Menna è una Istituzione Privata costituita da tre soci fondatori, la sig.ra Bianca Pucciarelli, al 61,59%, il Comune, al 19,40%, la Provincia, al 19,01%, guidata da un Consiglio di Amministrazione nel quale la presenza della famiglia, benché ‘maggioritaria’ per quota di partecipazione, appare in posizione ‘minoritaria’ per scelte di gestione (fonte: Fondazione). Ovviamente, si fa salvo ogni errore. Comunque sia, poiché ai sensi dell’art. 5 dello Statuto il Patrimonio è “costituito dai conferimenti in denaro o beni mobili e immobili, o altre utilità…effettuati dai Fondatori” (e da altro qui non di interesse), allora la collezione d’arte appartiene a tutti i cittadini per la quota pubblica del Patrimonio. E’ evidente che, in qualità di ‘bene comune’, è incomprensibile che non sia stata utilizzata per attrarre visitatori interessati alla cultura, non a fritture e panzerotti. Epperò, c’è da dire di più. La Fondazione risulta oggi priva pure della sede operativa dopo che i locali ricevuti in comodato, con dentro la biblioteca, sono stati dati in uso a Settembre 2021 ad una Associazione Giovanile che li utilizza per le proprie finalità. Nulla da dire sul merito, qualcosa si potrebbe osservare sul metodo.In tutto questo, appare davvero singolare che dopo l’offerta di una raccolta avente un valore economico certamente significativo, forse straordinario, non sia stato avviato un tavolo di confronto per scegliere la soluzione più favorevole alla sua fruizione pubblica a maggior gloria anche della Città. Una singolarità che, purtroppo, non stupisce. Perché è quanto già avvenuto per i dipinti di Pasquale Avallone, per la raccolta libraria che giaceva, una volta, a Villa Carrara e oggi è depositata, chissà in quali condizioni, in un locale di via Principessa Sichelgaita, per i documenti di Salerno Capitale, per i reperti etruschi e romani depositati a migliaia nei sotterranei del Museo Provinciale e di quello Diocesano. Eppure, di contenitori vuoti ce ne sono tanti: dal Conservatorio Montevergine, oggetto di una triste procedura di vendita attenzionata dalla Procura, agli Edifici Mondo, cioè le ex Carceri, a Palazzo San Massimo, ultima Reggia dei Longobardi disgraziatamente proposto in vendita negli anni 2011/2013, al Convento di Santa Maria della Mercede, dopo il possibile trasferimento del TAR nell’ex Tribunale, al Convento di Santa Maria in Porto Salvo dei Carmelitani, a largo Pioppi, libero e derelitto. Sono edifici multipiano che offrono spazi enormi concretamente destinabili ad un Museo Civico della Città: il MuSa. Inutile tormentarsi. Poiché qui neppure c’è un Assessore alla Cultura, sarebbe più facile che un cammello riesca a passare per la cruna di un ago. Se si ritiene di fare cultura con un concerto o una festa di piazza, allora il desiderio di una Città diversamente colta sembra davvero un sogno impossibile da realizzare. Forse, si dovrebbe riflettere sul fatto che la povertà intellettuale di coloro che tuttora non comprendono l’importanza di educare le menti, per renderle libere e autonome rispetto a ogni tentativo di sopraffazione, costituisce una condanna per tutti i cittadini. A meno che non sia questa la vera finalità che essi intendono perseguire. Questa Città ha bisogno dell’amore vero dei cittadini di cuore. *Ali per la Città P.S.: si fa salvo ogni errore





