Olga Chieffi
Benedetto XVI raccontò una volta che all’ascoltare Mozart gli sembrava che “il cielo quasi si aprisse e si sperimentasse molto profondamente la presenza del Signore”. Questo il finale che Diego Watzke ha pensato per le allieve dei corsi superiori del Professional Ballet di Pina Testa, impegnate nel gala natalizio, su di una partitura da sempre enigmatica la messa da Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart. Il Requiem è l’ultima pietra dell’immenso edificio dell’opera mozartiana: elevato, maturo, compiuto nella sua incompiutezza, sorretto dalla sicurezza di esperienze direttamente vissute, che pur rispettando tutte le esigenze liturgiche, trascende ogni limitazione dogmatica per esprimersi quale personale atto di fede alla soglia della morte. Mozart attua qui la fiducia nel credo massonico, comunicandoci la sicurezza della redenzione, attraverso l’amore inestinguibile per un mondo migliore. L’esegesi puritana di sfrondare i sedimenti estranei e riportare in vita soltanto il verbo mozartiano, si rivela presto trovata do stampo sofistico, sensibile alla suggestione evocativa, dal momento che già dal Kyrie, l’originale nudo e crudo è incompiuto e ineseguibile. Il requiem, trattato sulla morte concepito in articulo mortis dal più psicologico e sensibile dei compositori, ci giunge oggi come una pagina arcaica e insieme, fuori dal tempo. Mozart guarda indietro, certo ad Handel, a Johann Michael Haydn, ma allo stesso momento il suo sguardo è rivolto in avanti, dentro di sé e dentro la propria morte. E’ asciutto, tagliente, sintetico, primitivo, come un frammento di Saffo e ci si accorge che lo stesso Requiem, di fatto, non è che un frammento. Il brano iniziale introduce, nella sua profonda drammaticità, un clima di cupezza e introspezione, senz’altro alimentato dall’uso della tonalità d’impianto di re minore, che nel lessico mozartiano reca sempre con sé un orizzonte ombroso. Diego Watke ha fatto danzare le ragazze sull’ ultimo numero della Sequenza, il “Lacrimosa”, il brano di cui Mozart compose solo le prime otto battute: quanto basta, a ogni modo, per conferirgli il suo carattere espressivo, il brano più struggente e conosciuto di tutto il Requiem, un brano troncato tragicamente che lascia una mole di interrogativi filologici e stilistici una pagina avvolta da un fascino particolare, inquietante, misterioso, devastante, nella sua capacità di stimolare la sensibilità dell’ascoltatore. La morte si materializza in tutte le sue più complesse manifestazioni: la serenità la turbolenza terrifica la mestizia dolente la solennità serafica. Diego Watzke, ha offerto all’occhio della platea la continua visione della Croce, facendo intendere la morte come indagata sia dall’esterno quanto dall’interno, sia con gli occhi di chi la sta per affrontare, sia con quelli di chi la ha osservata con interesse da lontano. Ernesto Napolitano scrive: “l’accento, nel Requiem di Mozart, non cade sul dopo la morte, non su un oscuro aldilà, ma sul prima. La morte del Requiem è questo ‘prima’; non lo scandalo di una dannazione eterna, ma ciò che rende illusoria la promessa di una vita felice” (Verso il Requiem, Torino, Einaudi); ed è forse proprio questa la lettura più convincente che si può dare di questa pagina così enigmatica, nella quale è la solitudine dell’uomo nel momento del trapasso a emergere dalla partitura con toccante amarezza. Mozart arriva al sublime passando attraverso il tragico, dipingendo un ritratto consolatorio e insieme terrorizzante della morte: la sua musica raffigura l’abisso dei rapporti che coinvolgono il terreno e l’ultraterreno, l’immanente e il trascendente, la felicità e la disillusione; una riflessione esistenziale che emerge in tutta la sua complessità, trovando il culmine nelle appoggiature iniziali del Lacrimosa, quell’inarrivabile penetrazione della natura della morte, che risuonava nella mente di Mozart negli ultimi giorni della sua vita. E’ l’ultima pagina scritta di Mozart in Re minore e in 12/8 con l’utilizzo di brevi frasi di crome ascendenti e discendenti assegnate ai violini e contornate da una scrittura corale di ampio respiro, a creare un effetto di pianto a stento trattenuto, di preghiera umile e devota, con le voci dall’ impasto molto scuro e drammatico, capace di una sensibilità e un coinvolgimento emotivo che si avvicinano a quelle del secolo successivo, musica molto carica, molto densa, drammaticamente e drammaturgicamente importante. Watzke è riuscito a ricreare il movimento dei violini, attraverso i corpi, componendo e scomponendo la Croce e ponendoci tutti ai piedi di essa. “La luce, elemento prezioso, vuol essere propinata avaramente come un filtro. Il palcoscenico non è che un pozzo nero e profondo da esplorare con la lanterna cieca, e se il macchinista apre tutte le valvole dell’elettricità, diventa un buco enorme e deserto, uno spogliatoio miserabile” (Bruno Barilli). In un palcoscenico pieno d’ombra e di mistero le ballerine che tentano di liberarsi contorcendosi michelangiolescamente, sono state cercate dalla nella semioscurità, scelte, colpite nei loro corpi mobili e plastici, bruciati i loro contorni come pepe di Caienna che arde; da loro abbiamo visto nascere riflessi e balzare lampeggiamenti, un riverbero pieno di fermento le loro facce stravolte, frantumandosi come una bottiglia di vetriolo, sino al raggio salvifico, che ci ha ricordato il Caravaggio. La luce di Watzke sulle tracce di Michelangelo Merisi, la sua lucida teoria delle forme sottratte al contingente, in virtù di una loro sofferta conquista dell’essenza delle cose, della loro dimensione ontologica. Il reale è come evocato, non rimosso ma sospeso, e in questa elegia del silenzio, più alta si leva la voce dell’Uomo, la sua libertà, la sua dimensione anima, che danza verso la luce.





