Di tempo ce n’è voluto ma chi di Cassazione ferisce, di Cassazione perisce. A distanza di dodici anni si è definitivamente chiuso il contenzioso fra l’ex magistrato Antonio Esposito, il presidente della Cassazione che condannò Silvio Berlusconi, con il rigetto del ricorso presentato alla Cassazione per ottenere la “condanna” al Mattino per l’ormai celebre intervista realizzata dal giornalista del quotidiano Antonio Manzo. Non solo, c’era anche la richiesta di un risarcimento multi milionario da parte di Esposito (ben due milioni di euro) e l’accusa di una rappresentazione distorta e lesiva della sua immagine professionale. L’avvocato difensore de Il Mattino professore Francesco Barra Caracciolo ha ottenuto dai giudici della Cassazione la motivazione della sentenza con il ricorso alla pazienza ma, soprattutto, alla scienza giuridica. Ragioni e tempo Per difendere le ragioni de Il Mattino, che ha ignorato la positiva notizia, Francesco Barra Caracciolo ha dovuto lavorare per ben tre gradi di giudizio per contestare le richieste di Esposito (sentenza del tribunale civile e della Corte di Appello e, alla fine in Cassazione) e non ha fatto velo costruire un ponte tra due mondi apparentemente distanti, ragione e tempo, per ottenere una sentenza “al di là di ogni ragionevole dubbio” con il rigetto del famoso ricorso. L’avvocato Barra Caracciolo ha fatto un pò come ha scritto Marco Malvaldi nel suo recente libro dove alla narrazione processuale, fatta di testimonianze, indizi e ricostruzioni durate giorni e notti ha accoppiato quello rigoroso della matematica, con il tempo utilizzato per ricostruire nella maniera più completa possibile un caso giudiziario” che ora è diventato, giurisprudenza, per il mondo dell’informazione. Il ricorso respinto I giudici di Piazza Cavour hanno così respinto il ricorso di Esposito, già presidente della sezione feriale della Cassazione che nell’agosto 2013 confermò in via definitiva la condanna di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset determinando così la sua decadenza da parlamentare e l’esecuzione della pena ai servizi sociali presso una residenza sanitaria assistita di Cesano Boscone. Esposito aveva intentato una causa civile contro il giornalista Antonio Manzo per l’intervista dal titolo in prima pagina del quotidiano: “Condannato perché sapeva”. Tale intervista, secondo i giudici della Cassazione, non fu diffamatoria, né travalicò i limiti del diritto di cronaca. Al contrario, pur con un editing “ardito” e una titolazione “enfatica”, rispettò la verità sostanziale delle dichiarazioni rese dal magistrato. Con il rigetto del ricorso, Esposito è stato anche condannato al pagamento delle spese processuali, quantificate in circa 11 mila euro. La vicenda affonda le radici nei giorni incandescenti dell’estate 2013. Il 6 agosto, all’indomani della sentenza Mediaset, Il Mattino aprì la prima pagina con un titolo destinato a rimanere impresso: “Condannato perché sapeva”. Nel sommario si leggeva: “Il presidente della Corte spiega la sentenza: Berlusconi era stato informato del reato”. L’intervista, raccolta telefonicamente, scatenò un’immediata bufera politica e mediatica. Esposito venne accusato di aver anticipato le motivazioni della sentenza — che saranno depositate solo settimane dopo — e di aver così violato il dovere di riserbo imposto dalla camera di consiglio. Seguirono esposti, denunce, un procedimento disciplinare al Csm e, infine, l’azione civile di Esposito per il risarcimento del danno oltre che la bufera mediatica di chi sosteneva che il quotidiano napoletano avesse fatto una “cortesia” a Berlusconi con l’anticipo, innaturale, del dispositivo della sentenza.Secondo la tesi dell’ex giudice, l’articolo avrebbe stravolto il senso delle sue parole. In particolare, l’inserimento di una domanda (“Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna?”) mai pronunciata dal giornalista, l’omissione di passaggi ritenuti decisivi e una titolazione giudicata “sensazionalistica” avrebbero trasformato una riflessione astratta sul principio giuridico del “non poteva non sapere” in una spiegazione diretta e indebita delle ragioni della condanna di Berlusconi. Due milioni di risarcimento danni Da qui la richiesta di un risarcimento multi milionario da parte di Esposito e l’accusa di una rappresentazione distorta e lesiva della sua immagine professionale. Ma per la Cassazione la ricostruzione non ha retto. L’ordinanza della Terza civile, presidente Antonietta Scrima, relatore Marilena Gorgoni, depositata a fine anno 2025 settimana, osserva innanzitutto che il contenuto dell’intervista, letto nel suo complesso, restituisce in modo fedele il pensiero espresso dall’intervistato. «Esposito — scrivono i giudici — non si era limitato a enunciare principi astratti di diritto penale, ma aveva progressivamente calato quelle considerazioni nel caso concreto, riferendosi alla posizione dell’imputato e al ruolo apicale ricoperto all’interno del gruppo Mediaset. In questo senso, il passaggio dal generale al particolare non è una forzatura redazionale, ma il riflesso del ragionamento svolto dal magistrato durante il colloquio». La domanda incriminata Quanto alla contestata “domanda aggiunta”, la Corte ha ribadito un principio consolidato: la tecnica giornalistica che trasforma un’affermazione spontanea in risposta a una domanda esplicita non è di per sé illecita, purché non alteri il significato delle dichiarazioni. Nel caso in esame, il nucleo centrale resta invariato e comprensibile al lettore medio, senza attribuire all’intervistato parole o concetti estranei. Un passaggio chiave dell’ordinanza riguarda poi il tema, spesso controverso, dell’autorizzazione preventiva dell’intervistato. Esposito aveva sostenuto che la pubblicazione era subordinata a una sua approvazione finale del testo. Ma la Cassazione smentisce l’esistenza di un accordo vincolante in tal senso. Il titolo Neppure la titolazione, pur definita “forte” e “di impatto”, supera i limiti della continenza. Il titolo “Condannato perché sapeva” è stato giudicato coerente con il contenuto dell’intervista e con il rilievo pubblico della notizia. Infine, la Cassazione ha escluso il nesso causale tra la pubblicazione dell’articolo e i danni lamentati dal magistrato. . Così il professore Francesco Barra Caracciolo ha fatto vincere la libertà di informazione nel Paese che contesta il giornalismo d’inchiesta e la narrazione dei fatti.l principio dell’oltre “ogni ragionevole dubbio”, così come espresso nella sentenza della Cassazione dà al concetto della libertà di stampa una convinzione incrollabile, da intendersi come certezza schiacciante, costituisce la linea di demarcazione tra il dubbio “ragionevole” e quello “immaginario o fantastico” che spesso viene invocato nella pretesa di limitare lo stesso diritto all’informazione. an.ma.





