di Erika Noschese
Ieri sera il Teatro Augusteo di Salerno si è vestito delle atmosfere intime e potenti di Massimo Di Cataldo. Il cantautore romano ha fatto tappa in città con il suo tour celebrativo, un viaggio a ritroso nel tempo che parte da quel 1996 in cui il brano Se adesso te ne vai divenne un inno generazionale.
Non si è trattato solo di un’operazione nostalgia: Di Cataldo ha portato sul palco la consapevolezza di un artista che ha attraversato i decenni mantenendo intatto il proprio legame con il pubblico, nonostante le profonde mutazioni dell’industria discografica. Lo abbiamo incontrato a ridosso del concerto per parlare di questo anniversario speciale, del nuovo vinile dell’album Anime e della sua visione, a tratti critica ma sempre lucida, sulla musica contemporanea.
È ufficialmente partito il tour celebrativo per i trent’anni di “Se adesso te ne vai”, una delle canzoni più iconiche della musica italiana. Che effetto ti fa questo traguardo?
«Ne prendo atto, anche se confesso di non avere un approccio lineare o cronologico con il tempo. Per me non è passato in modo così scandito, ma trovarmi davanti a una cifra tonda come trent’anni è un fatto quasi bizzarro. Abbiamo colto l’occasione per festeggiare degnamente, anche con l’uscita del vinile di Anime, il disco del 1996 che conteneva il brano. È una celebrazione vera e propria di un percorso iniziato allora e che non si è mai interrotto».
Ieri sera a Salerno il pubblico era in fermento. È sorprendente vedere come riesci a unire generazioni diverse, dai giovanissimi a chi ti segue dagli esordi.
«Ho sempre avuto un pubblico trasversale e me ne sono reso conto fin dall’inizio. Non piacevo solo alle teenager dell’epoca; anche i loro genitori si appassionavano alle mie canzoni. Forse brani come Siamo nati liberi, che parlano di libertà e di un certo approccio alla vita, riescono a parlare a tutti. Vedere oggi una platea multigenerazionale mi dà davvero molta gioia».
Siamo alla vigilia del Festival di Sanremo, una kermesse che è cambiata radicalmente. Come vedi l’evoluzione del mondo della musica, oggi dominato da social e talent format?
«Il settore è cambiato profondamente. Oggi molti ragazzi ottengono numeri pazzeschi postando contenuti realizzati in casa, magari su basi scaricate da YouTube, sovrapponendo versi rap o trap. Arrivano a competere con i grandi artisti che riempiono gli stadi in pochissimo tempo. Quello che percepisco è che, rispetto al passato, manchi il “mestiere”. Una volta si studiava molto di più, si faceva scuola. I social aiutano a raggiungere un successo immediato, ma spesso è un successo fulmineo ed effimero».
Spesso si ha l’impressione che gli artisti vengano costruiti a tavolino, specialmente nei talent show.
«Esattamente. Nei talent gli artisti vengono spesso creati a tavolino, ma alla fine ci si chiede: dov’è il vero talento? Il rischio è che si punti tutto sulla costruzione del personaggio, dimenticando l’essenza dell’artista. La scorciatoia ti porta in alto velocemente, ma ti fa anche dimenticare con la stessa rapidità. Ciò che ti salva davvero nel tempo è imparare a suonare uno strumento e conoscere il linguaggio universale della musica. Questo ti permette di lavorare ovunque, anche fuori dall’Italia».
Cosa significa per te fare musica oggi? Lo scenario attuale sembra premiare più l’immagine che il contenuto.
«Io continuo a fare quello che mi è più congeniale, senza forzature. Oggi vedo la tendenza ad accontentare il pubblico a ogni costo, cercando di dargli esattamente ciò che vuole. Spesso manca una personalità che spicchi davvero; ci si “vende” attraverso i social, mostrando più la forma fisica che lo studio musicale o concettuale. A volte la canzone sembra quasi un pretesto per creare un balletto virale».
Recentemente hai dichiarato di non essere mai stato interessato al successo fine a se stesso, ma di stare bene anche solo con la tua chitarra. È un messaggio forte per i giovani.
«È un settore difficile, quello italiano, dove gli spazi sono pochi e spesso gestiti da chi ha grandi poteri alle spalle, siano esse etichette o produzioni televisive. Molti puntano a diventare famosi, non a creare qualcosa di bello. Ma la fama è un percorso semplice che dura poco se dietro non c’è sostanza. Imparare un mestiere è l’unica vera garanzia di durata».
Cosa resta oggi di “Se adesso te ne vai”?
«È un brano che oggi ascolto e suono con una consapevolezza diversa. Ha una struttura importante che ancora oggi fa la differenza rispetto alle produzioni attuali, che spesso sono estremamente semplificate e standardizzate. In quel pezzo c’è uno “special” (il cambio di struttura a metà brano, ndr) che oggi non si usa quasi più, ma che crea un momento di catarsi e di attenzione massima. Le canzoni di oggi spesso partono e finiscono senza lasciare un segno profondo; restano puro intrattenimento».
Il tuo tour non è però solo un omaggio a un singolo brano.
«Assolutamente. Il trentennale di un singolo è un pretesto per riabbracciare il pubblico. In scaletta ci sono 18 o 20 brani, canzoni che la gente ricorda e ama cantare, come Con il cuore, Che sarà di me, Come sei bella o Scusa se ti chiamo amore. È un racconto d’insieme, una comunicazione allargata con chi non mi ha mai abbandonato».
Ti piacerebbe tornare un giorno in gara sul palco di Sanremo?
«Non ho mai vissuto la musica come una competizione; le gare sono un pretesto televisivo per far funzionare lo spettacolo. Per me la musica è comunicazione. Detto questo, il Festival resta una vetrina importantissima e, se avessi il brano giusto, parteciperei volentieri, indipendentemente dalle logiche dei voti o delle giurie».





