Ci sono momenti in cui il rigido rispetto di un protocollo aziendale si scontra violentemente con il valore supremo della vita umana. È quanto accaduto nel cuore del quartiere Mariconda, dove la drammatica odissea di una famiglia salernitana ha riacceso il dibattito sul ruolo dei presidi sanitari territoriali. Quella che doveva essere una richiesta disperata di farmaci salvavita per un uomo in shock anafilattico si è trasformata, stando alla denuncia della moglie, in un muro di intransigenza burocratica dietro il bancone della farmacia: un invito a prendere il numerino e ad aspettare il proprio turno mentre i minuti scorrevano inesorabili. Un episodio increscioso, che ha sfiorato la tragedia e che oggi riaccende i riflettori sul tema della sensibilità nei presidi sanitari di frontiera, quali sono per vocazione le farmacie territoriali. La denuncia, dettagliata e ancora intrisa di forte apprensione, arriva dalla signora Anna Pia Tuosto, residente nel popoloso quartiere della zona orientale della città, testimone e protagonista di una corsa contro il tempo per salvare la vita del proprio marito. I fatti si sono verificati ieri intorno alle ore 13:30, un orario in cui la routine di un primo pomeriggio estivo è stata bruscamente interrotta da un’emergenza domestica. L’uomo, secondo quanto ricostruito, aveva da poco consumato dei lupini quando ha iniziato a manifestare i primi, inequivocabili sintomi di una severa reazione allergica. La situazione è apparsa immediatamente grave agli occhi della consorte, conscia del fatto che il marito, già anni addietro, era stato vittima di un analogo e severissimo shock anafilattico dovuto a un’altra causa. Memore di quel precedente drammatico e consapevole che il più vicino pronto soccorso ospedaliero non fosse raggiungibile in pochissimi minuti, la donna ha deciso di agire d’impulso, cercando aiuto nel presidio sanitario più vicino: la farmacia Ippocratica di Mariconda, situata a brevissima distanza dalla sua abitazione. L’obiettivo della signora Tuosto era chiaro ed elementare: ottenere con la massima rapidità possibile i farmaci salvavita necessari – un cortisonico o un antistaminico ad alto dosaggio – in modo da tamponare la crisi e guadagnare il tempo indispensabile per il successivo e inevitabile trasporto in ospedale. Una decisione presa in uno stato di comprensibile agitazione, lasciando il marito a casa da solo, in preda a sintomi che peggioravano di minuto in minuto. Una volta varcata la soglia dell’esercizio commerciale, tuttavia, la donna si è trovata dinanzi a un muro di formale e intransigente burocrazia che ha rischiato di trasformare un’urgenza medica in un dramma irreparabile. Entrata nel locale visibilmente stravolta, la signora ha cercato di attirare l’attenzione del personale presente, manifestando l’assoluta gravità della situazione. Di fronte a lei, dietro il bancone, si trovavano due dottoresse. Nonostante lo stato di evidente shock della donna e la descrizione dettagliata dell’emergenza in corso, la risposta ricevuta è stata di una rigidità disarmante. Invece di attivarsi immediatamente per valutare la somministrazione del farmaco o per supportare la cittadina in difficoltà, le farmaciste avrebbero applicato alla lettera le rigide norme interne sul contingentamento degli accessi e sulla dispensazione dei medicinali. Di fronte alle accorate richieste d’aiuto, la replica è stata perentoria: la donna avrebbe dovuto mettersi in fila e attendere che il dispositivo elettronico chiamasse il suo turno. In quel momento di altissima tensione, le parole scambiate tra la cittadina e il personale della farmacia hanno sancito una frattura profonda. La signora Tuosto, vedendosi negato un intervento immediato per quello che considerava un codice rosso a tutti gli effetti, ha sbottato contro la rigidità delle professioniste, esclamando con amarezza ed esasperazione: “Ormai l’aspetto umano è del tutto svanito”. Una frase concisa, che riassume lo sconforto di chi si attende solidarietà e prontezza da chi indossa un camice bianco e si ritrova invece imbrigliato nelle maglie di un regolamento ordinario applicato a una situazione straordinaria. Dal canto loro, le operatrici avrebbero ribadito che, in presenza di quadri clinici così acuti e potenzialmente letali, la procedura corretta non prevede la sosta in farmacia ma il ricorso immediato alle strutture di pronto soccorso o l’attivazione del servizio d’emergenza 118, dichiarando di non essere tenute a derogare alle regole per fornire direttamente i farmaci richiesti senza la necessaria documentazione o al di fuori del normale ordine di precedenza dei clienti in attesa. Ottenuti finalmente i medicinali dopo minuti che sono sembrati eterni, la signora Tuosto è tornata di corsa verso l’abitazione, dove lo scenario che le si è parato dinanzi era a dir poco agghiacciante. L’effetto dell’allergene aveva ormai preso il sopravvento sull’organismo dell’uomo: il marito si trovava in condizioni critiche, completamente impossibilitato a proferire parola a causa dell’esteso rigonfiamento della lingua. Il corpo dell’uomo era scosso da violenti tremori involontari e interamente ricoperto da vistose bolle cutanee, chiari segni clinici di un’insufficienza respiratoria e circolatoria imminente dovuta alla reazione immunitaria avanzata. Dopo aver somministrato i farmaci recuperati con tanta fatica, la donna ha provveduto al trasporto immediato del coniuge presso il pronto soccorso dell’ospedale cittadino. L’arrivo al nosocomio è avvenuto in condizioni di assoluta criticità. I medici dell’accettazione hanno immediatamente compreso la gravità del quadro clinico, disponendo l’applicazione dei protocolli previsti per gli shock anafilattici severi. L’uomo è stato trattenuto sotto stretta osservazione per diverse ore all’interno del pronto soccorso, monitorato costantemente nei parametri vitali al fine di scongiurare ricadute o complicanze tardive, che in questi casi possono rivelarsi ugualmente fatali. Solo grazie alla tempestività delle cure ospedaliere e alla resistenza fisica del paziente, il peggio è stato evitato, permettendo all’uomo di superare la fase più acuta della crisi e di essere infine dichiarato fuori pericolo. Resta, a mente fredda, il profondo rammarico e la rabbia per una condotta professionale che la signora Tuosto non esita a definire espressamente “vergognosa”. La vicenda solleva interrogativi non secondari sul ruolo sociale delle farmacie sul territorio, specie in quartieri periferici e densamente popolati come Mariconda. Se da un lato è innegabile che i farmacisti debbano attenersi alle normative vigenti in materia di dispensazione dei farmaci e di gestione del pubblico, dall’altro l’opinione pubblica e la giurisprudenza stessa spesso richiamano l’esistenza di un dovere di solidarietà e di primo intervento che non può essere annullato da un cartellino numerato. La linea di demarcazione tra l’osservanza del protocollo e l’omissione di un soccorso morale in una situazione di evidente pericolo di vita rimane un terreno scosceso, sul quale la comunità salernitana oggi si interroga con viva preoccupazione, chiedendo che episodi del genere non abbiano mai più a reperirsi nei presidi sanitari della città. er.no





