Il processo Tortora, il Giudice Morello e l’evoluzione della Giurisprudenza - Le Cronache Attualità
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Il processo Tortora, il Giudice Morello e l’evoluzione della Giurisprudenza

Il processo Tortora, il Giudice Morello e l’evoluzione della Giurisprudenza

La morte di Michele Morello, dopo una carriera esemplare, è stata l’occasione, per i talebani della Separazione delle Carriere e dei due CSM della Riforma Nordio, per rilanciare la bontà e l’urgenza della riforma stessa. Malafede e ignoranza sono alla base della crociata dei riformisti. Nessuna conoscenza dei problemi tecnici e giuridici che portarono alla divergenza estrema tra il verdetto di condanna di Tortora in primo grado e quello di assoluzione in grado di appello. Per questioni di età anagrafica ho il ricordo personale, ancora lucido, di quei primi anni ’80 in cui la vicenda Tortora ebbe luogo.

L’arresto di Tortora, in contemporanea con quello di centinaia di coimputati, avvenne nel giugno del 1983, a pochi mesi di distanza dall’entrata in vigore dell’art. 416 bis del codice penale, quello che dava i contorni e i confini dell’Associazione Mafiosa prevista dalla legge Pio La Torre. La Procura di Napoli, prima in Italia, diede vita alla più gigantesca operazione giudiziaria contro la malavita organizzata che la storia italiana ricordi. Tra l’urgenza di intervento contro il dilagare delle stragi, che la lotta tra Cutoliani e Alfierani seminava quotidianamente per le strade, e la lunghezza e complessità tradizionale delle inchieste alla vecchia maniera, La Procura di Napoli fece la scelta coraggiosa di cogliere al volo la via breve che proprio il legislatore aveva appena approntato, assecondando l’ira popolare contro lo stragismo delle mafie.

L’arma del pentitismo, che aveva dato frutti nella lotta al terrorismo, prossimo alla sconfitta nel 1983, venne logicamente applicata anche alla lotta contro la Camorra. Ora, anche il pentitismo nel contrasto al Terrorismo ha avuto i suoi casi Tortora. Basti pensare alla vicenda di Toni Negri, ma anche di altri usciti poi assolti dalle accuse dei pentiti. Ma nessuno di costoro è stato additato a vittima di malagiustizia. Per Tortora è stato diverso, per la sua popolarità e simpatia universale. Ma anche per la strumentale campagna politica, di cui Berlusconi fu campione per interessi personali, che è da sempre un mantra della Destra più retriva e antistorica. Ma torniamo al processo Tortora. Se la cappa odiosa della campagna pubblicitaria dell‘estremismo di Destra fosse sincera e acculturata (e la cultura non è il forte della Destra), una più attenta indagine avrebbe, sulla vicenda Tortora, portato i detrattori della Magistratura e delle vituperate sue correnti, a una scoperta incredibile. L’inchiesta della Procura di Napoli di allora portò ad accesissimi dibattiti proprio in Magistratura Democratica (quella che Meloni, Nordio e compagnia bella indicano come massima degenerazione della Magistratura) a Napoli stessa. Eravamo sempre presenti io e Claudio Tringali, insieme ad altri salernitani. Il problema era, come già per il contrasto al Terrorismo, il valore probatorio delle dichiarazioni dei pentiti. Dunque, animate discussioni scientifiche alla cui base c’era sempre il sottostrato della sensibilità personale e culturale di ciascuno come avviene per ogni essere umano. A quelle sedute sul tema Michele Morello, autorevolissimo esponente di Magistratura Democratica, aveva l’accortezza di non partecipare per tutta la durata del processo di appello, per motivi ovvi. Il tema del contrasto di opinioni si imperniava su questo: come si fa, scientificamente, per solidità della prova, a credere solo parzialmente ad un pentito? E’ chiaro che distinguere tra le dichiarazioni credibili e quelle non credibili porta in ogni caso alla presunta arbitrarietà della scelta personale del giudicante. E al difetto di motivazione del verdetto finale. E così alla vulnerabilità dell’accusa nei successivi gradi di giudizio. Sul punto Magistratura Democratica si divideva tra le ragioni della logica giuridica, e quindi, si può dire, tra la “ragion di Stato” e la ragione umanistica del singolo a dispetto della norma che però portava agli inizi di applicazione della nuova normativa appena nata, al crollo inevitabile dell’intero processo in un grado successivo. Michele Morello applicò, nel giudizio di appello, il metodo analitico del riscontro certosino degli elementi probatori, anticipando le riforme legislative che arrivarono sul punto solo parecchi anni dopo. Come sempre accade, è la giurisprudenza ad anticipare il legislatore. Ma i giudici pagano il prezzo della loro solitudine al momento della scelta concreta. Per poi essere derisi e insultati dagli ignoranti in malafede come “magistrati politicizzati”.

 

Michelangelo Russo