Peppe Rinaldi
Mentre le coste della provincia di Salerno accoglievano il turismo pasquale, tra le colonne doriche di Paestum e i limoneti di Maiori andava in scena una degna rappresentazione del nostro tempo. Il razzismo non riguarda gli africani o gli afro-americani, “Black lives matter” o altre mode para-marxiste in kefiah che impongono ridicoli inchini o segni sul volto perfino a calciatori che, forse, manco sanno che sta succedendo. Non è neppure incarnato dalle presunte «violenze di genere» o quelle dell’acronimo arcobaleno, questa è tutta roba inventata e costruita in laboratorio, cui si liscia il pelo da mane a sera da molti anni: il razzismo, quello vero, ancestrale, ingiustificabile, vive in mezzo a noi cibandosi dei migliori sentimenti di solidarietà e umanità verso i popoli «oppressi». Non importa che questi «oppressi» non lo siano e che siano, invece, essi stessi oppressori, conta ciò che lo schema rigido mentale della propaganda ha costruito mattone dopo mattone a partire dalla fine degli anni ‘50 per mano del socialismo internazionalista nella sua variante comunista. Riuscendoci benissimo. Civiltà sfregiata nel Cilento Alle porte del Cilento, sotto le finestre dell’Hotel Ariston, un manipolo di zeloti rimbecilliti dalla propaganda post-7 ottobre ha deciso che la vacanza di alcuni israeliani fosse un insulto intollerabile alla coscienza universale. La loro, ovviamente. Hanno presidiato per giorni la strada, come una pattuglia SS o una squadraccia fascista presidiava poco più di 80 anni fa le strade dell’Europa a caccia del giudeo; come oggi fanno i nove decimi del mondo musulmano, anche in Europa, anche in Italia, anche in provincia di Salerno. Con la consueta ipocrisia di chi premette sempre che «non ce l’abbiamo con gli ebrei ma con il loro governo criminale», questi sgangherati attivisti (un fritto misto di sigle della sinistra, mezzi giovani devastati dalla scarsa istruzione e mezzi anziani incartapecoriti non solo nell’aspetto, movimenti femministi, collettivi per la pace, associazioni di partigiani insultati nella loro memoria) hanno messo in piedi un assedio morale all’albergo, al grido di «Israele genocida». La più riuscita delle bugie che si ricordi: c’è stata, c’è e ci sarà ancora una guerra, peraltro di risposta all’Olocausto-bonsai in diretta web del 7 ottobre 2023, non c’è stato nessun genocidio se non quello patito quel giorno in scia con gli ultimi 3500 anni, solo che oggi si difendono i «colonialisti sionisti» (fa ridere già scriverlo). I nostri pacifisti senza pace vorrebbero che non si difendessero, oppure che lo facessero con le carte bollate, magari ispirati a quel «diritto internazionale» violato sistematicamente proprio da quelli che dicono di difendere. Insomma, non hanno proprio idea di cosa dicono. Se si desse seguito anche solo all’1% di ciò che gli «addolorati per Gaza», oggi di Beirut e Tehran, lamentano, adesso non esisterebbe più nulla di Israele e, a seguire, di tutto il resto fino a noi. Non è questione di punti di vista diversi sullo stesso fatto: è il fatto stesso che è stravolto e rovesciato in nuce, impedendo così di afferrare la realtà. Con conseguenze terrificanti. Hannah Arendt scrisse che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione non esiste più»: aveva centrato il punto già all’epoca, figuriamoci oggi in questo universo imbottito di umanitarismo instagrammato con flussi di coscienza democratica dati in subappalto a Facebook. È il trionfo della post-verità, come si dice oggi: si contesta il governo di Gerusalemme, il sempreverde dei pretesti per parlar d’altro, e si urla sotto il balcone di un albergo che ospita turisti col passaporto con la Stella di Davide. Un miracolato parlamentare della provincia di Salerno, esponente di un partito fondato da un individuo che compra esseri umani appena nati a suon di euro o dollari canadesi (dice che è un suo diritto!), ha dato la stura all’ennesima battuta di caccia all’ebreo, bofonchiando le tipiche stupidaggini progressiste sulla presenza a Paestum di un alto ufficiale dell’Idf, Ofer Winter, che, a detta dei contriti manifestanti, non ha il diritto di calpestare il suolo italiano: loro preferiscono gente come Hannoun, come Francesca Albanese, quella roba lì insomma, molto apprezzata da Hamas ed Hezbollah. La figura retorica perfetta, insomma, è quella dell’utile idiota. Perfino un insospettabile come l’eterno sindaco di Salerno, Enzo De Luca, ha dato i numeri in tv sulla vicenda del MO, perdendo in una manciata di secondi la stima (e il voto) di un’area politico-culturale che ha sempre guardato a lui con favore e che oggi se lo ritrova a parlare come Fratoianni o Conte. A dominare l’imbarazzante scena di Paestum, le iconografie e i cartelli su Hind Rajab, la bambina «palestinese» trasformata in santino laico da una cinematografia militante e conformista, interessata solo all’efficcia del mito in spregio della verità. Non importa se la storia sia stata gonfiata o manipolata, in effetti non si sa neppure se sia vera (e se pure lo fosse…) ma che importa? A Maiori va (quasi) peggio Il capolavoro dell’infamia, però, si è consumato a Maiori. A sfregiare il volto di questa splendida cittadina della costa amalfitana, ci ha pensato la reazione «popolare» (naturalmente sul web, dopo l’innesco della miccia da parte di un sito di informazione locale) al fischio di alcuni giovani israeliani durante il passaggio della processione della Madonna della Libera, un fatto diventato subito il detonatore di un’esplosione di livore antiebraico: si è, infatti, spaziato dallo «zio Adolf che forse non ebbe tutti i torti», al moderato che va a messa e che mai profferirebbe parola contro le diffuse prepotenze islamiche, che si dice «scandalizzato dalla mancanza di rispetto degli israeliani», al classico convinto di dire cose intelligenti ogni volta che sostiene di essere «contrario a ogni tipo di violenza, da una parte e dall’altra», come se questo ponesse di per sé nella posizione corretta. Che l’atto del fischiare la processione, se confermato, sia una sciocchezza adolescenziale o una mancanza di rispetto da sanzionare, è fuori discussione, ma la reazione delle prefiche del progressismo locale, scortate da un clero che sembra aver dimenticato la “Nostra Aetate” (sempre che ne conosca l’esistenza) è stata rivelatrice: farsi un giro nel letamaio social per capire che sì, ce n’è per tutti i gusti, ma quanto a razzismo antigiudaico non ce n’è per nessuno. In un istante, il principio della personalità della responsabilità è evaporato: non erano più «quei ragazzi maleducati», erano «gli ebrei», tutti gli ebrei, con la mielosa precisazione che “no, non tutti ma solo il governo di ultra destra messianico” o altre gravi scemenze a seguire. Il razzismo è questo. È bastato un fischio — per il quale sarebbero state pure presentate scuse ufficiali — per autorizzare la gogna e la generalizzazione invasata. La contraddizione è stridente: a Paestum si manifesta contro le colpe di uno Stato colpendo i singoli, a Maiori si condanna un intero popolo per la leggerezza di pochi singoli. In entrambi i casi, l’obiettivo, anche inconsapevole, è il medesimo: la deumanizzazione dell’ebreo, a Paestum visto come oppressore genocida, a Maiori come sacrilego irrispettoso. Colpisce che nessuna delle istituzioni locali abbia sentito il bisogno di prendere posizione, in genere commentano la qualunque, dai gattini abbandonati al bullismo a scuola ma ora le loro comunità si presentano in quel modo manco se ne accorgono, forse lo condividono. La lanterna di Diogene, in questa Pasqua salernitana, avrebbe faticato a trovare non solo l’uomo, ma anche un briciolo di onestà intellettuale. Di questo passo, non sapendo proprio più leggere la realtà, non potrà che andar peggio.





