di Arturo Calabrese
Nell’immaginario collettivo, quello avventuroso dei bambini, scavare era sinonimo di scoperta, magari dell’antico forziere contenente un inestimabile tesoro. Zio Paperone, nelle grandi epopee fumettistiche della tradizione americana e di quella italiana, di scrigni ne ha scoperti tanti grazie alla fantasia di Carl Barks e del nostrano Rodolfo Cimino, giusto per citarne alcuni. Lo scenario ideale era una remota spiaggia di un’isola sperduta sulla quale lo zione, spesso accompagnato dal nipotame e dal fido Battista, con uno speciale mezzo creato per l’occasione dal genio Archimede, sbarcava (o atterrava, a seconda dell’invenzione) e rinveniva un prezioso scrigno che avrebbe arricchito, è proprio il caso di dirlo, la sua tutt’altro che modesta collezione.
Ciò accadeva nelle storie con le nuvolette, dove la cruda realtà viene messa da parte e si lascia spazio ai sogni, a un mondo diverso, spensierato, felice. Ma il vero stato delle cose, purtroppo, è ben altro. Nel Cilento e, nello specifico, a Roccadaspide, se si scava non si trovano di certo dobloni o talleri, ma rifiuti tossici e pericolosi, materiali di risulta di lavorazioni edili e spazzatura.
L’angolo di paradiso di cui spesso si parla e che, per fortuna, per alcuni aspetti è ancora tale viene continuamente violentato. In un terreno ricadente nel comune dell’interno e di proprietà di un allevatore, che probabilmente macellava e vendeva le carni degli animali allevati su una vera e propria bomba ecologica, si è scoperto, si fa per dire, uno stupro nei confronti della natura, una violenza carnale perpetrata ai danni degli abitanti cilentani, in un territorio nel quale, altro dato inconfutabile, l’incidenza di neoplasie è fin troppo alta.
Al di là di ciò che faranno la magistratura, gli inquirenti e la Dda, ciò che fa rabbia è il silenzio. Da parte delle istituzioni locali, e il riferimento è diretto agli amministratori del comune interessato dai fatti, non è arrivato un commento ufficiale, una qualsiasi presa di posizione, una parola per commentare una notizia di cui si sono interessati tutti i media nazionali.
Sorge, poi, un dubbio: è possibile che nessuno sapesse nulla? È possibile che un amministratore non si sia mai accorto di un traffico di mezzi atti a scaricare porcheria nel proprio comune? È possibile che le telecamere di videosorveglianza, pagate profumatamente, non abbiano ripreso nulla?
Queste sono domande che devono trovare risposta, quesiti a cui chi di dovere dovrà dare una spiegazione. Il Cilento non può essere una nuova terra dei fuochi e, se è rimasto un minimo di amore verso il territorio, lo si tiri fuori. C’è qualcuno, e sarà compito della magistratura dare nomi e cognomi, che ha svenduto il Cilento per il vil denaro, condannando sé stesso, familiari, figli e nipoti a vivere tra i veleni.






