
Olga Chieffi
Una serata monografica interamente dedicata a Wolfgang Amadeus Mozart ha inaugurato la seconda edizione della rassegna promossa dalla Associazione Culturale AthenaMuse, in collaborazione con la Scuola Italiana d’Archi e la sua orchestra, sotto la direzione dei maestri Joao Carlos Parreira Chueire e Stefano Pagliani. In una chiesa della Santissima Annunziata stracolma e che acusticamente non ha fatto giustizia della degna preparazione della formazione diretta da Stefano Pagliani, Mozart ha continuato a porci il suo eterno dilemma, semplicità o complessità? A rompere il ghiaccio è stato il giovane e talentuoso fagottista Pietro Amato, il quale si è rivelato al pubblico con il concerto per fagotto e orchestra K191 in Si Bemolle. Un suono dolce e vigoroso, che ha tenuto al riparo questa splendida pagina da tenerezze romantiche, da eccessive tensioni cantabili, da zone di indebito intimismo. Questa la scelta anche del direttore Stefano Pagliani, per l’equilibrio nel contrasto, tra i tempi lenti e veloci, nel fraseggio e nell’articolazione, che, purtroppo, dal fondo di una chiesta dall’acustica affatto idonea, ci ha fatto solo intuire un poggiato ben pronunciato. Il risultato più tangibile è stato colto nella chiarezza, da parte di Pietro Amato, con cui sono state articolate le frasi, dove tutto è stato eseguito con puntigliosa cura del particolare. Da queste scelte musicali è emerso un Mozart che ha inceduto sicuro, senza precipitazioni e piroette, con ogni battuta ben scandita, senza furia, né agitazione, una invenzione della gioia, nel regno del puro piacere, senza secondi fini, di suonare. Applausi scroscianti e meritatissimi per Pietro Amato, il quale ha passato il testimone al violinista Enrico Cavaliere per il concerto per violino e orchestra n. 5 (Türkisch) in la maggiore K 219. Qui ci siamo mossi invece, verso una “leggera” complessità, attraverso animazione e tensione continua, distaccandoci dal sorriso e dalla luminosità, nel pensoso adagio , mettendo da parte la visione angelicata di Mozart, mostrando l’ombra e il desolato, sottraendo la fluidità ininterrotta al canto, unitamente alla regolarità della ritmica, per sottolineare quell’insofferenza del giovane compositore ad adeguarsi alle richieste impostegli quale musicista di corte. Fraseggio nobile e capacità di dar luce ad ogni intreccio, le caratteristiche del violinista, il quale ha interpretato un Vincenzo Panormo del 1790, che non esaurisce il suo talento in una mera esaltazione del proprio individualismo da solista, aprendosi, invece ad una visione più ampia, senza perdersi in un descrittivismo eccessivamente minuzioso, con allargamenti di tempo particolarmente enfatici o, al contrario, soluzioni volutamente precipitose, senza mai andare a discapito della percezione completa dell’intera costruzione formale. I giovani, poi, si sono riassisi in orchestra per l’abituale confronto con i grandi interpetri, stavolta con il pianista Joao Carlos Parreira Chueire, il quale ha chiuso la serata con il concerto Concerto KV 488 in La maggiore. La sua interpretazione del concerto n. 23 di Mozart si è distinto per un insistito equilibrio tra virtuosismo e sensibilità melodica, dove ogni nota è risultata scolpita con cura per esaltare la bellezza intrinseca della pagina. La direzione di Stefano Pagliani è riuscita a creare un’atmosfera intima, che ha sposato il tocco di velluto di Carlos Parreira. L’orchestra, sotto la sua guida, non si è limitata a fungere da semplice accompagnamento, ma è diventata un partner attivo nel dialogo musicale, rispondendo con prontezza alle sfumature espressive del pianista. Nel finale, nonostante qualche discromia e discronia nel dialogo con l’orchestra, è prevalsa la leggerezza, senza mai un momento di forzatura, con eleganza e profondità emotiva. Applausi per tutti e appuntamento al 26 aprile nella chiesa di San Domenico, con il violinista Ilya Grubert.