Salerno. Giovedì Santo nella tempesta - Le Cronache Spettacolo e Cultura
Spettacolo e Cultura Arte Storia Tradizioni Eventi

Salerno. Giovedì Santo nella tempesta

Salerno. Giovedì Santo nella tempesta

di Olga Chieffi

Giovedì santo nel vento e nel freddo che non ha lasciato affatto rinunciare i salernitani al rito della visita agli altari della reposizione. Abbiamo visitato le due chiese del giubileo francescano, il Sacro Cuore e la chiesa dedicata proprio a San Francesco e alla Madonna Immacolata. La prima ha illuminato di rosso il tabernacolo del colore più importante nella Bibbia: il rosso è il colore del sangue, il rosso rappresenta l’umanità e simboleggia davvero l’amore di Dio rappresenta attraverso il sacrificio di suo figlio, Gesù Cristo e rappresenta la Chiesa stessa. Esposti ai piedi dell’altare i germogli di grano cresciuti nell’oscurità. I germogli di grano sono un dono pagano, simbolo del concetto fecondità-vita-desiderio del luogo felice, che risiede nel giardino, al lato gli oggetti che sono serviti per la lavanda dei piedi, l’olio, la lampada, i candelabri dove verranno posti i ceri pasquali. In San Francesco si cammina verso la casa di Dio. Altare incorniciato in una piccola Chiesa, non lontana dall’idea di grotta, uno dei simboli del poverello d’Assisi, dinanzi i ceri e i sandali consunti, rappresentanti l’eterno cammino per divulgare il Vangelo, l’esempio di vita il cordone del saio con i nodi obbedienza, povertà e castità, simbolo di una Chiesa povera e a servizio degli ultimi. In San Demetrio sull’altare campeggiava un pozzo. Il pozzo nel presepe napoletano, è un elemento ricco di simbologia rappresenta il collegamento tra la superficie e le acque sotterranee, simboleggiando un legame tra il mondo dei vivi e quello dei morti o l’aldilà, ma rappresenta anche la purificazione. L’altare evocava la storia di Gesù e della Samaritana al pozzo, narrata nel Vangelo di Giovanni (Gv4,5-42), un dialogo tra i più rivoluzionari del Nuovo Testamento, che fa dell’incontro con la Samaritana non una parabola nel senso tradizionale, ma un racconto ricco di significati simbolici e metaforici che illustrano l’inclusività del messaggio di Gesù, la Sua offerta di salvezza e vita eterna attraverso la fede in Lui e l’importanza di un rapporto personale con Dio. Gesù dice alla donna: “Dammi da bere”, rompendo le convenzioni sociali e religiose dell’epoca. Gesù offre un'”acqua viva” che disseta per sempre, metafora della grazia divina e della verità che portano alla vita eterna. Se il Duomo di Salerno è stato lasciato aperto, ma praticamente al buio e senza alcun addobbo dell’altare di transetto, chiaramente per non far montare la polemica, la Parrocchia di Sant’Agostino ha scelto di interpretare la Tempesta sul lago di Tiberiade, attraverso il Vangelo di Marco. L’albero maestro e la vela a brandelli, le reti, quel “Perché avete paura? Non avete ancora fede? Così intensamente tradotto in musica dal Cardinale Domenico Bartolucci nel suo primo oratorio “La tempesta sul lago”. Il ricordo, va a Papa Francesco, il quale, nella sera del 27 marzo del 2020, accompagnato solo dal cerimoniere, scese nell’ irriconoscibile vuoto di Piazza San Pietro, dove ardevano sei candelabri, dinanzi al Crocifisso rinascimentale di San Marcello e un’icona della Madonna. Un cielo piovoso su un deserto di pietra, come un’arena e, nella pioggia, un illimitato silenzio. La luce cinerea, le ombre, la lettura del Vangelo, ricordarono al papa la nostra sera, quella del lago di Tiberiade, la parabola raccontata da Gesú, sul grano di senape che cresce fino a diventare altissimo arbusto, con i rami pieni di uccelli e la tempesta sulle acque. Nella piazza il vuoto dominava sulle mirabili architetture che lo configuravano. Solo, col suo corpo esposto, nel vento di piazza San Pietro, alla sua solitudine, il Papa mostrò la condizione di tutti, le contraddizioni, il nostro tragico non reggere la responsabilità di pensare la perfezione e sentircene esiliati. Ricordò il disastro ecologico, la devastazione del clima, la sconcertante estrema povertà d’infinite turbe e la morte alluvionale degli innocenti per violenza e per fame, l’irrefrenabile deforestazione, il delirio, dentro cui s’inscriveva la pandemia. Parlava al vuoto della piazza e a Dio: “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato”. Infine, quasi a sciogliere il nodo che tiene stretto l’egoismo del singolo, il suo non saper riconoscere nell’altro il suo stesso volto, concluse: “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Oggi la celebrazione del Venerdì Santo detta “delle Tenebre” in ricordo degli antichi riti notturni attraverso i quali si intendeva rievocare l’oscurità che discese sulla terra alla morte di Cristo e l’immagine della Chiesa che brancola nel buio senza il suo Dio.