
Salvatore Memoli
Sono sempre molto prudente quando parlo delle Istituzioni, della loro vita, delle scelte, delle relazioni con i cittadini. Conserverò, con buona pace del mio fegato e del mio aplomb, un tono controllato e pacato anche per quanto avviene ancora nella sanità salernitana. I fatti meriterebbero parole di fuoco! É lontano però dalla mia razionalità, un quadro indiziario di responsabilità della malasanità salernitana che m’impedisce il buonismo e mi irrita senza possibilità di controllo. Risuona nella mia mente il lamento insopportabile, l’invocazione di aiuto, di soccorso, d’intervento, della cara signora Cristina, di un essere umano, di una donna, di una mamma, stesa su una barella di fortuna al pronto soccorso di Salerno, che, piangendo, credendo ancora nella residua solidarietà umana, invocava quell’attenzione e quelle cure urgenti e salvavita, che non ci sono state tempestivamente.
Cristina ha evocato in me il personale ricordo di un ricovero notturno, in quello stesso pronto soccorso, in preda ad un dolore lancinante, confuso con tutte le possibili diagnosi del caso, che mi tenne per tre ore della notte in attesa di una visita da parte dei sanitari del nosocomio. Per tre ore rimasi in piedi, con un dolore che mi piegava, col bisogno di sedermi, in quel posto dove non fu possibile trovare una sedia qualsiasi, almeno per assumere una posizione più comoda, credendo di poter lenire e gestire le fitte che sembravano trafiggermi l’anima. L’arrivo dei miei familiari, solo in parte riuscì a rendere utile l’attenzione sul mio caso. Riuscirono soltanto, dopo tre ore, a farmi arrivare, da una persona del servizio, che mi conosceva, una sedia, quella che usano i bambini dell’asilo!
Ho attraversato le ore più atroci della mia vita, quelle in cui la mente, anche contro il cosciente volere, esercita una ricognizione della propria vita e si porta a pensare a tutto: anche l’inutilità di una vita spesa per la collettività! Se, infatti, quello che vivevo io, in quei momenti, era quello che quotidianamente vivono i miei concittadini, significa che la politica, con buona pace di chi fa il suo dovere, non é stata mai utile a migliorare la qualità dei servizi e della sanità della propria città, anche concorrendo a fare opinione e pressione, per avere i cambiamenti! Se da uomo vi dico che mi accorsi di piangere, senza volerlo, non faccio vittimismo e non giustifico quello che mi accadde, senza la mia volontà cosciente, convinto di essere ad un redde rationem inevitabile della vita.
Nella confusione mi rendevo conto della non efficienza dei servizi del Pronto soccorso di Salerno, dell’insensibilità professionale ed umana di tutto il personale ( sanitari e parasanitari), praticamente tutti! Incapaci anche di pensare di avere di fronte delle persone come loro, in quell’istante della loro attività professionale e lavorativa. Non tutto é dovuto all’organizzazione del servizio, molto dipende dall’impenetrabilità del dolore altrui nelle loro vite ed dall’indifferenza che rende i pazienti degli strani alieni, da sfuggire e con cui limitare il contatto!
Sarà tutto dovuto alla routine, all’abitudine? Ci saranno rimedi per turnover che possono evitare ricadute disastrose?
Ho ripetuto pochi giorni fa questa drammatica esperienza dell’inefficienza di un altro Pronto Soccorso della Provincia di Salerno dove avevo avviato con autoambulanza un anziano lavoratore tunisino, in preda a dolori che davano l’idea di un possibile infarto.
Rimanemmo nel Pronto Soccorso e dentro l’ambulanza per oltre un’ora e mezza, senza poter entrare nell’area delle visite. Benché sollecitati i sanitari ed il personale in servizio a vario titolo, non ricevetti che rifiuti e respingimenti, con la motivazione che il personale era impegnato. Per quanto impegnato, ma mi rendevo conto che di trattava di stanchezza organizzativa, il personale avrebbe dovuto sentire il dovere di visitare un povero cristo straniero, con un infarto in corso. Gridai, gridammo, per come sapevamo, perché volevamo evitare che questa persona morisse. Morì, invece, tra il nostro dolore, la mia convinzione di essere in un lager, la prova che eravamo soltanto in un cambio turno, dove si doveva decidere a chi caricare il paziente e, dopo, capire chi doveva refertare la morte! Se questa é diventata la sanità, come una complessa e fredda catena di montaggio, se questa é l’attuazione del giuramento d’Ippocrate, se questo é il degrado morale, professionale ed umano, delle strutture sanitarie nostrane e delle persone che le abitano, allora é meglio indignarsi, denunciare a voce alta la civiltà ( inciviltà) che ormai si vive in questi posti, avendo per chiara la regressione civica di tutto e tutti! Avendo per chiara l’ipocrisia di tutti!
Certo tutto va verificato, constatato, capito. Da parte di chi?
Dalla politica, dall’informazione, da chi riesce ad alzare la voce e a certificare che non sono fatti episodici ma quotidiani, come spesso fa il nostro quotidiano!
Quanto mi piacerebbe vedere un Governatore della Regione, un Sindaco, non inaugurare innovazioni bensì, anche di nascosto, andare nelle sale di attesa, nelle corsie, a sentire i problemi della gente e a programmare correzioni con i loro poteri a disposizione e i loro colletti bianchi superpagati, occupati in tutto, tranne ad essere lì, vicino alla gente che soffre ed a cui é vietato “il diritto” di ricordare i propri diritti e i doveri altrui.
Lo dovevo a Cristina!
Lo dovevo a Mouldi e a tutti quelli che muoiono davanti alla porta della sa